Introversi ed estroversi

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia, Infanzia e handicap

Durante i lunghi e pazienti anni della sua pratica clinica, Jung notò che per quanto grandi fossero le diversità tipiche dei suoi pazienti, vi erano in loro determinate caratteristiche a seconda delle quali essi potevano venire classificati in due gruppi nettamente distinti l’uno dall’altro: individui con atteggiamento introvertito ed individui con atteggiamento estrovertito.

Egli sottolineò che l’interesse dell’estrovertito si dirige verso l’esterno, ossia verso il mondo degli oggetti, mentre per l’introvertito conta maggiormente l’elemento interno, soggettivo, cioè il proprio mondo interiore. Questa tipologia, spiega Jung, non mira a dare una classificazione esaustiva dell’uomo, ma significa soprattutto per l’individuo una critica del suo atteggiamento cosciente: in qualche misura rappresenta la sua natura permanente senza per questo indicare uno schema rigido. Il tipo di atteggiamento è solo il fondamento generale dell’habitus psichico, è l’armatura o lo scheletro che predomina o modifica l’atteggiamento nei confronti dei contenuti vissuti. Esso si affianca a più funzioni psicologiche fondamentali che, nel corso dell’esistenza, l’individuo sente la necessità di sviluppare.

Le scoperte di Jung, che egli doveva al suo lavoro con pazienti adulti, furono trasferite da F. G. Wickes, psicologa junghiana dei fanciulli, nel trattamento di anomalie e disturbi dell’infanzia. La Wickes era consapevole, comunque, del fatto che occorresse uno studio molto profondo prima di poter stabilire a quale “tipo” appartenesse un individuo, specie se infante.

F. G. Wickes spiega che “esiste una serie di reazioni caratteristiche che rendono impossibile ogni incertezza sul tipo al quale il bambino appartiene in realtà” e che vi sono:

  1. Bambini pronunciatamente estrovertiti: fiduciosi, vivaci, pieni di entusiasmo, con un interesse vivo per ogni cosa nuova. In essi tutto suscita curiosità, ogni cosa va da loro osservata ed esaminata, tendono a comportarsi in maniera battagliera, conquistando con aggressività un posto nell’ambiente in cui si trovano;
  2. Bambini visibilmente introvertiti, riservati e poco socievoli, che rimangono timidi dietro gli altri e non si sentono all’altezza di quanto vi è intorno a loro, anzi si sentono aggrediti da ogni cosa. Se si trovano in un nuovo ambiente hanno bisogno di più tempo per abituarsi. Danno la sensazione che diffidano di tutto ciò che a loro non è familiare e spesso mostrano un aspetto scontroso e se forzati spesso reagiscono con il pianto. Se sorridono, il loro sorriso sembra estraneo alle cose, come il sorriso di uno che ci guarda dall’alto.

Questa distinzione benché chiara, deve essere applicata con prudenza, ossia non bisogna classificare gli atteggiamenti del bambino con eccessiva precipitazione: per esempio un bambino spaventato può essere un estrovertito che sia stato tanto viziato dalla mamma da sentirsi sperduto quando non è più aggrappato alle sue sottane, come similmente, un bambino che ci sembra di modi sciolti e cortesi, può anche esserlo per abitudine ed educazione, perché frequenta molta gente, ed appartenere lo stesso al tipo introvertito.

Secondo la mia esperienza clinica ho spesso constatato che spesso l’interpretazione del disegno infantile, quale mezzo di accesso all’inconscio, permette di identificare tratti di introversione e di estroversione presenti sotto diversi codici.

In situazione clinica, i bambini già nel “modo di fare un disegno” permettono di capire se sono tendenzialmente introvertiti o estrovertiti:

  1. Il bambino introvertito mostra una chiusura in se stesso o un timore esagerato: quando gli si chiede di disegnare prevale molta lentezza, una marcata meticolosità e precisione, una tendenza a non commentare ciò che disegna. Egli ha spesso bisogno di approvazione, di appoggio, di incitamento al coraggio nella riuscita di quello che sta facendo.
  2. Il bambino estrovertito nel disegnare mostra un’eccitazione emotiva, tanta agitazione, spesso disattenzione e aggressività incontrollata, immagina molto, obbedisce all’impulso del momento, ha una volontà tutta sua, commenta e dà un nome a tutto ciò che fa, è spesso distratto da altre cose. Ha bisogno di essere canalizzato verso lo scopo, di essere contenuto nella sua dispersione.

Nella presentazione che segue si è cercato di fare una classificazione tra i tratti sopracitati, cercando di associare ai contenuti del disegno i significati più comuni. È stata seguita una bibliografia valida ed attendibile di autori come C. Baudouin (1954),  G. H. Luquet  (1969),  A. M. Lambert-Farage (1985), Dolto-Marette (1948), L. Corman (1970), D. Passi Tognazzo (1975), A. Oliverio Ferraris (1973),  T. Giani Gallino (2000).

