Non sono più un bambino! (I parte)

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

Man mano che il bambino cresce grazie alle cure materne, viene ricondotto dalla madre stessa ad una maggiore consapevolezza verso l’ambiente: in termini di energia o di carica libidica ciò significa che deve aver luogo un progressivo spostamento della libido dall’interno del corpo verso la sua periferia.

Il bambino deve scoprire il mondo, superando il suo più grande desiderio: quello di restare incollato alla madre e al suo utero in uno stato di indifferenziazione e fusione, con conseguente allucinazione delirante del desiderio.

La simbiosi tra madre e figlio rappresenta la più grande minaccia per lo sviluppo del bambino: ciononostante il vissuto emozionale delle madri si rivela spesso inadeguato ad avvertire la necessità dei figli di separarsi da loro. Ci sono madri che amano i propri figli con modalità scandalose, perdonando incessantemente i loro errori, le loro colpe e loro pazzie: con loro spesso il bambino esagera con sfide impossibili certo che non gli potrà accadere nulla, perché lei è lì sempre pronta ad “amarlo”.

Per il bambino diventare ragazzino, adolescente o uomo significa innanzitutto “allontanarsi dalle sottane della madre”: questa istanza si reitera in ciascuno dei passaggi della sua vita. Più il legame con la madre è profondo e più prenderne le distanze può comportare conflitti duri da risolvere. Paradigmatica è la sorte di tanti emigrati che, dopo aver fatto scelte di matrimonio e figli, vivono improvvisamente un forte impulso a tornare nel proprio luogo natio e vivere vicino alla propria madre.

Certo il bambino nei primi anni di vita, ossia tra l’anno e mezzo e i tre-quattro anni, vive l’angoscia di separazione quando la propria madre si allontana per lasciarlo all’asilo o a scuola, e questo timore che la propria madre scompaia se lo porterà, in forma conscia o latente, per l’intera sua esistenza.

La possibilità che la madre si allontani o, nel peggiore dei casi, muoia, trasforma all’individuo, bambino o adulto che sia, la visione del mondo rendendola cupa e spesso sconvolta. Si pensi a coloro che ripercorrono luoghi vissuti in passato con la propria madre, e che rivivendoli senza di essa non ritrovano lo stesso antico fascino vissuto in un viale, in una cascina o in un castello della propria città, ma vedono solo mucchi di pietre e marmo simili a tanti altri. Forse in quell’istante si faranno rapire da sensazioni diverse, più adatte ad avvicinarli all’immagine interiore materna: un pescatore che fissa il mare fermo sulla sua barca, una antica melodia o la semplice visione di un oleandro.

Per il bambino diventare grande significa mostrare un forte narcisismo sotto forma di aggressività, in quanto egli è teso a realizzare la conquista di un posto “fuori dal proprio sé”. Winnicott pone questo movimento di conquista alla base di ogni sviluppo, in particolare nella fase adolescenziale: esso rappresenta l’uccisione simbolica dell’immagine interiorizzata dei genitori emersa durante l’infanzia, ossia la rappresentazione elaborata dal bambino dei propri genitori.

Ma a questo processo è proprio la stessa madre che pone dei limiti spesso visibili in quella insostenibile ansia che prova nel sentirsi abbandonata dal proprio figlio ormai adolescente. Di qui le repentine oscillazioni di umore della madre, il suo precipitarsi in rigide forme di educazione risalenti all’infanzia, o, peggio, l’invocazione imbarazzante di un padre che dia la regola, improvvisamente dotato dalla stessa madre di una identità posticcia, più simile invero ad una caricatura di padre virile senza una identità.

Frasi pronunciate dal suo adorato figlio simili a: “Mamma sei cattiva!”, o ancora “Non ti voglio più bene!”, sono spesso modi che il bambino vive per non sentirsi più “legato alla sottana della madre”. La stessa però non gradisce quasi mai queste formule, e le giudica moralmente, non percependo la fantasmatica di allontanamento che il bambino sta inscenando come in uno psicodramma. In questi casi se è giusto che la madre rettifichi il contenuto della comunicazione del bambino è anche indispensabile che comprenda il profondo senso della sua comunicazione.

Il bambino picchiato

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

Usare violenza sul bambino o picchiarlo, equivale sempre e comunque ad abusare di lui. Le conseguenze di questo atto sono gravi e si protraggono per tutta la vita.

