Educare all’anormalità: la madre “cattiva”

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Coppia e famiglia, Infanzia, Madri e padri, Prima infanzia

Winnicott distingue tra:

  • una madre passabile, ossia colei che guardando il bambino sarà capace di riflettere nel proprio viso i sentimenti di quest’ultimo. Il bambino si specchia nel volto della madre in base al rapporto empatico che intercorre tra loro;
  • una madre non passabile, individuabile come colei che è troppo presa da ansie e preoccupazioni: “Sarà giusto quello che faccio?”, “Come devo fare?”.

Una madre non passabile è tale perché, né per sua scelta né per sua colpa, ha tentato di imitare una madre inadatta, di incorporarla e di identificarsi con lei. Questo tipo di madre sarà definita nella psiche inconscia del bambino “madre cattiva”.

Soffre, ed è la sua patologia principale, di una perversione dell’istinto materno.

Il bambino assume, quindi, questa madre come modello di:

  • quello che lui stesso dovrebbe essere;
  • quello che il proprio mondo dovrebbe essere.

I suoi rapporti interpersonali seguono necessariamente lo schema del rapporto che ha avuto con la madre.

La madre cattiva non è facilmente incorporabile. C’è, infatti, un continuo bisogno di estrometterla, di vomitarla fuori, da cui scaturiscono un’angoscia violenta, senso di vuoto, di solitudine e di separazione. Questo senso di vuoto può essere paradossalmente riempito soltanto dalla madre stessa: inizia così un circolo vizioso, da un’infelicità all’altra, senza tregua.

Privo di basi solide, il bambino sviluppa una struttura psichica precaria. Egli è limitato al suo rapporto con la madre. Se ella è presente si verifica la limitazione primaria appena descritta, se ella non è presente – o permette al bambino di accompagnarsi con altre persone: padre, fratelli, nonni – il bambino sarà portato a vedere negli altri soltanto le qualità che appartengono alla madre: le personalità reali degli altri avranno poca influenza sul bambino anormale, poiché non coincidono con le caratteristiche materne che egli conosce e ricerca.

Educare alla normalità: non “fare”, ma “essere” bravi genitori

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Coppia e famiglia, Infanzia, Madri e padri, Prima infanzia

La prima fase del matrimonio, dal suo inizio sino al concepimento o alla nascita del primo figlio, è simile al “giuoco della casa”: la coppia si dedica entusiasticamente all’arredamento della casa, alle innovazioni gastronomiche, alla felice intimità sessuale, prova il piacere di una compagnia costante.

Il marito è contento di non dividere con nessuno le attenzioni e l’affetto della moglie; la moglie è felice per le gentilezze galanti che appartengono ancora al tempo del corteggiamento: serate fuori, complimenti, fiori ogni tanto, e altre cose simili.

Il matrimonio è ancora una specie di finzione e l’essenza del matrimonio, avere figli e allevarli, è estranea a questa fase.

Al concepimento o alla nascita del primo figlio il matrimonio diventa una cosa seria. Si diventa, di colpo, madre e padre. Questa evoluzione per alcuni è gradita e piacevole, per altri, con un equilibrio psichico fragile, può essere un evento drammatico.

In un matrimonio normale, il marito “fa un po’ da madre” alla moglie durante le ultime fasi della gravidanza, il parto e le settimane seguenti. La aiuterà ad occuparsi del bambino nutrendolo, cambiandolo, facendogli il bagno. Il marito non ha un istinto materno biologicamente determinato, come la moglie, ma ha la pulsione inconscia a identificarsi con la madre e ad “essere madre”. Per la moglie, invece, il lungo periodo in cui “imparava a essere madre” è giunto al termine.

La madre è in stretto e continuo contatto, in gran parte inconscio, col bambino. Attraverso questa comunicazione inconscia, la maggior parte delle madri sembra “sapere” di che cosa il bambino ha bisogno, così come la maggior parte dei bambini sembra “sapere”, almeno a livello biologico, di che cosa ha bisogno.

Progressivamente, la comunicazione consapevole e manifesta tra genitori e figlio prenderà il posto della comunicazione inconscia e non manifesta. L’acquisizione del linguaggio da parte del bambino, riduce di molto la fatica dei genitori; ha un effetto analogo l’acquisizione da parte del bambino della capacità di camminare e di muoversi con destrezza.