Se in un bambino predominano molti tratti introversi, è necessario portarlo verso un’integrazione dell’estroversione: il genitore o l’esperto deve saper educare lo stesso tratto, così come si educa un istinto. Allo stesso modo occorre comportarsi nella situazione opposta.

Va da sé che il disegno dei bambini, il loro senso dei simboli, la loro possibilità di raffigurazione e l’efficienza grafica varia con l’età e con le loro capacità motorie e intellettive: alcuni di loro sembrano dotati, fin dalla più tenera età, di un talento particolare per esprimersi graficamente, per rappresentare sia la somiglianza con la realtà, sia il movimento, sia la loro vita fantasmatica, ma l’aspetto che più interessa nell’analisi del disegno infantile è il rapporto che lega questa abilità grafica con l’affettività inconscia infantile.

È proprio con questa affettività inconscia trasferita nel disegno e con la competenza di un esperto nel leggere le immagini e saper tradurre con prudenza i significati simbolici, che il bambino può iniziare a riparare ad una dinamica psichica turbata.

L’età dei bambini in cui si possono identificare codici di introversione/estroversione può essere molto diversa: essa può variare dai tre agli undici anni ed oltre, poiché anche gli adolescenti danno molto significato autogeno a quello che disegnano.

Riferimenti bibliografici

Wickes, F. G. (1948). The Inner World of Childhood (New York: D. Appleton & C., 1927). Trad. it.: Il mondo psichico dell’infanzia (Astrolabio, Roma 1948).

Mia madre “Donna Ansia”

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri
L'incisione di Albrecht Dürer intitolata "Melencolia I", realizzata nel 1514. Fonte: it.wikipedia.org.

L'incisione di Albrecht Dürer intitolata "Melencolia I", realizzata nel 1514. Fonte: it.wikipedia.org.

Spesso si pensa che l’aumento catastrofico dell’ansia nelle donne e nelle madri sia legato all’attacco ai valori femminili: l’instabilità della famiglia, la scomparsa della famiglia numerosa, l’invasione tecnologica della casa, i cibi in scatola, l’aborto frequente, la spersonalizzazione della sessualità nell’educazione, l’enfasi educativa molto intellettuale – legata al logos e a danno dell’eros – e il ruolo della donna come salariata nell’industria e come manager nelle professioni.

Faye Pye (1972), analista junghiana, nel suo saggio “Il successo terapeutico nell’analisi di giovani donne” ci spiega indirettamente come queste donne, non risolvendo il loro conflitto interiore – che viaggia tra due opposti psichici in cui da un lato c’è quello che potremmo definire come radicamento in immagini e valori eterni e dall’altro una certa disposizione al mutamento – precipitano con il tempo in varie forme di paure senza limiti tra cui l’ansia è quella più evidente, soprattutto nelle madri.

Queste donne provengono da famiglie equilibrate, in quanto il matrimonio dei genitori è rimasto stabile, e da vari stadi della borghesia. Non hanno mai conosciuto la povertà o la discriminazione sociale. Hanno trascorso l’adolescenza a scuola ed in seguito hanno frequentato un istituto superiore per imparare una professione socialmente apprezzata che poi esercitano. Presentano una storia di vita familiare relativamente chiusa e tradizionale, in cui la madre è stata la protagonista, e si è dedicata solo alla famiglia. Era lei che prendeva tutte le decisioni riguardanti la famiglia e dominava nel rapporto matrimoniale, il padre era spesso introverso, timido e remissivo. Sono state guidate nella vita da una forza interiore ansiosa o – come dice H. Deutsch – da una tendenza intima all’ansia (H. Deutsch, 1977).

Da principio hanno sperimentato il sesso quasi con eroismo, ma non hanno provato profonde emozioni o soddisfazioni, in quanto ossessionate dalla segreta preoccupazione di non essere perfettamente donne, ma soprattutto belle. Sembravano cercare la prova della loro femminilità nel rapporto sessuale. Si sono dedicate ad un ideale di sviluppo e di conferma personale che impedisce il rischio e l’impegno emotivo, ricavandone nient’altro che un profondo senso di vuoto.

Il loro atteggiamento verso il matrimonio e la maternità è stato ansioso: considerati comunque come esperienze da non perdere assolutamente, ma allo stesso tempo come passi che incutono timore, nuove condizioni che implicano schiavitù, sottomissione e perdita dell’individualità.

Anche l’atteggiamento verso la propria professione è stato ansioso: un fatto da non trascurare, ma che non potevano accettare del tutto, per paura di allontanarsi dal matrimonio e dalla maternità.