Il corpo del bambino conserva dentro di sé l’esperienza dell’aggressività subita, aggressività che l’individuo adulto rivolgerà contro altri individui, e forse principalmente verso i suoi propri figli.

Comunque un bambino picchiato può anche rivolgere l’aggressività che ha ricevuto contro se stesso, sprofondando in crisi depressive, cercando disperatamente aiuto nella droga, ammalandosi gravemente, e in ultimo cercando la liberazione del corpo tramite il suicidio. In ogni caso la crudeltà subita da piccoli annienta il compito biologico che il corpo ha di preservare la vita, ostacolandone il funzionamento.

Nel vissuto dell’adulto picchiato da piccolo prevale la paura e la ricerca ostentata di un amore protettivo e sicuro per tutta la vita: questo perché il cosiddetto amore che il bambino maltrattato ha provato nei confronti dei genitori non è stato un vero amore, ma un legame gravato di aspettative e illusioni, un insieme di legami distruttivi, in cui neanche una auspicabile richiesta di perdono (che spesso non appartiene a genitori violenti) consente alle ferite di rimarginarsi e tanto più di guarire.

È fondamentale capire che chiedere perdono non comporta automaticamente la guarigione dell’offeso e che i genitori che fingono nei sentimenti non possono sentire improvvisamente un bisogno di sincerità o vivere valori come integrità, consapevolezza o responsabilità: per essi è difficile spezzare la coazione a ripetere il comportamento aggressivo, così come liberarsi dal cappio della morale tradizionale, grazie alla quale hanno intrappolato i figli tramite la violenza.

Il bambino picchiato, così come il bambino violentato, vive anche in età adulta la paura del castigo, specie quando, percependo i propri sentimenti di rifiuto che vorrebbe tradurre in parole verso i suoi genitori, continua a sentirsi minacciato dagli stessi i quali si mostrano ancora più aggressivi verso di lui quando esprime una verità mai detta: “Siete genitori del male!“.

La sofferenza provata nell’infanzia può altresì confluire nello sbilanciamento da una parte nell’obbedienza cieca ad una religione, dall’altra in cinismo, ironia, e varie forme di estraneazione da sé, spesso mascherate da tratti filosofici e sociali. Il tratto della violenza infantile è abitualmente messo a tacere con l’aiuto di droghe, sigarette e farmaci: alla fine però inesorabilmente il corpo si ribella, perché, nettamente più veloce della ragione (che si attarda grazie al Falso Sé), esprime la parte autentica del Vero Sé che può tradurre o una infinita solitudine, nel soffocamento di espressioni spontanee e creative, o un amore autentico, ma solo e soltanto in presenza di una incondizionata separazione dai genitori-carnefici.

Su, fa’ la cacca nel vasino!

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia, Prima infanzia

Il bambino che si trova tra l’inizio del secondo anno di vita e il terzo vive lo stadio anale. In questo stadio prevalgono due tendenze: la prima è caratterizzata dalla defecazione, in cui il bambino trae il suo piacere dall’evacuazione, ossia, dall’eliminazione degli escrementi; nella seconda predomina la ritenzione degli escrementi e il dominio degli oggetti.

Ernest Jones, in uno scritto intitolato “Tratti del carattere erotico-anale”, traccia le linee dell’educazione del bambino alla pulizia nella fase anale:

  • disabituarlo dallo sporcare con gli escrementi il proprio corpo e ciò che lo circonda;
  • abituarlo a una regolarità temporale delle sue funzioni intestinali;
  • limitare il piacere che prova verso i suoi stessi processi escretori;
  • disconfermarlo quando prova piacere nel portare le sue mani a contatto con le feci.

Questi processi di limitazione delle pulsioni anali infantili sono fondamentali per la sua crescita.

Ferenczi aggiunge che nello stadio anale emerge nel bambino il piacere di guardare e odorare le feci e per questo l’educazione fatta al bambino deve esigere oltre alla pulizia una precisa regolarità nelle escrezioni. Il bambino deve riuscire ad identificarsi con la richiesta degli educatori e sentirsi orgoglioso di fare la cacca nel vasino, di “essere stato bravo” e di ricevere la lode dei genitori.

