Un rumore che rompe il sentimento

Quando si perde la relazione con la persona amata, o peggio ancora quando una persona cara ci lascia, non siamo in grado di valutare esattamente lo stato d’animo che regna nell’individuo che perde, perché esso non può sapere che cosa è la morte o la perdita, né consciamente, né inconsciamente.

Possiamo identificare solo due significati: solitudine ed impotenza. La solitudine è un’esperienza complessa che si manifesta con tanta nostalgia della persona che manca, e dolore puro davanti alla morte, è l’assenza totale dell’oggetto amato, è infine un’esperienza nella quale l’individuo si trova vincolato ed esposto a se stesso. L’impotenza si manifesta con la sensazione di non poter far niente per modificare la situazione.

Sia la solitudine che l’impotenza rappresentano la massima rottura verso il reale: sentimenti, affetti ed emozioni sono ricordi morti di un passato vivo, ma soprattutto nell’individuo viene meno quell’amore reciproco che, per Platone, “è connaturato negli uomini: esso ci restaura l’antico nostro essere perché tenta di fare di due una creatura sola, e di risanare così la natura umana”.

Così l’individuo che perde, sia esso uomo o donna, è al tempo stesso spettatore e vittima di una carneficina insopportabile da contemplare. Nascono i tanti rumori che sono dolori dell’anima e che si stagliano nel silenzio infinito. L’angoscia è quel primo rumore che rompe il continuum silenzioso del sentimento di esistere, nello scambio delle emozioni con se stessi e con gli altri. Gli affetti sgradevoli o penosi sono rumori che provocano nell’individuo un fenomeno di rottura di quella simmetria emozionale in cui bello e brutto sono in perfetto equilibrio. Ma forse il rumore che più rompe il sentimento è il dolore psichico.

Jean Bertrand Pontalis, in una relazione tenuta alla British Psychoanalytical Society, nell’ambito di un congresso sul dolore psichico, sottolineò che “l’esperienza del dolore è di una psiche che si muta in corpo e di un corpo che si trasforma in psiche”.

Il dolore è provocato da una disillusione ricevuta in uno stato di impreparazione (basti pensare alle madri che scoprono improvvisamente di avere un figlio leucemico), non è semplicemente scatenato dalla frustrazione o dalla privazione dell’oggetto amato. È sempre un fulmine a ciel sereno, anche se il sole era già offuscato da nubi che non sono state viste.

Questo dolore psichico è intollerabile e porta la persona che perde a sentirsi responsabile della perdita, con mille rimpianti per non aver potuto salvare la persona amata. Così esso si carica di autorimproveri, si accusa dei peccatucci più insignificanti attribuendo loro la gravità di altrettanti peccati mortali, si sminuisce e reclama per se stesso una punizione terribile.

Possiamo domandarci che cosa diventerà questa espressione essenziale dell’uomo verso la perdita o la morte se esso continua ad essere privato del sostegno sociale, con cui queste ombre inquietanti diventerebbero più familiari. Se la comunità offrisse un utile ascolto porterebbe l’individuo che perde a parlare, perché parlare del proprio dolore significa “apprendere a morire”, mentre la ricerca di ideali megalomani – volti a mutare la natura umana – è una grande consumatrice di morti!

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