Sembra che alla fine non abbiano sopportato l’idea d’impegnarsi nei due campi, poiché desiderano realmente un completo adattamento a ciascuno dei due opposti principi separatamente; cioè condurre contemporaneamente due vite differenti. Faye Pye spiega che è come se volessero essere uomo e donna, in una situazione psichica che potrebbe risolversi con la classica scelta alternativa tra matrimonio e carriera. Ma spesso non sono riuscite a risolvere questo conflitto.

Sia nel passato che nel presente, sembrano – almeno apparentemente – non aver vissuto alcun tipo di problematicità, grazie alla libertà dei costumi di una società moderna così generosa di prospettive, ma all’interno di sé sono state letteralmente dominate da un’identità turbata, dalla gravosa disarmonia psichica che deriva da stati d’animo ansiosi, non disgiunti da un crescente senso di intimo isolamento e da una confusione di fini e propositi.

L’intensità del conflitto psichico di questo tipo di donna si rivelerà più chiaramente nel suo ruolo di madre. Certamente alcune donne si sono adattate serenamente al loro ruolo materno e lo trovano ampiamente produttivo e soddisfacente. Altre invece sono diventate madri ansiose, donne psicologicamente infantili e delicate, sempre bisognose di appoggiarsi a qualcuno – prima si appoggiavano alla madre e al padre, oggi al marito – esigono continuamente prove d’affetto ricambiando col solo affetto che sanno dare, che è quello di un bambino, non certo quello di una madre.

Sono rimaste immature anche dopo il matrimonio o dopo aver concepito un figlio, tormentate da paure e da ansie, e spesso lo scopo principale della loro vita sembra essere stato sempre lo stesso: la cura della loro sterilità, soprattutto psichica. Sicuramente una volta madri, per loro è stato ed è difficile allevare i propri figli, perché non possiedono né armonia interiore, né stabilità emotiva, caratteristiche che permettono ad una madre un’idonea comprensione dei processi emotivi del bambino, di gran lunga più utile e benefica di qualsiasi cultura pedagogica e/o psicologica comune.

Queste caratteristiche psichiche deformate sono la vera causa delle reazioni emotive consce e inconsce amplificate che tali madri hanno ai problemi fisici o psichici del bambino: in esse il conflitto non risolto ha determinato paura, la quale oltrepassando certi limiti, è diventata patologica e morbosa, e si è trasformata in ansia.

L’ansia – dice I. Kant – è “un piolo della scala della paura”, così come lo sono l’angoscia, il terrore e lo spavento. Essa è un’emozione indefinita, senza oggetto, anonima, immotivata, laddove la paura è invece sempre uno stato definito e corrispondentemente motivato, riferentesi ad un oggetto o ad una situazione pericolosi, è per l’appunto paura “di qualcosa”.

Nel rapporto con il proprio figlio una madre può passare, senza esserne cosciente, da una paura all’inquietudine, all’ansia ed infine all’angoscia. Tutte queste sono forme accrescitive della paura, relative a qualcosa che si trova nel futuro: le differenze sono semplicemente legate all’intensità del disordine emotivo diffuso, senza un preciso contenuto di pensiero. Inoltre nella trasformazione della paura in ansia giocano un ruolo essenziale certi elementi nuovi o accidentali, spesso definiti “cause scatenanti” – una notizia, un pericolo esterno, un avvenimento non padroneggiabile, un affetto deluso, una malattia improvvisa, la morte di qualcuno, un fallimento sociale – che agiscono da veri e propri fattori di vulnerabilità, accelerando il precipizio della paura nei suoi derivati più distruttivi.

Se il conflitto ansioso si radica all’interno della personalità della madre, la fa oscillare vorticosamente tra due poli opposti di difficile integrazione (in gergo si chiama “angoscia della non-integrazione”): voler diventare madre e aver paura del parto e della morte, desiderare la nascita di un figlio ma aver paura di perderlo, dare al proprio figlio il meglio per la sua crescita e non sapersi separare da lui. In queste madri ansiose, che quasi sempre non sanno di essere tali, prevarrà inoltre un rapporto ambivalente con il figlio, fatto di sollecitudine affettuosa verso di lui e bisogno estremo di saperlo sempre vicino, dolorosa nostalgia ad ogni sua separazione e angoscia intollerabile, timore per la sua salute psico-fisica e veri stati d’ansia e fobia (H. Deutsch, 1977).

L’analisi di queste madri mostra che esse sono madri iperansiose: quanto più è forte la predisposizione ansiosa della madre, tanto più flebile sarà la sua capacità di tollerare la separazione dal figlio. Queste madri tendono ad essere eccessivamente preoccupate quando il figlio si allontana di pochi passi e gli danno spesso occhiate ansiose, lo prendono in braccio o lo trascinano vicino a sé se il bambino gli vola accanto, urlano se il figlio bisticcia con gli altri bambini, per coprirlo poi di baci furiosi se si mette a piangere: è facile capire che questa forma esagerata di dedizione serve a placare una forte disarmonia interiore, di cui queste madri non riescono a prendere coscienza. Una madre iperansiosa si comporta come se il figlio, che si allontana per giocare, sia minacciato da qualche pericolo e debba essere difeso da qualche disgrazia. Per un osservatore obiettivo, la paura della madre è assolutamente esagerata, perché in realtà non c’è ombra di pericolo: “La madre è costretta a proteggerlo da se stessa, a premunirlo contro se stessa” (S. Rado, 1928).

