Se la donna vuol trovare se stessa…

Il completo sviluppo psichico di una donna non è garantito dal solo fatto che si sia adattata socialmente, si sia sposata, abbia avuto figli, o realizzato una vita autonoma.

Spesso la donna, senza averne la giusta consapevolezza, vive un continuo legame con la madre, da cui non si è mai realmente separata. Tali situazioni in cui prevale la tendenza della donna a conservare il suo legame primario con la madre sono quelle che E. Neumann riconduce alla cosiddetta “fase di autoconservazione”. È tipico di questa fase che la donna rimanga psicologicamente, e spesso anche sociologicamente, all’interno del gruppo delle donne – il clan materno – e che mantenga internamente una situazione infantile e non matura dal punto di vista dello sviluppo cosciente.

Non rientrano in questi casi quelle donne che hanno sviluppato un legame positivo con la madre, grazie al quale sono diventate madri anche psicologicamente, mostrando un rapporto sano con il proprio corpo, con il proprio uomo e con i propri figli. Il significato negativo di questa fase spesso si manifesta in un gran numero di turbe matrimoniali o comunque nei rapporti uomo-donna: si tratta di un forte senso di estraneità all’uomo, o semplicemente di una forte ostilità verso di lui, che in alcuni momenti rende impossibile anche il minimo rapporto intimo.

Inoltre, negli atteggiamenti conflittuali di queste donne predominano il sentirsi succubi nella vita matrimoniale o di coppia, un senso di estraniamento dal proprio corpo e l’incapacità a sviluppare tratti materni e fecondi, tipici della natura femminile, con una sensibile diminuzione di interesse verso i figli.

Eppure, come spesso racconta la clinica di queste donne, in un loro passato anche recente si sono sentite fortemente rapite, penetrate, trascinate, afferrate dal proprio uomo. Spesso hanno lottato e sofferto verso questo maschile iperdimensionato o schiacciante, o hanno sofferto sentimenti di inferiorità. Il loro uomo, sempre in passato, è stato vissuto come l’eroe, il maschile liberatore di una sorta di prigionia materna o di un mondo emozionale caotico.

La donna crede che la causa del suo improvviso distacco dal maschile è legata alla venuta meno nel suo uomo del fascino, della guida, dell’animus, del padre, ossia di quel maschile eterno, forte, autonomo e indipendente. In realtà la spiegazione è altrove: in questo tipo di donna predomina ancora un legame nevrotico con la madre nonostante un’apparente crescita. In questa situazione la donna nasconde un insieme di complicazioni che non garantiscono maturità, sicurezza e solidità; anzi, al contrario, essa cade nel ruolo della non responsabilità materna e sociale.

Se ci fosse più consapevolezza del tratto appena descritto, ossia una forza più cosciente, la donna avrebbe più strumenti per instaurare un legame più completo con la madre, ma soprattutto riuscirebbe a diventare donna adulta e madre responsabile.

3 commenti

  1. tiziana
    Pubblicato il 6 giugno 2005 alle ore 8:24 | Permalink

    Ho letto tratti comuni a me e a molte donne, almeno dai vari racconti raccolti nel tempo e dalla mia personale esperienza devo dedurre che con questo problema irrisolto si convive egregiamente…
    Combriccole di donne legate tra loro forse da questo unico problema, alla ricerca di giustizia per un uomo ingrato e incapace… mentre il problema è altrove.
    Chiedo se i tratti descritti appartengono alla stessa donna dello scorso articolo, che non ha accettato il suo sesso e che quindi rivelerà la sua pericolostà di madre, o è un’altra tipologia di donna che porterà nel figlio maschio altri problemi?

  2. Donatella
    Pubblicato il 8 giugno 2005 alle ore 12:46 | Permalink

    Vivere realtà di clan materno o gruppo delle donne è qualcosa che da sempre mi mette a disagio, primo perchè è stato sempre difficile trovare donne, come dire, leali fino in fondo, secondo perchè quando malauguratamente si presentano situazioni di incontro tra madri, figlie, zie, suocere, cognate, sorelle, cugine, nipoti… (un incubo!) mi capita sempre di sentirmi schiacciata dalla loro sola presenza e dalle loro chiacchiere, tanto da somatizzare fisicamente il malessere. In queste situazioni la presenza di un uomo è per me fondamentale. Ma, a onor del vero, mi ritrovo anche tra quelle donne che hanno provato aggressività per l’uomo per poi comprendere, e ancora di più attraverso quest’articolo, che a farla da padrone era (è) il legame nevrotico con la madre. E ora che sono madre di una bambina è impossibile procrastinare la coscientizzazione di certe situazioni… la responsabilità è davvero tanta!

  3. laura
    Pubblicato il 8 giugno 2005 alle ore 15:41 | Permalink

    Mi pare che l’unico modo per distaccarsi e rompere questo invisibile cordone ombellicale sia amare al di là del consenso, al di là del dubbio e al di là di 4 regole rigide del tipo se mi ama perchè non mi sposa…., se mi ama perchè non vive con me, se mi ama perchè mi tradisce ….. e così via!!!!
    In sintesi avere il coraggio di amare chi per uno strano motivo solletica una nostra proiezione interiore al di là del logico e del razionale ha solo uno scopo tagliare ogni senso di colpa e devozione verso l’imago materna. Quando ciò accade dentro si sviluppa un grosso senso di sicurezza, una strana sensazione che il sentimento provato a discapito di tutto è quello giusto ….. poi come la risacca del mare ogni cosa torna reale e la donna vedrà ora quell’uomo con i suoi occhi e non con quelli di sua madre e allora saprà dare anche un limite!!!
    che ne dite?

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