Se per Winnicott la sicurezza del genitore circa “il suo essere genitore” sarà l’origine della sicurezza del bambino in rapporto a se stesso possiamo dire che questo tipo di scenario sembra essere una garanzia di normalità per il bambino.

Sicuramente ci sono delle realtà che deviano il normale sviluppo del bambino. Analizzeremo nei prossimi post i fattori di vulnerabilità più determinanti in base ai quali si educa il proprio figlio all’anormalità.

Droga e gioventù

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Coppia e famiglia, Scuola e istruzione

La dipendenza coatta da droghe e sostanze stupefacenti può avere effetti catastrofici perché chiude la via all’autenticità di emozioni, affetti e sentimenti.

La droga serve a manipolare il corpo affinché produca i sentimenti desiderati, di solito positivi e legati ad una vita senza ostacoli. Lo stesso meccanismo si ritrova peraltro con il consumo di droghe legali, come gli stessi psicofarmaci, che ormai sostituiscono anche la più banale psicoterapia.

Molti adolescenti assumono droghe per essere creativi, ma è una creatività fittizia, uccisa da un’educazione spesso crudele, spesso viziata.

Aiutare l’adolescente a non essere più dipendente da queste sostanze significa renderlo consapevole al punto che non abbia più paura di conoscere e raccontare la propria storia.

Più il ragazzo racconta e più si rende conto che la droga non può sostituire il cibo affettivo di cui aveva bisogno nella sua infanzia e che non può continuare a trarre in inganno il proprio corpo riguardo a sentimenti estranei e non autentici.

Si renderà conto che la vera causa è interiore e che una droga non libera il corpo da dipendenza materna o da assenza paterna: il consumo di droghe infatti serve a cercare di colmare il buco che una madre o un padre hanno lasciato aperto in un bambino che non ha ricevuto dalla madre il cibo-alimento-affetto di cui aveva bisogno e nemmeno più tardi è riuscito a trovarlo in nessun altra fonte. Cosi come non ha ricevuto dal padre la necessaria consapevolezza che gli imponesse di sopportare in silenzio la manipolazione della madre e di adeguarsi ad una nuova realtà.

Bambini deprivati, adulti depravati!

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

Non tutti i bambini hanno vissuto una fusione primaria ottimale con la madre o con l’ambiente: essa è l’illusione di essere un tutt’uno con la madre-seno, nutrita nei primissimi mesi di vita e alimentata da sensazioni di contatto e olfattive, visive e uditive che lo legano alla madre, che lo contiene empaticamente.

Da queste sensazioni corporee di fusione primaria emergerà il Sé del bambino, fatto all’origine di esperienze corporee destinate a diventare in seguito psichiche e mentali.

Il Sé del bambino si forma grazie alla continuità delle prime cure e all’holding, che è semplicemente “il tenere”, “il sostenere”, ma soprattutto “il contenere” il bambino da un punto di vista psicofisico. È l’holding che delimita la realtà interna del bambino e protegge la continuità del suo essere da rotture che lo esporrebbero ad “un’impensabile angoscia”, minacciando il suo Sé e l’acquisizione di realtà e stabilità personali.

Ma che cosa succede ad un bambino quando vive la rottura della continuità e la mancanza di un holding appropriato?

Prima ad emergere è la privazione di questi elementi, vissuta come fallimento delle cure.

Tale fallimento dell’holding ha la caratteristica di essere imprevedibile per il bambino, soprattutto per quel bambino che ha vissuto una prima fase positiva di accettazione piena ed una successiva intrisa di neutralità emotiva e indefinibilità del rapporto madre-figlio, e segnata da una evasione emotiva da parte dei genitori. La situazione si complica ancora di più se da un iniziale rapporto di amore il bambino passa ad un rapporto vissuto dalla madre con dubbi, ansia e insicurezza. Il bambino sviluppa così un rapporto con l’oggetto cattivo in cui prevalgono odio, rancore, rottura, ostilità, distruttività, grave insufficienza relazionale.

Questa reazione di aggressività distruttiva e di profonda ostilità non appare immediatamente nel bambino perché l’Io fragile non gli permette di evidenziare questi tratti, ma con la crescita sarà sempre più evidente lo sviluppo di una “tendenza antisociale”.