H. Deutsch spiega che una madre iperprotegge suo figlio perché “può darsi che in tutte le madri ansiose esista anche un tanto di ostilità rimossa verso il figlio; forse non esiste alcuna relazione umana, neppure quella tra madre e figlio, scevra d’impulsi di tal genere; ma la tendenza all’ansia nasce dal profondo bisogno di conservare la propria unità con il figlio, e il meccanismo reattivo agisce attraverso il grande amore per il figlio stesso, che non permette all’odio di manifestarsi se non per mezzo di una ipercompensazione, che genera nuovo amore” (H. Deutsch, 1977).

Il quadro si complica quando il conflitto ansioso, con i conseguenti terrori interni, è controllato dalla madre stessa, rigidamente, per mezzo di tecniche isteriche o, peggio ancora, ossessive.

Quando è prevalente l’aspetto isterico ed infantile, la madre non si comporta in modo ipocondriaco e anzi è affettuosa e premurosa se il figlio sta vicino a lei, mentre cade in uno stato di profonda ansia se solo il figlio si allontana ed esce dal suo raggio visivo. È la tipica madre che tende a non guidare il figlio alla ricerca dell’estraneo perché in continua apprensione per il suo allontanamento esplorativo: è esclusivamente attenta all’ambiente esterno piuttosto che all’esperienza soggettiva del bambino, vive la relazione con suo figlio in una forma di isolamento egosintonico, cronico ed insopportabile.

Al contrario, le madri ossessive provano meno questo tipo di ansia: nel rapporto con il figlio mostrano freddezza emozionale e il calore affettivo viene sostituito da una educazione molto rigida e scrupolosa, che tende alla perfezione sia da parte della madre che da parte del figlio. L’atteggiamento ansioso di questo tipo di madre verso il figlio è spesso inconsapevole e crea in lei comportamenti patologici: inespressiva quando nutre il figlio, l’accudisce o lo fa addormentare, è pronta a proporre suoni artificiali (carillon, suoni elettronici) piuttosto che la sua voce; quando gioca usa maniere ripetitive e stereotipate, si rivolge al bambino con una frequenza di comandi, tiene d’occhio continuamente ogni sintomo di malattia del figlio per poi curarlo ossessivamente, trascura o ha paura di ogni forma di intimità con suo figlio, ha comportamenti esagerati e rigidi di fronte alle richieste del figlio.

Spesso coniugi e parenti vicini a queste donne “cronicamente ansiose” su base isterica o ossessiva:

  • si sentono quasi travolti, e di conseguenza spinti a fare qualcosa per portare loro sollievo;
  • sono sconvolti dai sintomi derivanti dall’ansia, e alla fine ne restano contagiati nel loro equilibrio emotivo;
  • istintivamente le rassicurano eccessivamente, pensando che protezione e sicurezza sia la giusta risoluzione per alleviare il più rapidamente possibile il loro stato patologico;
  • tendono a banalizzare le situazioni ansiogene che queste donne presentano, facendole rientrare nei classici fenomeni di distress.

A queste donne i farmaci ansiolitici dovrebbero essere prescritti con cautela a causa del rischio di dipendenza, mentre una psicoterapia favorirebbe lo sviluppo di un senso di sicurezza nelle proprie capacità di tollerare e ridurre l’ansia, soprattutto quando il terapeuta è capace di formulare l’esperienza affettiva della paziente e di dare parola, senso e significato a molti dei suoi stati affettivi precedentemente non definiti (Stern, 1997).

Scrive M. Khan (1979):

Non sarà mai abbastanza sottolineato il ruolo essenziale svolto dalla madre nella scoperta che il bambino fa delle sue pulsioni, delle capacità dell’Io e del proprio corpo come oggetto, così come degli oggetti esterni al Sé (Kris, 1951). Perciò la qualità dell’influenza delle cure materne ha una conseguenza davvero fatale per il modo in cui le possibilità innate dell’infante si differenzieranno in effettive capacità e funzioni (Greenacre, 1960; Winnicott, 1960; A. Freud, 1953). La personalità della madre ha una parte decisiva e lascia una impronta su “i procedimenti attraverso i quali il piccolo corpo infantile crea per sé stesso l’inizio di una mente” (A. Freud, 1953).

