Scopriamo il piccolo delinquente

Nel sistema scolastico predomina uno stato di incoscienza spesso allarmante per la mancanza di una preoccupazione educativa e di una prassi preventiva verso il piccolo delinquente. Parimenti nell’istituzione familiare esiste uno stato di incoscienza quasi paradossale: gli stessi genitori non sanno di essere essi stessi i precursori di una futura delinquenza del figlio. La carenza dell’autorità genitoriale, soprattutto paterna, e l’assenza fisica della madre o del padre portano inevitabilmente a fenomeni di piccola delinquenza.

Ma perché l’istituzione scolastica e quella familiare non sentono la necessità di utilizzare l’aiuto di operatori, che svolgendo una buona prassi psicoterapeutica, in cui si analizza il singolo caso clinico, siano in grado di individuare i meccanismi psicologici del piccolo delinquente, i meccanismi patologici del contesto gruppale in cui è inserito, e decidere la migliore strategia terapeutica?

Con molta umiltà, in qualità di insegnanti o genitori, dobbiamo chiederci se siamo in grado di riconoscere i meccanismi psicologici più usati dal piccolo delinquente per commettere un atto antisociale o se è il caso di rivolgerci ad un esperto.

Anche noi psicoterapeuti rimaniamo spesso sbalorditi dall’abilità con cui i ragazzi mettono in moto un comportamento delinquenziale, usando meccanismi psicologici di difficile comprensione. Si pensi per esempio a quel ragazzo con un certo tipo di disturbo che riesce abilmente a “scovare” coetanei affetti da una patologia analoga o complementare: per esempio un ragazzo con forti tendenze sadiche individuerà in un battibaleno, in mezzo a tutti gli altri, il compagno potenzialmente disposto al masochismo. I due ragazzi, complementari nelle loro patologie, tenderanno ad essere un unico corpo ed uno sarà funzionale all’altro per una crescita deformata: il primo potrà esperire la sua aggressività sull’altro per sentirsi adulto e il secondo avrà bisogno di punizioni, pur di ricevere un po’ di attenzione.

In altri casi si osserva un Io con forti impulsi delinquenziali infantili sentirsi “a disagio” o essere “allergico” a ragazzi che non mostrano nessun tipo di delinquenza, mentre legare subito e spontaneamente con ragazzi che presumibilmente sono disposti ad appoggiare, integrare o contribuire alla sua costante ricerca di gratificazioni delinquenziali.

Molti criteri diagnostici evidenziano che molto spesso il delinquente infantile si inserirà istintivamente nell’atmosfera di gruppo tipica della banda. Il fenomeno delinquenziale si manifesta con maggiore violenza quando si ha un certo numero di ragazzi con un Io delinquente che tutti insieme vivono un gruppo, perché allora essi hanno modo di dare sostanza alle loro individuali difese delinquenziali, inserendole in una sorta di “codice di gruppo” ufficialmente riconosciuto. È come se essi sapessero che l’annullarsi in un codice delinquenziale di gruppo costituisce il migliore antidoto contro i residui della loro coscienza morale individuale.

Casi clinici sottolineano come alcuni ragazzi non cessano di fare ricorso ad un utile meccanismo: spingere qualcun altro a compiere l’azione che darà il via all’atto delinquenziale. La procedura è la seguente: con le loro provocazioni spingono qualcun altro a compiere un atto di aggressività, di ribellione o di delinquenza. Non appena questi dà il via, essi si sentono liberi di raccogliere l’iniziativa e di godersi la sequenza di atti antisociali come se non avessero alcuna responsabilità, perché semplicemente estranei al mettere in moto l’azione delinquenziale.

Altri casi mostrano una smania da parte dell’adolescente delinquente di cacciarsi in situazioni deliquenziali di cui con eccezionale preveggenza fiuta le “potenziali tentazioni” e se ne lascia coinvolgere. Si direbbe che per il suo Io è una “tentazione così forte da non potervi resistere” e ciò costituisce una valida giustificazione contro il senso di colpa. Tutto quello che occorre, dunque, è cercare situazioni idonee allo scopo.

In casi di più complessa patologia rientrano quei ragazzi che sfruttano i propri stati d’animo o la patologia da cui sono affetti, per giustificare atti di delinquenza. È sorprendente vedere come il loro Io delinquente riesca a sfruttare questa ghiotta “opportunità interiore”. Per esempio un ragazzo con un forte bisogno di manifestare il proprio sadismo, che però si sentirebbe in colpa se lo facesse a sangue freddo, sceglierà molto abilmente il momento della gratificazione dei propri desideri sadici in modo da farlo coincidere con una delle sue crisi patologiche: l’eccesso di rabbia che davvero il ragazzo non può controllare viene sfruttato per giustificare un gesto di crudeltà nei confronti di un rivale odiato o un atto di ostilità verso un adulto, che non si sarebbe potuto altrimenti permettere senza sentirsi in colpa. Farlo coincidere esattamente con l’inizio di una crisi gli offre la possibilità di “farla franca” con sé stesso, mediante la giustificazione: “Beh, non posso farci nulla quando mi trovo in quello stato.”

Infine conosciamo tutti le curiose distorsioni a cui può andare soggetta l’idea corrente di moralità quando una azione viene compiuta al servizio di una “causa”. Molti eroi dei “movimenti clandestini di resistenza” si sentirebbero piuttosto colpevoli se commettessero le stesse azioni nel corso della loro vita “borghese”. Non si sa come molti ragazzi abbiano intuito questo meccanismo: solo che, naturalmente, le “cause” che scelgono per le loro acrobazie giustificatorie non sono vere secondo l’accezione comune del termine, se non in una piccola parte che si presta ad essere sfruttata nel loro senso. Può accadere, per esempio, che a un ragazzo venga fatto un torto dall’insegnante: cinque altri ragazzi, a cui di solito non importa molto di quel compagno, coglieranno immediatamente l’occasione per “fargliela vedere a quell’insegnante”, o faranno a pezzi le attrezzature o le finestre della scuola, considerando in se stessi tutto questo soltanto come il sottoprodotto marginale di una rappresaglia pienamente giustificata. Il meccanismo messo in atto è chiaro: la buona causa di qualcun altro diventa l’occasione per dar luogo, senza sentirsi in colpa, a manifestazioni comportamentali che la coscienza morale individuale di ciascuno difficilmente avrebbe altrimenti tollerato.

Erano solo pochi esempi per mostrare quanto sia difficile capire e svelare i mille meccanismi dell’animo infantile delinquenziale. Più dialogo e più scambio di informazioni fra i vari attori dell’educazione del ragazzo delinquente sono senza dubbio un buon inizio per future carceri meno affollate e migliori padri di famiglia.

1 commento

  1. Pubblicato il 2 maggio 2006 alle ore 17:13 | Permalink

    La prevenzione primaria è l’unica soluzione. E’ fastidioso stare a guardare una società incosciente, addormentata e inerme di fronte ai propri (giusti) sensi di colpa!
    Anche se fosse solo un problema di tornaconto economico sarebbe conveniente: uno psicoterapeuta sicuramente guadagnerebbe molto meno di quanto lo stato spende per ogni carcerato…

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