Se il genitore non vede

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia, Prima infanzia

L’educazione e la pedagogia curativa messe in campo dai genitori si propongono di vigilare sulla crescita di un figlio affinché certe disposizioni e tendenze dello stesso non si trasformino in sintomi patologici. Esse rappresentano spesso una prima profilassi rispetto all’insorgere di una patologia più tardiva, il cui valore cresce solo se il genitore possiede un’educazione psicoanalitica e “un occhio addestrato” a cogliere soprattutto quei sintomi latenti che spesso il bambino non manifesta. Se, al contrario, il genitore diviene sostegno del sintomo di suo figlio o ne spia, sempre e solo, il lato fisico, la crescita del bambino può essere seriamente compromessa proprio dallo stesso genitore.

S. Freud sottolinea che i genitori devono avere un “certo influenzamento analitico” e in un passo di analisi infantile lo stesso Freud dice:

Quando un bambino comincia a mostrare i segni di uno spiacevole sviluppo e diventa svogliato, testardo e distratto, il pediatra, e anche il medico scolastico, non sanno che cosa fare di lui; e così pure se il bambino presenta chiare manifestazioni nevrotiche, come stati ansiosi, anoressia, vomiti e insonnia. Questi sintomi nevrotici, e queste incipienti deviazioni del carattere, possono essere eliminati da un trattamento che unifichi l’influenzamento analitico e l’azione educatrice, e che sia condotto da persone che non disdegnino di occuparsi delle condizioni d’ambiente del bambino e che sappiano aprirsi la via conducente alla sua vita interiore. (…)

Indubbiamente la psicoanalisi ha ancora molti nemici; non so tuttavia con quali mezzi essi potrebbero impedire l’attività di questi analisti pedagoghi o educatori psicoanalisti.

Da: Freud, S. Il problema dell’analisi condotta da non medici, 1926, nelle “Opere di Sigmund Freud”, Vol. 10, Bollati Boringhieri, Torino.

Ma quali sono le manifestazioni nevrotiche che si oppongono alla maturazione psichica del bambino e quali gli ostacoli che non permettono ad un genitore di accorgersi di molte espressioni sintomatiche?

M. Klein riteneva che ai fini della diagnosi di nevrosi infantile occorresse prendere in considerazione le più svariate espressioni d’angoscia: non solo ossessioni e fobie, ma anche difficoltà dell’alimentazione, disturbi del sonno, enuresi, tic, instabilità psicomotoria. Ed ancora, l’inibizione ad apprendere, a giocare, a mostrare curiosità sessuale, l’intolleranza alle frustrazioni, la povertà della vita immaginativa e l’eccessivo adattamento alle richieste educative.

Queste valide indicazioni cliniche possono essere incrociate e integrate con insiemi di fenomeni da osservare nel bambino da 0 a 5 anni:

  • nel campo alimentare: appetenza, esigenze, passività, difficoltà di svezzamento o di slattamento;
  • nel campo dello stabilirsi della pulizia: data dei primi tentativi materni e modo di reazione del bambino, le sue sottomissioni, le ribellioni, i rituali;
  • nel campo delle acquisizioni verbali: rapidità dei progressi, “appetenza” nel vocabolario e nella sintassi;
  • nel campo motorio: tipo di evoluzione e sua rapidità, le reazioni del bambino davanti ai suoi fallimenti e i pericoli cui lo espongono la sua mancanza di destrezza, le sue paure e le sue audacie.

In particolare:

  • il continuo strillare e piangere del poppante, comportamenti incomprensibili per la madre e spesso spiegati con la convinzione che le reazioni del bambino sono dovute ad un’alimentazione insoddisfacente;
  • strillare prima di addormentarsi o in piena notte;
  • insonnie insolitamente tenaci;
  • rifiutare di usare qualsiasi gabinetto fuori casa, trattenendo piuttosto le urine per ore;
  • angoscia legata all’impatto con la scuola materna che si manifesta con violenti attacchi di paura e di urla;
  • interesse per le attività degli altri bambini e volontà di unirsi ai loro giochi, ma non riuscire a staccarsi dalla madre;
  • interrompere di tanto in tanto il gioco per verificare, in modo ansioso, la presenza della madre;
  • gioco in solitudine;
  • sentimento di gelosia verso il fratello/sorella, la cui nascita causa una percepibile sofferenza interiore, senza però alcuna espressione manifesta;
  • un misto di rabbia e di conquista trionfante, di irritabilità e di angoscia manifestato nei giochi e nelle libere attività;
  • forte intolleranza dell’ambiente;
  • fobie, ossessioni e cerimoniali che accompagnano la defecazione;
  • accessi d’ansia notturna;
  • piccoli cerimoniali dell’andare a dormire;
  • tic come espressione motoria di ossessioni.