Infine Winnicott (1948), citato dallo stesso M. Khan, ci lascia un’affermazione quanto mai esplicita a proposito dei bambini la cui affettività e il cui sviluppo psicosessuale sono stati disturbati e deformati dalla patologia ansiosa o depressiva della madre:

Si vedrà come questi bambini, nei casi estremi, abbiano un compito che non potranno mai assolvere. Devono prima di tutto affrontare l’umore della madre: riuscire in questo compito significa soltanto riuscire a creare un’atmosfera in cui poter cominciare una propria vita.

Riferimenti bibliografici

Deutsch, H. (1977). The Psychology of Woman, A Psychoanalytic Interpretation. 2: Motherhood (New York: Grune & Stratton, 1945). Trad. it.: Psicologia della donna. Studio psicoanalitico. Vol. 2: La donna adulta e madre (Boringhieri, Torino 1977).

Rado, S. (1928). An Anxious Mother: A Contribution to the Analysis of the Ego (Int. J. Psyco-Anal., Vol.9.).

Stern, D. B. (1997). Unformulated Experience: From Dissociation to Imagination in Psychoanalysis (Analytic Press, Hillsdale, NJ).

Khan, M. M. R. (1979). Alienation in Perversions (London: Hogarth Press, 1979). Trad. it.: Le figure della perversione (Bollati Boringhieri, Torino 1979).

San Valentino nel Paese dei Bambini

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia
Bimbi a San Valentino. Foto tratta da lacquarellodimina.blogspot.com.

Bimbi a San Valentino. Foto tratta da lacquarellodimina.blogspot.com.

Voi che sapete
Che cosa è amor,
Donne, vedete,
S’ io l’ho nel cuor.

Cherubino ne “Le nozze di Figaro” di Wolfgang Amadeus Mozart

Theodor Reik, discepolo di Freud, ci narra che un vecchio poeta austriaco chiedeva a se stesso: “Dimmi, da dove viene l’amore?”. E la risposta che dava a se stesso era: “Non viene da nessuna parte; c’è”. La risposta può suonare altamente poetica, ma a giudicarla con un buon distacco ci dice che nell’individuo un amore può solo esistere, non si può inventare.

Spesso l’amore del mondo degli adulti è, in un primo tempo, estasi, beatitudine o passione ardente ed irresistibile, e riesce successivamente a trasformarsi in una copia sfocata di ciò che era all’inizio, in desiderio sessuale sfumato, tenero affetto o – ancora peggio – leggera fantasia, stati d’animo che tradiscono meccanismi di autoconsolazione o autocompensazione.

Ci sono casi in cui quell’amore ardente iniziale si trasforma in amore morto, in maligna emozione intrisa di aggressività, odio, separazione. In altri casi emerge col tempo uno stato d’animo di insoddisfazione, di incompletezza, una sorta di nostalgia o di solitudine, una sensazione di carenza.

È il destino più frequente dell’ipocrisia della festa di San Valentino e degli innamorati: l’amore festeggiato in un momento felice della propria storia troppo facilmente si trasforma nel suo opposto!

Come una persona ama, in quale momento, in quali particolari condizioni, dipende dal tipo di persona che egli è, dalle tendenze in conflitto nel suo intimo.

Queste oscillazioni così accentuate tra amore e negazione dello stesso amore, tipiche del giovane o dell’adulto, non sono presenti in una psiche infantile, ingenua e primitiva: il bambino ama in modo molto più coerente, è capace di passioni ardenti e sembra realizzare facilmente l’amore, proprio laddove l’adulto spesso fallisce. Per il bambino amare significa “attuare qualcosa”, essere riempito e riempire di gioia, è creazione, gioco, parola, sentimento, pensiero e fantasia.

Si potrebbe persino dire che amare “come si deve” è cosa che appartiene solo ai bambini: questi piccoli esseri capaci di amare sono già artisti, musicisti, poeti e pittori.

Ma la capacità di amare del bambino va oltre:

  • un bambino desidera di essere amato nella maniera più sublime, con carezze e tenerezze materne, con gli occhi innamorati di un padre, o ancora con l’ammirazione empatica di un maestro;
  • un bambino privo di affetto e di amore accarezza se stesso, dandosi amore nell’immaginare personaggi di fantasia che pur senza esistere sono capaci di amare;
  • un bambino costretto da una malattia in un letto d’ospedale immagina l’angelo che lo ama e grazie a lui prende forza per vivere;
  • un bambino abbandonato da un genitore mai esistito e incapace di amare gli insegna quell’amore mai ricevuto, desiderando un suo abbraccio in ogni momento della sua vita;
  • un bambino costretto a lavorare troppo presto continua nel fondo del suo cuore a gioire per un giocattolo che mai riceverà;
  • un bambino costretto ad imbracciare mitra o fucili è pronto a sparare per amare coloro a cui appartiene.