Se in questa fase predomina poca cura sfinteriale e poca capacità da parte del genitore di essere incisivo su alcuni comportamenti del bambino, gli influssi anali si potranno avere in età adulta sotto forma di veri e propri tratti del carattere anale, che per S. Freud sono:

  • amore dell’ordine che spesso degenera in pedanteria;
  • una parsimonia che si muta facilmente in avarizia;
  • una equiparazione inconscia di feci e danaro, o altre cose preziose;
  • una ostinazione che trascende in violenta caparbietà.

S. Freud, inoltre, sottolinea che individui con tratti anali mostrano un accentuato piacere primario per l’evacuazione intestinale e per i suoi prodotti.

Isidor Sadger aggiunge che le persone con pronunciato carattere anale presentano alcune caratteristiche molto simili:

  • sono convinte che potrebbero fare tutto meglio di chiunque altro;
  • hanno una grande costanza che spesso si trova associata alla tendenza a rimandare tutto sino all’ultimo istante;
  • un particolare impulso alla pulizia.

Ma quali sono i fattori che possono portare un bambino o un adolescente a fissazione anale, o ad un carattere adulto con tratti anali? Diremo che sono quelli che più si ritrovano nel nostro tipo di società:

  • una madre frettolosa che educa con aggressività il figlio/a all’espletamento dei suoi bisogni;
  • genitori che costringono prima del tempo il bambino ad una abitudine sfinteriale per la quale manca ancora la preparazione psichica: consideriamo l’esigenza dei genitori di mandare i figli all’asilo già senza pannolini;
  • genitori che svalutano l’immaginario del proprio bambino che agli escrementi e alle sue prestazioni escretorie dà potenza narcisistica, onnipotenza dei propri pensieri e dei propri desideri;
  • genitori assenti che non condividono quell’orgoglio del bambino per l’evacuazione e quel primitivo senso di potenza;
  • donne o madri che redigono un programma minuzioso tipo: alzarsi, mettersi sul vasino, lavarsi le mani, etc…;
  • tipo di madre che spesso sottolinea al bambino: “A che punto sei? Ore 9.15!”;
  • madri o genitori che non sopportano vedere i loro figli sporcarsi;
  • madri che hanno dispensato i loro figli dalla prestazione della defecazione, somministrando loro clisteri o purganti in larga misura.

La costellazione dei tratti infantili anali o sadico-anali è, in base ad una visione psicoanalitica, visibile nell’infanzia e nell’adolescenza nei suoi elementi:

  • pulsioni distruttive indirizzate all’oggetto: l’adolescente che aggredisce i propri compagni di classe;
  • pulsioni distruttive indirizzate all’Io: il bambino o il ragazzo che somatizza i suoi stati interiori;
  • fantasie inconsce “catastrofiche”: il ragazzo capace di pensare al suicidio perché non ha svolto i compiti;
  • bambini irritati con continua voglia di giocattoli;
  • avidità vissuta come desiderio di possedere tutte le cose buone di cui, bambini o ragazzi, hanno bisogno;
  • scontentezza e sofferenza per tutto quello che il ragazzo crede di non possedere;
  • occhi penetranti che sembrano registrare incessantemente paragoni;
  • pensare solo a ciò che si possiede;
  • invidiare l’altro sesso;
  • essere fortemente gelosi del fratellino o sorellina appena nati.

Come si cura il bambino o l’adolescente con visibili tratti sadico-anali, per non determinare in lui un carattere adulto anale?

I genitori devono saper “dire di no” al proprio figlio. Per bloccare iniziative inaccettabili o fastidiose o porre termine ad una situazione sgradevole molto spesso è sufficiente dire di no e mantenere tale atteggiamento costante nel tempo. Il problema è però che vi sono molti modi per “dire di no”, ciascuno con implicazioni diverse.

Per esempio il “no” empatico trae spunto da uno dei principi che sottosta al messaggio assertivo: l’empatia. È il modo sicuramente meno aggressivo per porre termine a richieste o provocazioni dei figli poco gradite dai genitori.

Nel “no” ragionato il genitore non accetta il comportamento del proprio figlio e ne indica in modo chiaro le ragioni. Il messaggio è onesto, anche se manca del segmento empatico.

Sono da evitare il “no” manipolativo e seduttivo, in cui il genitore nega ma contemporaneamente lascia trapelare un sentimento esattamente opposto, e il “no” secco e inappellabile, in cui il “no” del genitore non è seguito da spiegazioni di alcun tipo, e tanto meno da messaggi di natura empatica.