È facile sentir parlare in questi casi di disadattamento del bambino – concetto già molto criticabile nell’adulto – senza alcuna utilità nella ricerca delle cause del sintomo, ma con riferimento esclusivo a parametri che sono propri dei genitori o del contesto ambientale. I sintomi sopra descritti non sono soltanto espressione di difficoltà psicologiche del bambino ad adeguarsi a un set di regole, ma esprimono la sua intolleranza verso l’ambiente in cui vive: si tratta di turbe del comportamento reattive a situazioni conflittuali e soprattutto modalità difensive infantili contro un ambiente inadeguato.

L’esperienza clinica insegna che l’espressione dei disturbi del bambino varia di molto in base alla tolleranza dei genitori: se questi reagiscono vivamente alle difficoltà dei loro bambini, il disturbo si allevia. Al contrario genitori ansiosi – esattamente come i loro figli – partecipano attivamente ai loro cerimoniali: accade così che sovente i genitori prestino una scarsa o scadente attenzione a rituali e terrori notturni dei loro bambini, mascherandone così i disturbi nevrotici.

Compito dei genitori è tentare di ridurre ed elaborare l’angoscia legata a questi sintomi, risolvere le inibizioni, mitigare la severità del Super-io arcaico, rendere il bambino più capace di insight e di affrontare i conflitti. È chiaro che se un genitore non ha gli strumenti per curare suo figlio può essere la stessa psicoanalisi infantile ad affrontare il problema, ma sempre in collaborazione con lo stesso e con la scuola: la capacità di penetrazione psicologica degli insegnanti e delle autorità della scuola sono di grande aiuto. In realtà una tale cooperazione con l’analista non è frequente e se avviene va elogiata senza indugi.

Perché i grandi uccidono?

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Immagine di donna
“Fire and Ash”, dell’artista fantasy Eric Wadley.

Già nella prima metà del secolo scorso, nel saggio Il delinquente e i suoi giudici. Uno sguardo psicoanalitico nel campo del diritto penale Franz Alexander e Hugo Staub osservavano che “esistono dei fenomeni psichici su cui la scienza o anche l’informazione ancora oggi chiude gli occhi, solo perché non può dominarli con i metodi abituali e sperimentati”. Ancora oggi!.

Uno studio approfondito di questi fenomeni psichici conduce ad individuarne alcuni come oltremodo pericolosi, responsabili di omicidi e suicidi in persone che non provengono da contesti delinquenziali. Questi fenomeni sono il risultato di una dissociazione della psiche in una parte mentale (Io mentale) e in una parte corporea (Io corporeo). Queste due parti autonome che non comunicano più tra di loro attivano nell’individuo un improvviso “senso di derealizzazione per cui l’aspetto circostante appare cambiato, irreale, inducendo uno sgomento ed un disorientamento angoscioso, oppure, e più spesso, si produce nell’individuo-vittima la perdita della propria identità con un senso di terribile angoscia”(N. Perrotti). È facile intuire che questo senso di terribile angoscia va relazionato all’incapacità del soggetto, vittima di tale meccanismo, di differenziare la vita dalla morte, il senso distruttivo da quello costruttivo, la semplice aggressività verso l’altro da sé dall’omicidio.

Alla base di questi meccanismi c’è la scissione che per R. Speziale-Bagliacca si manifesta in forme diverse: “alcune persone possono essere ‘integrate’ nella vita affettiva e di lavoro, autenticamente affettuose, cordiali, empatiche e, allo stesso tempo, possono non sospettare un Sé distruttivo, particolarmente fragile, che pure è evidente agli altri. Esistono però anche individui perfettamente consapevoli di possedere parti distruttive e perverse, veri e propri Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con in più la coscienza del proprio doppio, i quali riescono a ingannare la percezione degli altri che rimane parziale (scissa, dunque), percezione che, in questo modo non riesce a cogliere i segni dell’attività di Mr. Hyde. L’ingannato – continua Speziale-Bagliacca – si badi, può essere, in casi non così rari, un analista esperto, aggiornato e non ingenuo.” (i corsivi sono dell’autore citato).

Sia nel primo che nel secondo caso è presente nella personalità scissa, inconsciamente o consciamente, il timore che la parte perversa e distruttiva non venga accettata e bonificata. Quando questa parte distruttiva nell’individuo prende il sopravvento si possono verificare situazioni gravi di omicidio, infanticidio, figlicidio o anche comportamenti di alta criminalità.

Non capire e non informare sulla psicodinamica di questi comportamenti patologici significa rimuovere gli effetti e non promuovere una profilassi della prevenzione.