Deprivazione invece equivale a mancanza di speranza. Quando il bambino deprivato ruba, dietro alla sua coazione al furto opera la speranza (inconscia) di ritrovare sua madre, che all’inizio era stata sufficientemente buona da rispondere alla creatività primaria del bambino: rubando, il bambino cerca di riprendersi ciò che è suo e che gli è stato tolto.

È necessario che non solo gli psicoterapeuti, ma anche coloro che si occupano di giustizia minorile, sappiano riconoscere il valore positivo dell’elemento di speranza connesso all’agire: ciò che il ragazzo antisociale spera, senza saperlo, è di poter ritrovare qualcuno che si prenda cura di lui e che lo ascolti, qualcuno con cui poter tornare al momento della sua deprivazione, o alla fase in cui la deprivazione si è consolidata in maniera inevitabile.

Il “lavoro terapeutico” con i ragazzi asociali è infatti un paziente tornare indietro per capire la loro perdita e far riconquistare loro un nuovo ambiente di fiducia, che possa facilitare il rapporto con gli altri.

Il primo presupposto per non fare di un bambino che ha subito una perdita nella relazione con la madre un bambino deprivato è capire che:

  1. Un bambino che ha avuto cure adeguate è capace di vedere “la sua distruttività” e di sospenderla tramite il senso di colpa;
  2. Un bambino che ha un vero padre, un padre reale, si accorge assai presto che può pensare di ferire la madre, ma che questa sopravviverà ai suoi attacchi, perché il padre la protegge;
  3. Un bambino che va verso la normalità deve esprimere apertamente i suoi sentimenti distruttivi nei confronti di quelle persone che sono in grado di contenerlo;
  4. I genitori “sani” accettano volentieri una certa distruttività nei propri figli, quasi li sentissero più reali nel momento in cui non sono perfetti.

Forse il genitore deve “crescere verso il basso” e capire che il rapporto con un figlio non è fatto solo di splendidi desideri e di pie accettazioni ma comporta necessità e bisogni del bambino fatti di pianti, capricci, di una crescita difficile, della richiesta di ricevere una educazione con al centro emozione e personalità.

Alla base di ogni forma di deprivazione vi è aggressività.

Quando le forze crudeli o distruttive minacciano di sopraffare quelle dell’amore, allora si vira verso tendenze antisociali.

Una aggressività distruttiva:

  1. è dettata dalla paura di non essere amati,
  2. comporta un mondo interno troppo spaventoso.

Lo scopo di questa aggressività è trovare un controllo tramite “l’atto asociale”.

È compito dell’adulto impedire che tale aggressività sfugga al suo controllo, attraverso l’esercizio di un’autorità sicura. È compito di genitori e insegnanti fare in modo che i bambini non trovino mai un’autorità così debole da concedere alla loro aggressività di finire fuori controllo.

È inutile dire che la scelta di delegare all’angoscia l’esercizio dell’autorità può definirsi senza esitazione una vera e propria dittatura.

Il colore nel disegno infantile e adolescenziale

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

Il colore, più della forma, è puro linguaggio emotivo che permette di evidenziare aspetti psichici – altrimenti insondabili – dell’inespresso e dell’inesprimibile.

Ragazzi che dimostrano, per esempio, di aver raggiunto un livello adeguato nella propria strutturazione del disegno non sempre e non necessariamente utilizzano colori consoni allo stadio evolutivo raggiunto.

Al contrario, adolescenti che mostrano evidenti difficoltà nella strutturazione di forme possono manifestare attraverso l’utilizzo del colore capacità organizzative non pensabili.

Il colore usato nel disegno diviene simbolo che assurge a significati universali, inconsci, arcaici, ed esprime le emozioni profonde dei ragazzi.

Il colore rappresenta l’unico ponte, che permette di stabilire una comunicazione reale con i ragazzi, che li aiuta ad un ritorno all’immaginazione, al fantasticare e al creare.

Luca, 12 anni, disegna la sua famiglia

Luca, 12 anni, proviene da una famiglia i cui genitori dopo litigi violenti hanno deciso di separarsi. Questa situazione ha prodotto su di lui ansie depressive e fobiche e nel suo disegno tenta tramite il colore di riunificare la famiglia, almeno nella propria memoria affettiva.