Fin qui le linee di una strategia operativa di base che i genitori devono conoscere e seguire, a cui se ne possono aggiungere altre la cui conoscenza è indispensabile per evitare che il proprio figlio da adulto abbia un carattere anale. I tratti adulti anali? Ecco le tendenze più comuni:

  • rubricare e registrare, fare prospetti in tabelle e statistiche nelle forme più svariate;
  • vera ostinazione verso ogni richiesta o preghiera: di contro in altre situazioni, donazione spontanea senza il minimo calcolo;
  • dividere il cibo in porzioni;
  • pagare, anche i conti più piccoli, con assegni o con la propria carta, non utilizzando in nessun caso banconote o monete in circolazione, ma “producendo per ogni caso il proprio denaro”;
  • accumulare in soffitta oggetti rotti di ogni tipo, eliminare poi, tutto ad un tratto, il ciarpame riposto: in queste persone prevale il piacere di ritenere il contenuto intestinale;
  • accumulare carte, lettere, notizie di giornali;
  • comprare vestiti ma non li indossarli, e provare gioia (o indifferenza) a vederli appesi nell’armadio e/o a non usarli;
  • dilapidare denaro, come tratto tipicamente femminile;
  • vivere il piacere di elaborare un progetto, ma perdere il piacere della sua attuazione;
  • tenere ordinata la propria scrivania, i libri in vista sullo scaffale sistemati con grande cura e regolarità, ma molta carta nei cestini, molto disordine nei cassetti, bagni non puliti: questo disordine rappresenta un “intestino pieno di feci”, che i soggetti non sono educati ad “evacuare”;
  • agire nelle piccole e grandi cose in maniera trasgressiva, contraria alle abitudini: atteggiamento tipico dei cosiddetti soggetti “originali”, la cui natura è in realtà oltremodo anale.

Bastano a convincervi che educare il bambino nella fase sadico-anale significa abituarlo a canalizzare, una volta adulto, gli affetti e i pensieri nel principio di realtà?

Buon compleanno, Freud!

di Nunzia Tarantini | in Blog

Logo dell'anno commemorativo
Logo dell’anno commemorativo della Sigmund Freud Foundation.

Illustre Professore,
[…] E quanto all’uomo, Lei non potrà liberarsi di me, se non altro perché sarò io a non mollarla; io me ne sto aggrappato ben forte, e così ci rimetterei un pezzo di pelle se mi scrollasse via.
Spero che le mie dichiarazioni d’amore non suonino troppo monotone. In fondo, però, sono tranquillo a questo riguardo, da quando ho visto il Suo sorriso comprensivo che personifica così bene il “Non giudicate”.
Con molti cordiali saluti ed auguri sono
il Suo devoto Groddeck.

Caro professore,
[…] L’annuncio che Lei si sta occupando della tecnica mi ha sorpreso molto piacevolemente. Ne abbiamo bisogno; ci risparmierà fatiche e delusioni. Deve essere piuttosto penoso trasmettere in modo accessibile a noi discepoli conoscenze conquistate a prezzo di tanti sacrifici. Chiunque abbia finora portato avanti faticosamente il proprio lavoro senza questo supporto, apprezzerà la grandezza del dono che Lei ci fa. […]
Suo devoto
dott. Ferenczi.

Stimatissimo professore,
[…] Con il Suo aiuto ho già ficcato lo sguardo abbastanza a fondo, è vero, ma sono ancora ben lontano dal veder chiaro. Comunque ho la sensazione di aver compiuto interiormente un passo avanti quanto mai sostanziale dal momento in cui L’ho conosciuta personalmente, perché ho l’impressione che sia assolutamente impossibile capire a fondo la Sua scienza se non si conosce la Sua persona. […]
dal Suo devoto e riconoscente
Jung.

Caro professor Freud,
Innanzitutto mi consenta di ringraziarLa per il Suo interessantissimo estratto. Era, come tutti i Suoi scritti, troppo breve, perché noi aneliamo, come Oliver Twist, ad avere di più. […]
Suo sempre cordialmente
Ernest Jones.

L’effetto curativo e liberatorio del metodo psicoanalitico mi riempie di gratitudine e alimenta in me una fiducia che dura da tutta la vita nel metodo psicoanalitico e nella sua efficacia. È per questo che intendo ringraziare il creatore della psicoanalisi per la sua chiarezza, trasparenza e scientificità. Con Freud il caso clinico diventa storia di vita, il paziente un essere umano che cerca soluzione e vie di uscita dai suoi conflitti. Il divano svela i segreti del cuore umano, gli abissi e gli orrori dell’esistenza umana.