Purtroppo le cause psicogene che portano un individuo alla dissociazione psichica sono di sovente trascurate o non considerate degne di attenzione. Per molti autorevoli psicoanalisti le più importanti sono:

  • la presenza di un genitore impersonale (Searl);
  • un trauma narcisistico per una punizione fisica grave, seguito da perdita dell’attaccamento libidico oggettuale (Federn, Nunberg, Sadger, Hendrick);
  • una repressione seguita da umiliazioni in rapporto alla situazione voyeuristica-esibizionistica (Sadger, Bergler);
  • una sublimazione non riuscita (Yaskin);
  • una sfida agli sguardi corrucciati dei genitori che volevano il soggetto, da bambino, quieto e fermo come un mobile (Searl);
  • l’attenzione rivolta verso l’interno anziché verso l’esterno (Schilder, Sidelberg, Bergler) che trasforma il paziente in un “osservatorio psichico” (Reik);
  • un tentativo di sfuggire ad una punizione psichica o fisica, l’evirazione (Sadger, Hen­drick);
  • una identificazione con il genitore frustrante, un conflitto di ambivalenza (Reik);
  • il conflitto tra l’impulso omosessuale e quello eterosessuale (Hesnard, Oberndorf);
  • la rabbia rimossa (Bird);
  • un tentativo per bloccare l’ansia (Arlow);
  • una carenza affettiva nel periodo di allattamento (Arlow);
  • e altre ancora.

Tutti questi ed altri fattori psicogeni, per quanto siano accompagnati da brillanti descrizioni e da teorie persuasive, non chiariscono da soli l’essenza del fenomeno della dissociazione psichica. Il punto: quali sono i meccanismi psichici alla base degli omicidi compiuti da persone che non erano delinquenti prima di commettere l’atto?

Se si indaga a fondo nella nevrosi di un individuo ci si imbatte in una parte del suo mondo in cui vigono fantasie distruttive fatte di aggressività, istinti aggressivi, crudeli ed egoistici, bisogno di dipendenza, grande bisogno di sicurezza e protezione, odio, invidia, gelosia, avidità. Da queste fantasie distruttive non risolte, si struttura nell’individuo una natura fatta di ambivalenza affettiva, in cui alberga una sistematica doppiezza, la sua natura sarà come la definisce C. G. Jung “passionale, primitiva, ctonia e animale”.

Inoltre queste fantasie distruttive, se rese coscienti, ossia se si ha il coraggio di parlarne e di farsi ascoltare, si neutralizzano nell’effetto, mentre se rimangono inespresse e soprattutto rimosse possono agire sotto forma di “fuga dal corpo”, determinando effetti imprevedibili: si intravede il percorso che porta l’individuo a trasformare in azioni i propri impulsi distruttivi e asociali. Adesso nell’individuo viene meno la paura di subire aggressioni incredibilmente crudeli da parte delle proprie fantasie distruttive, di essere cioè invaso da emozioni disorganizzanti e incontrollate e fra queste in primo luogo da rabbia e odio, che potrebbero minacciare la sua esistenza e quella degli altri: si trova quindi privo di controllo sulle proprie emozioni e sul mondo esterno. Questo è il momento più favorevole al verificarsi di una dissociazione psichica acuta e grave da cui – sottolinea N. Perrotti – può insorgere una crisi improvvisa che mette rapidamente in azione la natura distruttiva propria dell’Io automatizzato, fatto di emozioni che sono sentite come non controllabili e disorganizzanti, mentre la natura altruistica propria dell’Io autocosciente che controlla la realtà delle percezioni, avverte un cambiamento avvenuto dall’altra parte, nella natura istintiva, senza poter far niente. Dopo qualche minuto questa dissociazione scompare, la persona riacquista la consapevolezza della propria identità e del luogo in cui si trova ma nel frattempo può perfino aver commesso un omicidio.

Se la dissociazione psichica è un meccanismo che determina l’azione patogena, quello che realmente in questi individui va curato è la natura istintiva e distruttiva fatta di istinti bassi, di infantilismo e soprattutto di infantilismo perverso. È il mondo del sé inferiore descritto da C. G. Jung che, per dirla con S. Ferenczi, crea quei “pericolosi bambini adulti, che noi chiamiamo criminali”.