Un’antica leggenda narra che il giardino della casa di San Valentino era un luogo di gioia ed amore, dove spesso gli abitanti della città di Terni si recavano, per ricevere i preziosi consigli del santo. Particolari ed abituali frequentatori del suo giardino erano i bambini, che vi si recavano per giocare: Valentino, rallegrato dalla loro spensieratezza e della loro purezza, spesso si fermava ad osservarli, soprattutto per essere certo che non corressero pericolo alcuno. Quando il sole iniziava a tramontare, egli si recava tra loro e a ciascuno regalava un fiore, che i bambini avrebbero dovuto portare alle loro mamme: solo un piccolo stratagemma, per essere certo che i fanciulli si dirigessero subito a casa, senza far troppo tardi!

La festa di San Valentino dovrebbe essere dedicata solo a chi è capace di amore autentico e quindi più ai bambini che a degli adulti innamorati.

A proposito di Eluana

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

bambino

Ha poco senso opporsi all’idea di morte elaborata da un genitore sul proprio figlio costretto a vegetare. È opportuno invece elaborarla ed attraversarla con lui.

Le parole dell’analista junghiano Luigi Zoja:

L’orientamento inconscio si volge alla morte in misura crescente con il crescere dell’età, e spesso anche con il sopravvenire di gravi malattie.
[…]
La crescente
medicalizzazione della vita, studiata polemicamente per esempio da I. Illich [ndr: in Nemesi medica (Boroli Editore, Milano 2005)], entra in forte contrasto con quegli anni – non troppo lontani – in cui nascita e morte avevano luogo in casa ed erano amministrate dalla gerarchia famigliare. Oggi entrambe si sono trasferite in ospedale, sotto la supervisione di una gerarchia di tecnici affettivamente e psicologicamente estranei.
Questa scelta sanitaria si rifà ad un concetto di sanità dimentico delle esigenze psichiche.
[…]
Oggi il ricovero impone la rinuncia ad ogni ruolo che non sia quello passivo di paziente, di oggetto della tecnologia medica.
[…]
La nostra è una società positiva: interessata alla crescita, alla produzione e alla crescita della produzione. L’idea della morte – idea naturale fino a poche generazioni fa – crea oggi imbarazzo e vergogna. L’uomo moderno prova, di fronte alla morte, oltre al naturale dolore per la rinuncia della propria vita, una nuova sofferenza legata al nuovo tabù. Morire è vergognoso.
[…]
I valori dominanti, riflessi dai mass media, ci danno il quadro di una società ipomaniacale e unilateralmente giovanilista. È sufficiente accendere a caso radio o TV per notare che l’uomo medio che ci propongono – o a cui si rivolgono – è molto estroverso, attivo, sano: scarsi sono i segni fisici, ma soprattutto psicologici, della vecchiaia.
Se stiamo alla pubblicità, all’uomo medio sono necessari molti beni di consumo. Ma questi beni sono legati ad un artificioso giovanilismo.
[…]
La Gordon riporta una serie di storie africane legate alla morte. Ad esempio, Dio chiese agli uomini se preferivano vivere in eterno o morire. Gli uomini osservavano che, tra nuove nascite e immortalità, in breve non ci sarebbe più stato un angolino libero sulla terra. Così, saggiamente, scelsero di morire.

Aniela Jaffé riporta che C. G. Jung, a ottantacinque anni, scrivendo ad una donna preoccupata per la malattia di un amico, diceva:

Cerco di accettare la vita e la morte. Se scoprissi di non essere pronto ad accettare l’una o l’altra, mi interrogherei sui miei motivi personali. […] Nelle situazioni estreme della vita e della morte una comprensione e un discernimento globali sono della massima importanza. Sono i fattori irrinunciabili della nostra decisione di andare o di rimanere, di lasciare andare o di non lasciare andare.

Pur continuando ad asserire l’impossibilità di una risposta oggettiva ad un padre che decide la morte di una figlia in coma vegetativo, teniamo da una parte stretta la vita, ma dall’altra concediamo spazio alla morte.

Riferimenti bibliografici

Von Franz M.-L., Frey-Rohn L., Jaffé A., Zoja L. (1984). Im Umkreis des Todes (Zurich: Daimon Verlag, 1980). Trad. it.: Incontri con la morte (Raffaello Cortina Editore, Milano 1984).

Una maschera di nome bullo

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Madri e padri, Scuola e istruzione

Il disegno, così come il gioco, ha un valore primario durante l’infanzia (nel periodo che va indicativamente fra i due e i nove anni) che non si esaurisce necessariamente con l’avvicinarsi dell’adolescenza: si avvia invece a rappresentare un segno tangibile di energie psichiche liberatorie organizzate secondo un lessico personale, che fa capo a vissuti emozionali, attuali o risalenti all’infanzia del soggetto.