Ciò si è potuto realizzare grazie alla sua impresa, a cui si deve attribuire una importanza epocale: l’eliminazione della differenza tra normale e malato.

Alcuni hanno uno scetticismo verso l’opera di Freud, perché da essa emerge l’idea di un uomo autonomo e senza timori, che può “dominare il mondo esterno delle apparenze attraverso il mondo interno del desiderio”, come scriveva lo stesso Freud nel 1932 ad Arnold Zweig.

Ancora Freud nel 1924 esprime l’aspettativa “che la psicoanalisi penetri come fermento significativo nello sviluppo civile dei prossimi decenni e ci aiuti ad approfondire la nostra comprensione del mondo”. La psicoanalisi ha compiuto cento anni, Freud ha compiuto centocinquant’anni e guardando bene all’indietro si nota che se la sua aspettativa si è realizzata in senso puramente scientifico spesso si vive un rigetto della psicoanalisi da parte del resto del mondo, e nello specifico delle istituzioni: probabilmente perché si sottrae per sua natura alle pressanti logiche di mercificazione, già preesistenti alla discutibile frenesia globalizzatrice. Brutalmente: non vende nulla, non piazza prodotti, semplicemente cura.

La psicoanalisi deve appartenere a tutti gli uomini, non in ossequio ad una propaganda di tipo missionario o apostolico, ma semplicemente come modo efficace per comprendere l’aggressività irrazionale e le tendenze distruttive delle società, così come le relazioni dei popoli tra loro.

Finché la psicoanalisi si richiamerà allo studioso Freud essa continuerà ad esistere, ad influire sul pensiero dell’uomo e sulle idee riguardo alla sua essenza.

Buon compleanno quindi, professor Freud!

Scopriamo il piccolo delinquente

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia, Scuola e istruzione

Nel sistema scolastico predomina uno stato di incoscienza spesso allarmante per la mancanza di una preoccupazione educativa e di una prassi preventiva verso il piccolo delinquente. Parimenti nell’istituzione familiare esiste uno stato di incoscienza quasi paradossale: gli stessi genitori non sanno di essere essi stessi i precursori di una futura delinquenza del figlio. La carenza dell’autorità genitoriale, soprattutto paterna, e l’assenza fisica della madre o del padre portano inevitabilmente a fenomeni di piccola delinquenza.

Ma perché l’istituzione scolastica e quella familiare non sentono la necessità di utilizzare l’aiuto di operatori, che svolgendo una buona prassi psicoterapeutica, in cui si analizza il singolo caso clinico, siano in grado di individuare i meccanismi psicologici del piccolo delinquente, i meccanismi patologici del contesto gruppale in cui è inserito, e decidere la migliore strategia terapeutica?

Con molta umiltà, in qualità di insegnanti o genitori, dobbiamo chiederci se siamo in grado di riconoscere i meccanismi psicologici più usati dal piccolo delinquente per commettere un atto antisociale o se è il caso di rivolgerci ad un esperto.

Anche noi psicoterapeuti rimaniamo spesso sbalorditi dall’abilità con cui i ragazzi mettono in moto un comportamento delinquenziale, usando meccanismi psicologici di difficile comprensione. Si pensi per esempio a quel ragazzo con un certo tipo di disturbo che riesce abilmente a “scovare” coetanei affetti da una patologia analoga o complementare: per esempio un ragazzo con forti tendenze sadiche individuerà in un battibaleno, in mezzo a tutti gli altri, il compagno potenzialmente disposto al masochismo. I due ragazzi, complementari nelle loro patologie, tenderanno ad essere un unico corpo ed uno sarà funzionale all’altro per una crescita deformata: il primo potrà esperire la sua aggressività sull’altro per sentirsi adulto e il secondo avrà bisogno di punizioni, pur di ricevere un po’ di attenzione.

In altri casi si osserva un Io con forti impulsi delinquenziali infantili sentirsi “a disagio” o essere “allergico” a ragazzi che non mostrano nessun tipo di delinquenza, mentre legare subito e spontaneamente con ragazzi che presumibilmente sono disposti ad appoggiare, integrare o contribuire alla sua costante ricerca di gratificazioni delinquenziali.