L’iperattivo domato

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

Ancora una volta torniamo sul tema dell’iperattività nei bambini e nei ragazzi, partendo dall’idea che:

  1. è difficile dare una definizione univoca di che cosa sia l’iperattività in un bambino, perché tutti i sintomi si trovano anche negli altri bambini, definiti normali o addirittura molto dotati;
  2. ancora oggi non esiste una classificazione specifica e certa del fenomeno e una definizione esatta del disturbo: la prima formula ADS (Attention-Deficit Sindrome), detta anche ADD (Attention-Deficit Disorder), è diventata ADHD (Attention-Deficit Hyperactivity Disorder); ma sono altresì in uso definizioni come sindrome ipercinetica, disfunzione cerebrale lieve, DAMP (Deficits in Attention, Motor control and Perception), disturbi dell’apprendimento, irrequietezza e di recente anche espressioni bizzarre quale bambino indaco;
  3. la diagnosi è controversa: Thomas Armstrong, nel suo libro Das Märchen vom ADSH-Kind, sostiene che questa diagnosi serve a costringere i bambini a comportarsi in un certo modo; il medico Peter Breggin, nel suo libro Talking back to Ritalin rifiuta in toto la diagnosi e la relativa terapia farmacologica, considerandola come una giustificazione della violenza sui bambini al fine di renderli docili. Più vicini alla soluzione sono quei medici che, come Stanley Greenspan, accettano l’esistenza del problema e la sua diagnosi, sottolineando tuttavia quanto questi siano – “stranamente”, si può liberamente aggiungere – amplificati. Greenspan, in particolare, considera molti sintomi dell’iperattività come reazioni di adattamento alla frenesia della società moderna.
  4. si rifiuta un approccio psicoanalitico che possa orientare genitori ed educatori alla spiegazione del problema e quindi alla prevenzione del comportamento patologico del bambino/ragazzo: per esempio, un terapeuta preparato e coscienzioso che ipotizza che sotto un comportamento iperattivo si nasconda una tendenza aggressiva o distruttiva i cui germi patogeni possono risalire fino alla primissima infanzia provoca una sicura presa di distanze, e il più delle volte si sente rispondere che “tutto questo aggiunge confusione in un mondo già caotico”. È paradossale d’altra parte essere costretti ad osservare che se, al contrario, la diagnosi è formulata addirittura dallo stesso insegnante la terapia diventa un obbligo assoluto.

I criteri normalmente usati per definire iperattivo un bambino/ragazzo, per quanto incerti, sono saldamente ancorati al fatto che egli:

  • dorme poco;
  • è euforico, irrequieto, sovreccitato, spesso cocciuto e aggressivo fino alla violenza fisica, interrompe di continuo, si immischia dappertutto, è troppo su di giri per chi lo circonda;
  • ha scarsa capacità di autocontrollo da cui deriva un notevole eccesso di movimento, che porta ad ogni sorta di disastri e si ripercuote negativamente, ad esempio, nella grafia;
  • non governa le emozioni e i rapporti sociali: l’impressione è quella di un bambino che non ha pace, esposto senza difese ai suoi bisogni e impulsi del momento, che può essere distratto in ogni istante ma al contempo respinge con energiche proteste ogni tentativo di controllo e guida che proviene dall’esterno;
  • quasi la metà di questi bambini possiede un lessico più ampio della media e sa usarlo da virtuoso per tartassare gli adulti con domande troppo complesse per la sua età;
  • ha una memoria straordinaria unita ad uno spiccato senso della giustizia, e rinfaccia di continuo agli adulti una qualche ingiustizia;
  • si pone verso l’ambiente che lo circonda in un atteggiamento di esasperante perfezionismo, tratto comune al bambino molto dotato;
  • è spesso di enorme disturbo ed infastidisce non poco i genitori, specie se questi ultimi preferiscono vivere tra abitudini consolidate e regole rigide;
  • vive con molta intensità la fase dell’opposizione che può prolungarsi fino all’età adulta, unita a volte all’ostinazione e all’abitudine a mentire e a rubare.

A questo punto alcune riflessioni.

Come mai questi bambini così irrequieti scelgono improvvisamente di calmarsi quando siedono per ore davanti ad una playstation?

C’è poi tanta differenza tra il bambino iperattivo e il cosiddetto “bambino griffato”, oppure il bambino che mostra una bramosia patologica e morbosa verso gli oggetti? La differenza risiede esclusivamente nel modo di esprimere, restando il contenuto ugualmente patologico nel primo, come nel secondo e nel terzo caso: di fatto però solo il primo è percepito socialmente come un grave problema, gli altri invece no. Sono forse funzionali al sistema consumistico globale senza regole dei Paesi industrializzati e al loro PIL . Oppure ancora non si è “scoperto” un farmaco per il bambino griffato o morboso!

I cosiddetti bambini iperattivi sono sempre in movimento e fanno diventare matti tutti gli altri. Ma in un adulto questa caratteristica prende il nome di flessibilità: una glorificata attitudine a muoversi e operare freneticamente che sembra necessaria ed indispensabile alla vita moderna e che fa diventare matti anche noi.