Spesso adolescenti incapaci di esprimere con parole qualcosa di doloroso, riescono a farlo con l’utilizzo dei colori nel disegno*.

Tutto ciò può rappresentare un terreno fertile per lo sviluppo non solo della dimensione cognitiva, ma anche della crescita e dell’ampliamento della sfera affettivo-istintuale.

L’uso del colore può facilitare nei ragazzi la percezione e la comprensione della realtà in modo creativo e propositivo che si traduce in comportamenti ed atteggiamenti differenziati, soprattutto davanti alle difficoltà.

Ciò è vero per molti adolescenti, ed in particolare per quelli che si trovano in una fase di crescita, di ampliamento, definizione di sé, dei propri processi emotivi, cognitivi per una ridefinizione che sia anche comportamentale e relazionale.

I colori non sono solo realtà fisica ma anche psichica e nel gioco di luci e ombre si pongono in relazione con l’evoluzione psicofisica dei ragazzi, accompagnando e qualificando i passaggi che la loro psiche compie lungo la strada dell’unificazione, ci introducono nei misteri e nella complessità psichica infantile e adolescenziale, in una dinamica di “positivo-negativo”,“incontro-scontro”, di “armonia-caos”.

Il passaggio dall’uso di un colore ad un altro, la presenza di una luce, di una sfumatura che prima non c’era, può rappresentare come in una metafora, il passaggio, la crescita, la presa di coscienza, il cambiamento avvenuto nei ragazzi durante il loro quotidiano percorso educativo.

Lo sviluppo del colore passa dal periodo dello scarabocchio, in cui rappresenta un interesse e uno stimolo, ad un periodo in cui il colore segue le emozioni (i colori sono tanto più accesi quanto più le emozioni sono forti, a differenza del bambino in età scolare in cui c’è una minor espressività del colore) e non la rappresentazione.

Poi il bambino inizia a mettere in relazione il colore e gli oggetti che raffigura: da prima con degli stereotipi: ad esempio tutti i capelli sono biondi perché la sua mamma è bionda; ciò rappresenta un modo per semplificare – assimilando – una maggiore varietà.

Infine certi bambini non usano il colore e sono spesso bambini non bene adattati, con problemi a stabilire rapporti con l’esterno, mentre coloro che invece usano ripetutamente colori freddi è possibile che abbiano problemi emotivi.

Per interpretare l’uso dei colori bisogna stare attenti al contesto in cui essi si strutturano. Infatti il simbolo del colore cambia di società in società. Nelle religioni occidentali e in quella tibetana il rosso rappresenta le forze del male, l’azzurro la divinità femminile (si pensi alla Vergine Maria), il bianco la purezza (perché origine di tutti i colori). Per le tribù africane invece il rosso significa forza e virilità, il nero non morte ma gioia.

Anna Oliverio Ferraris distingue tra colori caldi (rosso, giallo, arancione) che suscitano attività, eccitazione, serenità, gioia di vivere, impulsività, e colori freddi (verde, blu, violetto) che esprimono invece passività, calma, inerzia, tristezza, malinconia e inducono alla riflessione.

Con l’aiuto di Claudio Widmann analizziamo ed approfondiamo i significati simbolici e psichici propri di alcuni colori.

Il rosso: “fuoco, spirito, scintilla che origina la vita”, colore dell’affettività, delle emozioni: intraprendenza, sofferenza, rabbia, coraggio e volontà di dominare. Simbolo dell’aggressività e dell’ostilità esprime componenti psichiche violente, il ricevere e dare vita, piacere dell’azione e della seduzione.

Il giallo: “colore più prossimo alla luce”, mobilità interiore, intuizione e movimento centrifugo, esplosività pericolosa; distinzione in negativo, evanescenza e illusione. Più del rosso è il colore dell’aggressività, più è puro e più è libertà, attività, cambiamento come bisogno di sviluppo. Può essere associato ai meccanismi psichici della fuga, mutevolezza, a forme patologiche di dissociazione dalla realtà, a sperpero energetico esagerato ed eccessivo. È simbolo della coscienza del Sé, riconoscimento da parte degli altri, del sapersi, conoscersi e percepirsi, dell’intuizione e della rivelazione che però non è mai totale.