Molti criteri diagnostici evidenziano che molto spesso il delinquente infantile si inserirà istintivamente nell’atmosfera di gruppo tipica della banda. Il fenomeno delinquenziale si manifesta con maggiore violenza quando si ha un certo numero di ragazzi con un Io delinquente che tutti insieme vivono un gruppo, perché allora essi hanno modo di dare sostanza alle loro individuali difese delinquenziali, inserendole in una sorta di “codice di gruppo” ufficialmente riconosciuto. È come se essi sapessero che l’annullarsi in un codice delinquenziale di gruppo costituisce il migliore antidoto contro i residui della loro coscienza morale individuale.

Casi clinici sottolineano come alcuni ragazzi non cessano di fare ricorso ad un utile meccanismo: spingere qualcun altro a compiere l’azione che darà il via all’atto delinquenziale. La procedura è la seguente: con le loro provocazioni spingono qualcun altro a compiere un atto di aggressività, di ribellione o di delinquenza. Non appena questi dà il via, essi si sentono liberi di raccogliere l’iniziativa e di godersi la sequenza di atti antisociali come se non avessero alcuna responsabilità, perché semplicemente estranei al mettere in moto l’azione delinquenziale.

Altri casi mostrano una smania da parte dell’adolescente delinquente di cacciarsi in situazioni deliquenziali di cui con eccezionale preveggenza fiuta le “potenziali tentazioni” e se ne lascia coinvolgere. Si direbbe che per il suo Io è una “tentazione così forte da non potervi resistere” e ciò costituisce una valida giustificazione contro il senso di colpa. Tutto quello che occorre, dunque, è cercare situazioni idonee allo scopo.

In casi di più complessa patologia rientrano quei ragazzi che sfruttano i propri stati d’animo o la patologia da cui sono affetti, per giustificare atti di delinquenza. È sorprendente vedere come il loro Io delinquente riesca a sfruttare questa ghiotta “opportunità interiore”. Per esempio un ragazzo con un forte bisogno di manifestare il proprio sadismo, che però si sentirebbe in colpa se lo facesse a sangue freddo, sceglierà molto abilmente il momento della gratificazione dei propri desideri sadici in modo da farlo coincidere con una delle sue crisi patologiche: l’eccesso di rabbia che davvero il ragazzo non può controllare viene sfruttato per giustificare un gesto di crudeltà nei confronti di un rivale odiato o un atto di ostilità verso un adulto, che non si sarebbe potuto altrimenti permettere senza sentirsi in colpa. Farlo coincidere esattamente con l’inizio di una crisi gli offre la possibilità di “farla franca” con sé stesso, mediante la giustificazione: “Beh, non posso farci nulla quando mi trovo in quello stato.”

Infine conosciamo tutti le curiose distorsioni a cui può andare soggetta l’idea corrente di moralità quando una azione viene compiuta al servizio di una “causa”. Molti eroi dei “movimenti clandestini di resistenza” si sentirebbero piuttosto colpevoli se commettessero le stesse azioni nel corso della loro vita “borghese”. Non si sa come molti ragazzi abbiano intuito questo meccanismo: solo che, naturalmente, le “cause” che scelgono per le loro acrobazie giustificatorie non sono vere secondo l’accezione comune del termine, se non in una piccola parte che si presta ad essere sfruttata nel loro senso. Può accadere, per esempio, che a un ragazzo venga fatto un torto dall’insegnante: cinque altri ragazzi, a cui di solito non importa molto di quel compagno, coglieranno immediatamente l’occasione per “fargliela vedere a quell’insegnante”, o faranno a pezzi le attrezzature o le finestre della scuola, considerando in se stessi tutto questo soltanto come il sottoprodotto marginale di una rappresaglia pienamente giustificata. Il meccanismo messo in atto è chiaro: la buona causa di qualcun altro diventa l’occasione per dar luogo, senza sentirsi in colpa, a manifestazioni comportamentali che la coscienza morale individuale di ciascuno difficilmente avrebbe altrimenti tollerato.

Erano solo pochi esempi per mostrare quanto sia difficile capire e svelare i mille meccanismi dell’animo infantile delinquenziale. Più dialogo e più scambio di informazioni fra i vari attori dell’educazione del ragazzo delinquente sono senza dubbio un buon inizio per future carceri meno affollate e migliori padri di famiglia.