I cosiddetti bambini iperattivi vogliono tutto e subito, non conoscono l’attesa. Ma chi oggi non ha bisogno di tecnologie sempre più veloci, di computer da cambiare, di telefonini che dopo un mese di acquisto non soddisfano più, di una grande quantità di prodotti istantanei, pratici e veloci, relegando la effettiva qualità del prodotto/servizio all’ultimo posto? Chi ha educato il proprio figlio secondo la logica dei piatti pronti, dei fast-food, dei centri commerciali stracolmi di stimoli violenti come sostituti di una passeggiata al parco, di quei mobili comprati ieri e già oggi considerati roba vecchia e da sostituire di corsa, non deve meravigliarsi di avere un figlio iperattivo, perché questo bambino è fortemente coerente con la logica genitoriale.

I cosiddetti bambini iperattivi non sanno relazionarsi, sono egocentrici e ignorano la pulsione sociale. Ma gli adulti hanno trasferito la propria vita davanti a televisore, internet e compagnia bella, rinunciando con ciò a capire i vissuti emozionali degli altri, bollati come pesanti e noiosi, e diventando sempre più freddi e disincarnati di fronte alla sofferenza e al dolore.

E così avanti all’infinito a considerare sempre più analogie tra il fare adulto patologico e quello infantile.

È beffardo il destino di un bambino diagnosticato iperattivo o con sindrome ipercinetica il cui padre è un bancario che si interessa al denaro ed è chiuso a tutto il resto, dedica poco e nulla a moglie e figli perché non ha tempo, vive in continuo movimento e confonde lo stare dentro la famiglia con lo stare fuori, e per questo la famiglia non può toccarlo e forse ha dimenticato perfino le sembianze del suo volto: è pieno fino all’orlo di proprie tematiche legate soprattutto alla professione e passa da un ritmo frenetico ad un altro. Il figlio è una vera vittima designata e nulla vieta di pensare che esprima il sintomo che proviene dal padre, ma che il padre non ha neanche più la voglia e il tempo di riconoscere in se stesso.

Educatori addestrati nell’analisi del disegno infantile

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia, Madri e padri, Prima infanzia, Scuola e istruzione

Nell’attuale contesto della psicoanalisi infantile l’utilizzazione del disegno è pratica corrente. Il disegno è per il bambino il miglior modo di espressione simbolica, intermedio tra il gioco e la parola. Il bambino è capace di utilizzare il disegno come l’equivalente delle libere associazioni utilizzate nell’analisi degli adulti. Infatti un analista esaminando i disegni del suo piccolo paziente si accorge che il bambino trascura quei pochi valori morali tipici della sua età, cancella o non bada alle conseguenze delle sue rappresentazioni artistiche, proclama la libertà degli impulsi come fini a se stessi, non evita la sua nevrosi, anzi la manifesta con precisi tratti di impulsività morbosa, sensi di colpevolezza, identificazioni anormali. Tutto ciò che viene prodotto nel disegno infantile, sia esso normale o disturbato, è collegato al mondo interiore dello psichismo infantile ma soprattutto con il suo mondo pulsionale: proprio il disegno dà al bambino l’occasione di proiettare vissuti che racchiudono i tanti errori compiuti dall’ambiente in cui è vissuto.

Il disegno, come il gioco, permettendo una buona visualizzazione delle cause di una patologia infantile, può essere usato in maniera efficace e opportuna non solo in analisi infantile ma anche in tutti i contesti educativi che hanno come oggetto di studio il bambino.

Si potrebbe simbolicamente dividere l’uso del disegno in un àmbito curativo e un àmbito educativo, per rendersi conto che in entrambi si cercano le stesse finalità; la differenza essenziale sta nel fatto che mentre un analista infantile analizza i motivi inconsci nella produzione artistica del bambino, l’educatore ne scorge quelli reali o comportamentali. È quindi di grande utilità che un educatore sia in grado di leggere i tanti motivi inconsci che permeano il disegno del bambino, non per curare ma per poter educare correttamente, giovandosi fino in fondo dei vantaggi di una comprensione psicoanalitica.

Gli educatori orientati alla psicoanalisi chiedono al bambino di pronunciarsi liberamente, giocando e disegnando secondo i propri capricci, consapevoli che si tratta del miglior modo per sciogliere i conflitti infantili. Essendo addestrati sui motivi inconsci che sottostanno al fare infantile riescono ad ottenere una migliore comprensione, per poter poi agire su ogni cattiva abitudine strettamente correlata ad un’educazione non corretta, ricevuta anche in un passato recente. Marie Bonaparte è convinta che “le nevrosi e gli sviluppi sbagliati producano un’infinità di sofferenze e di danni per l’individuo, la famiglia, la società e la nazione” e se ne può dedurre un invito ad utilizzare tutti i mezzi che la psicoanalisi mette a disposizione per prevenire e curare.