Infatti è soprattutto durante la pubertà che il ragazzo, grazie ad una mente fondamentalmente ingenua – priva di pregiudizi ed attribuzioni – e a curiosità e capacità di meravigliarsi, può meglio percepire aspetti della realtà e misteri del mondo. È spesso l’occasione per giocare e mettere alla berlina, soprattutto nella rappresentazione grafica, stereotipi, vizi e patologie giovaniliste: la carica fortemente sessuale di questo periodo con il suo enorme vocabolario di forme, colori e composizioni, è determinante a questo scopo.

In virtù della sua imperfezione il mondo infantile e adolescenziale diviene luogo originario in grado di dare un senso compiuto a molti fenomeni legati alla violenza, all’ingiustizia, alla povertà emozionale: l’espressione tramite il disegno sta ad indicare che spesso il ragazzo non si inibisce nella narrazione figurativa di un fenomeno che gli appartiene direttamente o che teme di subire, o ancora peggio di cui è stato vittima, ma invece è spinto da una genuina forza interiore che, lungi dal portare a coprire ingannevolmente il fenomeno, piuttosto lo fa emergere.

Perfino quando gli procura sofferenza, spesso il ragazzo non si sottrae dal commentare graficamente un’esperienza vissuta in prima persona: un esempio per tutti è rappresentato dai disegni di ragazzi ospedalizzati, in cui essi stessi mettono subito in evidenza la loro situazione di disperazione raffigurando i lettini sui quali giacciono, le flebo attaccate al loro corpicino, punture interminabili e con aghi enormi, gli occhi vitrei o al contrario commossi degli operatori ospedalieri.

Spesso poi succede che quando il ragazzo si trova di fronte ad un fenomeno imprevedibile ed aggressivo – come per esempio un atto di bullismo – ricorra a modalità espressive particolari, quali la forma caricaturale o la fumettistica, ed usi segni grafici strambi e bizzarri: si tratta di modalità utilizzate per scaricare al meglio l’ansia e l’angoscia sotterranea e trasformare quel vissuto inaccettabile in qualcosa di buffo e quindi meno insidioso. Si tratta di una maschera: il fenomeno dietro di essa però è abbastanza nitido, soprattutto ad un occhio esperto.

È quello che è accaduto ai ragazzi che hanno partecipato al concorso di disegno “La scuola e il bullo”, proposto e realizzato da Ri-vivere in collaborazione con alcune scuole della provincia di Bari.

Il concorso chiedeva ai ragazzi, singolarmente o in gruppi, di raffigurare un bullo così come dettato dalla propria immaginazione e, nel caso in cui avessero vissuto anche una particolare esperienza, di descriverla tramite la rappresentazione grafica.

Così si sono cimentati cercando di interpretare segni come lo sguardo, i gesti, le espressioni facciali o lo stesso tono di voce del bullo: si è trattato per molti di essi di una vera e propria impresa percettiva, in quanto riconoscere visualmente e raffigurare il bullo ha significato per molti di loro immaginarlo, entrare nella scena, discutere animatamente di lui, dei suoi umori, delle sue ansie travestite di un’atroce senso di onnipotenza, del suo linguaggio deviato, delle sue tendenze morbose al possesso.

Analizzando i numerosi disegni realizzati è emerso come, sia singolarmente che in gruppo, i ragazzi siano stati capaci di leggere e rappresentare i tratti salienti della figura del bullo, usando perfino le medesime modalità espressive: un certo humour, la ricerca del caricaturale, del grottesco e del deformato.

Poter approfondire il tema con l’uso di battute grafiche o caricature è stata per loro una ghiotta occasione: ne è uscita una vera e propria maschera del “bullo”, che può e deve essere utilizzata nello stesso contesto scolastico come strumento utile ad penetrare il fenomeno per giungere a considerarlo, distanziandosi per un momento dai pur gravi eventi deleteri che talvolta ne scaturiscono, per quello che realmente è e cioè la manifesta disperazione di bambinoni infelici, quali soggetti fortemente “dipendenti dalla madre”. Ciò varrebbe perfino per delinquenti incalliti grandi e grossi, perché l’origine profonda del loro comportamento è lo stessa.

Esaminando alcuni disegni più da vicino, era impossibile non soffermarsi su alcuni in particolare.