L’arancione è preferito da chi possiede spirito vivace, sereno, orientato al positivo, comprende gli aspetti “forti” del giallo e il “calore” del rosso, esprime dinamicità e giocosità della vita, bisogno di rinnovamento psicofisico, ricerca di libertà ed illuminazione spirituale.

Verde: “vita che si perpetua attraverso la generazione”, colore dell’attaccamento alla vita, alla quiete, al desiderio d’immortalità, speranza, apertura sentimentale. È la Natura a cui si tende per recuperare silenzio e distensione interiore. Preferito da chi tiene dentro, frena le proprie emozioni, da chi è fermo, perseverante con forte volontà d’operare, alla ricerca di considerazione, di realizzazione personale tanto da diventare rigido, tortuoso e calcolatore.

Il blu, impenetrabilità misteriosa, “colore d’aria, eternità senza tempo”, energia mentale, pensiero riflessivo, introverso, ragionamento acuto, “freddezza” affettiva, senso morale e controllo razionale. Rappresenta ritiro, desiderio nostalgico di ricongiungimento con il passato, di riposo, di un ambiente calmo che faciliti relazioni tranquille e libere da tensioni. È associato a forme rotonde e movimenti di chiusura ed alla presenza di conflittualità o repressione dei legami affettivi.

Il viola: “equilibrio terra e cielo, sensi e spirito, passione ed intelligenza, amore e saggezza”, razionalità che interiorizza l’emotività, colore della rassegnazione, raccoglimento, espiazione e trasformazione illimitata. Simbolo della sintesi tra opposti psichici, della dialettica maschile/femminile, della natura precaria e poco stabile sembra essere il colore preferito da bambini, donne in gravidanza, minoranze e tossicodipendenti.

Il bianco, “origine di tutti i colori”, fuga, liberazione e libertà, opposizione, difesa affettiva ed emotiva, solitudine e vuoto di chi si trova in un momento di pausa e svuotamento di vitalità, aperto tuttavia alla speranza, a molteplici nuove possibilità, ad un nuovo inizio. Simbolo della coscienza, del Sé, dell’individuo realizzato nella sua totalità, nella sua immagine di perfezione.

Il nero è il nulla, “vuoto che precede la creazione e dello stato psichico che precede la coscienza”, pausa senza speranza, distacco da una certa condizione e passaggio ad un altro livello attraverso il dolore. È completa rassegnazione, depressione, espressione di dolore, sofferenza angosciosa, misteriosa ed inconscia, indice di anaffettività, devitalizzazione e malinconia. Il suo uso frequente nei bambini e negli adolescenti è segno della presenza di paura, angoscia, blocco, forse della rinuncia e della negazione, è indice di disturbi psichici, inibizione affettiva, pulsionalità aggressiva particolarmente vivace, reazioni d’ansia, situazioni depressive e stati di disadattamento affettivi.

Il grigio, “niente di ogni cosa”, quando è scuro rappresenta un groviglio energetico, un blocco psichico, un distacco, mentre argenteo è carico di movimento, propensione all’azione e all’eccitabilità psicofisica. Poco usato perché privo di vitalità, coinvolgimento, risonanza affettiva, immobilità, tendenza depressiva, mancanza di autodefinizione, di gioia del vivere e di una via d’uscita. Chi usa questo colore in modo eccessivo tende a distaccarsi da ogni cosa, non vuole coinvolgersi né avere responsabilità, per proteggersi da influenze esterne e stimoli ambientali.

Marrone: “fuoco e fumo, amore e tradimento”, simbolo materno della materia, delle forme, rigenerazione, corporeità e rilassamento appagante, è associato alla semplicità, alla vita comune, all’abbandono fiducioso, all’introversione, a contenimento, accoglienza e interiorità come segni di rinuncia alla dimensione narcisistica. Rappresenta le sensazioni corporeo-sensuali, la pulsionalità dell’Es, i vissuti regressivi nelle esperienze fisiche.

* È fondamentale sottolineare che per questi e altri casi esposti, i disegni sono test psicodiagnostici che consentono solo un orientamento alla diagnosi, e non la diagnosi stessa.