Se l’educatore perde il mondo infantile del desiderio e della pulsione o, ancora peggio, non riesce a gestire gli strumenti per coglierlo, rischia di negare molte cose che il bambino raffigura nel suo disegno, o di trarre conoscenze sbagliate e incomplete. È un grave limite non comprendere che il bambino con un foglio e una matita è capace di rappresentare la propria emotività infantile e il suo Io corporeo normale o patologico. Non comprendere la patologia infantile racchiusa in un disegno, diretta conseguenza – è il caso di ripeterlo – di errori educativi commessi nella prima infanzia, genererà senz’altro future patologie deformanti, difetti del carattere, perversità polimorfa e riduzioni della capacità produttiva.

Lo psicoanalista infantile sa molto bene che le nevrosi adulte possono in molti casi essere prevenute o guarite già durante l’infanzia: diventa decisiva la capacità di genitori ed educatori di cogliere gli indizi di una nevrosi imminente o futura e garantirsi così la possibilità di correggere gli impulsi del bambino. Il disegno e il gioco, in quanto principali strumenti educativi, devono da subito sostituire rimproveri, intimidazioni, divieti, minacce, severità e condanne, che incrementano nel bambino in modo morboso il senso di colpevolezza, confondendolo a tal punto da perdere la fiducia nei genitori o negli stessi educatori. Probabilmente gli stessi educatori scelgono quest’ultima strategia educativa perché sono in realtà influenzati dal morboso timore del proprio mondo interiore, ma intanto compromettono l’armonia tra il bambino e i suoi impulsi, tanto desiderabile per la sua maturità e per una sana capacità di amare. A questo proposito Heinrich Meng dice: “L’impulso sessuale viene tramutato in qualche cosa di cattivo e di colpevole, e lo sviluppo sessuale normale viene turbato. La rimozione che si avvera sotto la pressione di una paura di colpevolezza apre la strada alla nevrosi”.

Solo chi ha visto nel bambino il miglioramento che si verifica nel suo comportamento, la gioia di vivere che esprime, l’aumentata facoltà di adattarsi alla vita, sente il bisogno e la necessità di propagare tra gli educatori o gli stessi genitori la diffusione di conoscenze psicoanalitiche.

L’attaccamento del bambino alla madre

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia, Prima infanzia

La pausa fa parte di un ritmo autentico. Se è lunga rischia di diventare inerzia, quindi va declinata con il movimento: solo così il ritmo che ne deriverà sarà continuo e armonioso. Nulla è meglio di un articolo corposo per ricominciare.

Ricerche ultime dimostrano la correlazione persistente tra schemi di attaccamento lungo l’arco della vita e il loro influsso sullo sviluppo degli aspetti caratteristici della personalità e della psicopatologia. In base a ciò, si è andato intensificando l’interesse per la teoria dell’attaccamento, la quale venne elaborata inizialmente da J. Bowlby per spiegare alcuni schemi di comportamento caratteristici nelle relazioni tra i bambini piccoli e i loro genitori.

Storicamente la teoria si è sviluppata a partire dalla psicoanalisi delle relazioni oggettuali ed ha incorporato concetti tratti dalla teoria dell’evoluzione, dall’etologia, dalla teoria del controllo e dalla psicologia clinica (Bowlby, 1988).

Bowlby elaborò il concetto di comportamento di attaccamento, che “è quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1989).

Il comportamento di attaccamento è evidente soprattutto nella prima infanzia, anche se può essere osservato lungo tutto l’arco della vita, per esempio negli adolescenti e negli adulti. Riesaminando la natura del legame del bambino verso la madre, Bowlby trovò che “fosse utile considerare tale legame come la risultante di un preciso e in parte preprogrammato sistema di schemi comportamentali che nell’ambiente normale si sviluppa durante i primi mesi di vita e ha l’effetto di mantenere il bambino in una più o meno stretta prossimità con la figura materna”(1989).

Scopo del comportamento di attaccamento, per Bowlby, è ricevere protezione.

Le ricerche che Mary Ainsworth condusse, a partire dagli anni Cinquanta, aprirono la seconda fase degli studi sull’attaccamento.
Dopo aver lavorato inizialmente alla Tavistock Clinic di Londra con Bowlby, la Ainsworth trascorse un paio di anni a studiare le madri e i bambini in Uganda (1963, 1967).

Fu colpita dal fatto che i bambini, una volta in grado di muoversi autonomamente, usavano le madri come una base sicura da cui partire per le loro esplorazioni. A otto mesi di età, quasi tutti i bambini che avevano una figura materna stabile nei cui confronti sviluppare un attaccamento, si allontanavano dalla madre per escursioni esplorative e a lei ritornavano di tanto in tanto. Se, invece, la madre si assentava, tali escursioni diventavano molto meno evidenti o cessavano. A partire da queste osservazioni, la Ainsworth sviluppò i concetti di “base sicura” (sure base) e di “porto fidato” (safe haven):

  • una madre normalmente attenta fornisce al figlio una base sicura da cui egli può partire per esplorare;
  • un porto fidato a cui può far ritorno quando è turbato o spaventato.