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

Colpiscono i tratti di rigidità e durezza con cui sono resi alcuni tratti dei bulli:

  • bocca deforme, troppo grande e sproporzionata, che esprime problemi orali: difficoltà di alimentazione, disturbi del linguaggio, avidità e patologia morbosa dell’oggetto;
  • l’esposizione dei denti non è certo segno di allegria, ma al contrario di aggressività: assume il medesimo significato dell’espressione “mostrare i denti”;
  • la mancanza del naso segna la privazione di significati fallici;
  • sopracciglia ben curate segnano narcisismo, ma anche tendenze omosessuali;
  • il collo tozzo rappresenta uno scarso collegamento tra cariche impulsive del corpo e controllo mentale del cervello;
  • le braccia strette al corpo esprimono un atteggiamento di difesa;
  • le mani piccole segnano difficoltà di contatto o un senso di colpa legato ad attività manipolatorie, come masturbazione o azioni di furto;
  • i piedi sproporzionati segnano un contatto corporeo e materiale eccessivo: il piede possiede un simbolismo sessuale e segna forti conflitti sessuali;
  • i vestiti disegnati con colori caldi indicano bisogno di protezione;
  • le griffe ben evidenti su scarpe e giubbotto sono simboli di esibizione narcisistica.

La bocca e i muscoli facciali sono stranamente distorti, come se il turbine delle emozioni, espresso attraverso le linee che formano il viso, ne avesse in effetti spezzato l’espressione.

L’intreccio di queste caratteristiche, presenti in disegni realizzati da diversi ragazzi, è cosi fitto di tratti comuni che si può dire che essi hanno prodotto una creazione patologica del bullo e, tra caricatura e ritratto, hanno stilizzato la personalità del bullo così da renderlo familiare a sé stessi e agli altri.

Ernst H. Gombrich in Arte, percezione e realtà dice: “Abbiamo imparato a distinguere i tipi con cui i nostri scrittori e umoristi ci tengono a contatto: c’è il tipo militare, il colonnello Blimp di felice memoria disegnato da David Low, il tipo sportivo, il tipo artistico, il funzionario, il tipo accademico, e cosi via per tutto il repertorio della commedia della vita”.

Allo stesso modo i nostri ragazzi hanno colto nel bullo prima la maschera e solo dopo la faccia.

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

Questo disegno traccia il bullo come piovra divorante che con i suoi pseudopodi lacera, distrugge, taglia, devasta, penetra, attacca, acceca, pietrifica il corpo del bambino che guarda e vede ciò che l’idra non potrà mai vedere: l’horror vacui o semplicemente la paura che la piovra ha di essere distrutta dai suoi stessi tentacoli.

Uno dei disegni in concorso a "La scuola e il bullo".

Uno dei disegni in concorso a

In questo disegno la determinazione del tratto è sorprendente, il vuoto nell’espressione e l’artificiosità dello sguardo diventano sempre più evidenti quanto più ci si sofferma ad osservarlo. La totale inespressività della figura – ma anche quell’orsacchiotto che forse al bullo è mancato – riassume il significato dell’immagine interiore che ha guidato il ragazzo in questo disegno.

Questo disegno ci svela due ulteriori aspetti tipici dell’infanzia del bullo: l’assenza di gioco, espressa dall’anzianità del personaggio raffigurato, ma soprattutto l’assenza di oggetti transizionali (nel senso in cui li intende D. W. Winnicott) che nel disegno viene riattualizzata dall’orsacchiotto tra le braccia. Non ultima una cronica mancanza di iniziativa a collaborare.

M. Masud R. Khan:

Mentre sono sorprendentemente empatici con gli stati d’animo delle loro madri, essi sembrano rinunciare in anticipo a offrire alcunché da parte loro. Piuttosto, imparano a far aumentare gli sforzi e i gesti della madre verso di loro, che sono la «cosa di speciale creazione» (the special created-thing).

Ancora Masud Khan, a proposito degli adulti perversi:

[…] tenterò di riassumere la situazione problematica di questo tipo di fanciulli nella pubertà e nell’adolescenza. Tutti i pazienti da me esaminati sembrano essere giunti alla pubertà e all’adolescenza in uno stato di organizzata innocenza. Tutti avevano una scarsa capacità di fantasticheria sessuale, e i loro primi tentativi di masturbazione erano pateticamente insoddisfacenti. Apparivano introversi, quasi claustrofobici, piuttosto depersonalizzati, con un tipo di personalità chiaramente schizoide, eppure palpitanti di un bisogno latente della vita e degli altri, che non riuscivano ad appagare realisticamente in esperienze vissute o in relazioni oggettuali con coetanei. Potevano perciò sentirsi nel medesimo tempo pieni di desiderio e disprezzati, fortemente coinvolti e tuttavia opachi e vuoti, pieni di sé stessi ma senza nulla da offrire agli altri, e soprattutto speciali. Avevano uno spiccato senso segreto di aspettare di essere scoperti e incontrati. È in un tale clima interiore di affettività strozzata e di tensione pulsionale che un’occasione o un incontro con qualcuno avrebbero potuto fornire loro un’apertura sulla vita.

Queste che Masud Khan ha qui appena decritto per i soggetti perversi sono appunto le caratteristiche tipiche della pubertà e dell’adolescenza del bullo che i ragazzi hanno magnificamente tradotto in forma grafica.