Secondo Bowlby (1988), questi concetti sono cruciali per capire come una persona emotivamente stabile si sviluppi e funzioni per tutta la vita.

La Ainsworth classificò i bambini in tre gruppi principali, utilizzando due criteri discriminanti:

  1. quanto o quanto poco essi esplorassero in presenza della madre o in sua assenza;
  2. come trattassero la madre quando era presente, quando si allontanava e, soprattutto, quando ritornava dopo essere stata assente.

Il primo gruppo è quello dei bambini che mostrano un attaccamento sicuro:

  • il bambino ha fiducia nella disponibilità, nella comprensione e nell’aiuto che la madre gli darà in caso di situazioni avverse o terrorizzanti. Grazie a questa sicurezza, si sente ardito nell’esplorare l’ambiente esterno;
  • utilizza la madre come una “base sicura”, tenendo conto dei suoi spostamenti e tornando a lei di tanto in tanto. Questo comportamento viene promosso quando la madre è facilmente disponibile, sensibile ai segnali del bambino, e pronta a rispondere con amore alle richieste di protezione e/o conforto del bambino;
  • quando la madre si assenta per un breve periodo, al suo ritorno viene accolta con calore.

L’attaccamento dei bambini del secondo gruppo è definito di resistenza angosciosa o di resistenza ambivalente:

  • questi bambini esplorano poco e presentano, invece, comportamenti stereotipati come il succhiarsi il pollice o il dondolarsi. Sono costantemente angosciati per gli andirivieni della madre, piangono molto in sua assenza, ma sono oppositivi e difficili al suo ritorno;
  • il bambino non ha la certezza che la madre sia disponibile o pronta a rispondere e a fornire aiuto. A causa di questa incertezza, il bambino è sempre incline all’angoscia di separazione, tende a piagnucolare e ad aggrapparsi, e l’esplorazione del mondo esterno gli crea ansietà;
  • questo schema comportamentale viene favorito da una figura materna che solo in alcune occasioni è disponibile ed aiuta, e viene facilitato anche dalle separazioni e dalle minacce di abbandono usate come mezzo di controllo.

Nel terzo gruppo, lo schema di attaccamento è definito di evitamento angoscioso:

  • durante l’assenza della madre, i bambini concentrano la loro attenzione sui giocattoli e non danno segni di pianto. Evitano attivamente la madre e la ignorano quando ritorna dopo un periodo di separazione. In casa, la maggior parte di questi bambini mostra rabbia marcata nei confronti della madre e ansia quando non sa dove si trova;
  • il bambino non si sente sicuro che quando ricercherà le cure, riceverà aiuto, ma al contrario si aspetta di essere rifiutato;
  • le madri di questi bambini respingono costantemente il figlio quando si avvicina loro per cercare conforto e protezione.

M. Main (1991), collega della Ainsworth, aggiunge un quarto tipo di attaccamento definito disorientato-disorganizzato, che si ha quando:

  • le madri sembrano arrabbiate, inespressive e non amanti del contatto fisico con il bambino. Alcune rimproverano in tono irritato, alcune scherniscono, altre parlano sarcasticamente al o del bambino;
  • i bambini non salutano la loro madre, ma la evitano deliberatamente, si avvicinano alla madre brevemente, ma voltando la faccia e poi ritraendosi da lei, o, invece di avvicinarsi alla madre, si mettono con la faccia verso l’angolo della stanza, come affrontando una punizione.

Per Bowlby (1988), l’ipotesi più plausibile “è che nel tenersi a distanza da questo tipo di madri il bambino stia in realtà evitando di venire trattato di nuovo in modo ostile”.

La teoria dell’attaccamento è stata utilizzata non solo per spiegare lo sviluppo della personalità, ma anche l’eziologia e le manifestazioni di alcune psicopatologie.

Per il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-IV) la caratteristica fondamentale del Disturbo Reattivo dell’Attaccamento (DRA) è “una modalità di relazione sociale, notevolmente disturbata e inadeguata rispetto al livello di sviluppo, che si manifesta in quasi tutti i contesti, che inizia prima dei 5 anni ed è associata ad un accudimento grossolanamente patologico” (1996).

Il DRA presenta due tipi di sintomatologia clinica che sono stati conservati anche dal DSM-IV: il Tipo Inibito e il Tipo Disinibito.

Nel Tipo Inibito, il bambino “è persistentemente incapace di dare inizio alla maggior parte delle interazioni sociali e di rispondere ad esse in maniera adeguata al suo livello di sviluppo” e “mostra modalità di risposta eccessivamente inibite, ipervigili, o altamente ambivalenti (per es., attenzione fredda, resistenza alle tenerezze o un misto di approccio ed evitamento)”(1996).

Nel Tipo Disinibito, vi è una modalità di attaccamento diffuso: il bambino mostra socievolezza indiscriminata o una mancanza di selettività nella scelta delle figure di attaccamento; prevalgono interazioni sociali scarsamente modulate con persone estranee.

Vediamo nello specifico quali sono i criteri che permettono di diagnosticare un Disturbo Reattivo dell’Attaccamento:

  1. una modalità di relazione sociale notevolmente disturbata e inadeguata rispetto al livello di sviluppo in quasi tutti i contesti, con inizio prima dei 5 anni di età;
  2. persistente incapacità di dare inizio alla maggior parte delle interazioni sociali o di rispondere ad esse in maniera adeguata al livello di sviluppo, come manifestato da risposte eccessivamente inibite, ipervigili, o altamente ambivalenti e contraddittorie (per es., il bambino può rispondere a coloro che se prendono cura con un misto di avvicinamento, evitamento, e resistenza alle tenerezze, o può mostrare un’attenzione fredda);
  3. legami diffusi come manifestato da socievolezza indiscriminata con notevole incapacità di mostrare attaccamenti adeguatamente selettivi (per es., eccessiva familiarità con parenti lontani o mancanza di selettività nella scelta dei personaggi di attaccamento).

Lieberman e Pawl (1988, 1990) definiscono i disturbi dell’attaccamento come distorsioni della base sicura e descrivono tre tipi di attaccamento disordinato che illustrano con degli esempi clinici.

  1. Il primo tipo, caratterizzato da imprudenza e propensione agli incidenti, descrive i bambini piccoli che non si girano indietro a controllare l’agente delle cure nei momenti in cui i loro sistemi di attaccamento dovrebbero essere attivati.
  2. Nel secondo, il cui tratto saliente è l’inibizione dell’esplorazione, il bambino piccolo non sembra desiderare di allontanarsi dalla base sicura che l’agente di cure gli offre.
  3. I bambini del terzo tipo, infine, mostrano una competenza precoce nel badare a se stessi e nell’autoproteggersi, ma sembrano invertire la relazione con i loro genitori, in quanto tendono a farsi carico della responsabilità di prendersi cura di loro.

Nella Classification of Mental Disorders (Criteri ICD-10) i disturbi dell’attaccamento tracciati prima dei 5 anni di età sono:

  • risposte sociali ambivalenti fortemente contraddittorie che si estendono in vari contesti sociali (ma che possono variare da relazione a relazione);
  • disturbi emozionali pieni di infelicità, assenza di risposte emotive, reazioni di evitamento, risposte aggressive in situazioni stressanti proprie o altrui, e/o ipervigilanza timorosa;
  • evidenza di incapacità di stabilire relazioni sociali reciproche;
  • attaccamento ed aggressività infantile.

Greenberg, Speltz, e De Klyen (1993) hanno elaborato un modello che pone quattro fattori all’origine dei disturbi del comportamento aggressivo nel bambino:

  1. le caratteristiche individuali del bambino, come il temperamento o problemi neurologici;
  2. le relazioni di attaccamento;
  3. la presenza di eventuali fattori di stress all’interno della famiglia;
  4. il tipo di disciplina.

Alcune ricerche longitudinali della Ainsworth (1978), avevano evidenziato l’esistenza di un legame tra l’attaccamento evitante nell’infanzia e i comportamenti aggressivi o non compiacenti nei confronti dei genitori o dei pari durante l’infanzia stessa o durante il periodo prescolare. Altri studi di Matas, Arend e Sroufe (1978) hanno rilevato le relazioni che intercorrono tra l’attaccamento evitante e la rabbia repressa per la mancanza di contatto fisico o di tenerezza, per l’invadenza insensibile o il rifiuto di comportamenti di attaccamento da parte dell’agente di cure.

Quindi nella situazione di attaccamento del bambino alla madre si identificano i fattori di vulnerabilità e i fattori protettivi che interagiscono e indirizzano lo sviluppo del bambino verso percorsi adattativi o verso traiettorie patologiche. Più questi fattori sono noti più si permette ad una madre, ad un padre e soprattutto ad educatori orientati alla psicoanalisi di sciogliere i conflitti legati all’attaccamento e promuovere nuove soluzioni per risolvere l’angoscia infantile.

D’altra parte ignorare o peggio ancora non conoscere questi fattori significa esercitare la loro influenza nei vari sistemi evolutivi del bambino: fisiologico, affettivo, cognitivo e comportamentale-sociale.

A voi la scelta!