Figli e spazi morbosi

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia, Prima infanzia

Lo spazio in cui vive il bambino rappresenta il linguaggio della sua psiche e determina, in certi casi, il suo comportamento.

I genitori danno di solito poca importanza all’arredamento della camera del bambino e al valore simbolico che riveste per l’evoluzione della sua psiche: sono in molti momenti oltremodo attenti e dotati di abilità e competenze tecniche – anche più dello stesso architetto – nel posizionare i mobili nel posto giusto e nel fare combinazioni magiche di pezzi di un arredamento tra il classico e il moderno, ma come spettatori di uno spazio simbolico da offrire al proprio figlio si alienano in movimenti meccanici, quando non sono completamente assenti.

Strutturare per un figlio un habitat che non sia solo uno spazio effettivo di vita ma che abbia un valore simbolico significa per il genitore progettare anche parte della personalità del proprio figlio.

Partendo da tali premesse non si può non osservare come spazi consumistici, in cui prevale la quantità e la massificazione degli oggetti, producano nel bambino comportamenti aggressivi e irascibili a cui spesso anche il genitore più determinato nelle sue regole educative soccombe, cedendo a quell’oggetto che il bambino reclama con impulsi irrefrenabili.

Se già è abbastanza facile intuire come per i commercianti sia normale strutturare uno spazio per “progettare comportamenti” nelle persone e farle abboccare, ancor più facilmente possiamo intuire che ciò avviene in special modo nei bambini, poiché il loro Io è fragile.

Come se non bastasse gli stessi genitori propongono al proprio figlio, nella camera o nella stessa casa, uno spazio vissuto pieno di oggetti, giocattoli e una miriade di mobili: letto su – letto giù – divano letto – giropanca – armadio – appendiabiti – librerianumerouno – librerianumerodue – credenzone per appoggiare eventualmente altri libri – étagère per mettere riviste e libri – vetrinette in cui depositare alcuni libri preziosi – scrivania su cui si depositano carte e libri – portascarpe con scarpe che in eccesso sono disperse per l’intera casa – portacd con cd che sono posizionati sul mobile perché sono così tanti che inevitabilmente non c’è più spazio all’interno e a cui aggiungiamo uno sgabello con su altri cd e poi un piccolo tavolo su cui posizionare parti residue di oggetti ed infine mille bambole, peluche, orsacchiotti, macchinine, videogiochi, eccetera, eccetera, eccetera…

Abbiamo progettato per la psiche di nostro figlio uno spazio morboso.

Lo spazio morboso è:

  • spazio caotico;
  • spazio di influenzamento e schiacciamento;
  • forma di vicinanza alienata, come contatto nero in cui l’immediatezza tattile e la reciprocità non hanno dimensioni;
  • spazio senza respiro;
  • spazio con un continuo vissuto di pieno e affollato, in cui l’oggetto estraneo diventa familiare e ogni tipo di rapporto oggettuale risulta amplificato;
  • ambiente troppo calmo, protetto e uterino, in cui l’indifferenziazione prevale e confonde momenti di lontananza e vicinanza e di distinto e indistinto.

Uno spazio morboso è febbrile, attivo, aggressivo, animato, esaltante e turbolento.

Queste stesse caratteristiche spesso si trovano nella personalità del bambino che è vittima di questi spazi, in una analogia espressiva tra le forme di alienazione dello spazio fisico e le forme di alienazione dello spazio psichico.

L’espressione psicosomatica del bambino

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia, Prima infanzia

Sempre più pediatri e psicologi concordano sull’origine psicosomatica di alcune sindromi del bambino e del lattante.

L’espressione somatica è una delle vie utilizzate dal bambino – soprattutto dal bambino piccolo – per esprimere i suoi disturbi.

Una ricerca epidemiologica dell’Inserm (Institut national de la santé et de la recerche médicale, l’unico istituto pubblico tecnico-scientifico francese che si occupa di sanità) su 415 bambini di età da tre mesi a tre anni ha considerato come basi attendibili della prognosi psicosomatica l’asma, le otiti, le bronchiti, i disturbi del sonno, dell’alimentazione e del comportamento (Choquet, Facy e altri, 1982).

Dall’osservazione congiunta e dalla collaborazione interdisciplinare pediatrica, psicosomatica e psicoanalitica si è giunti a studiare disturbi come coliche, insonnia, mericismo, vomito, anoressia, disturbi ad espressione anale, encopresi, disturbi respiratori, singhiozzo spastico e asma su base psicosomatica.

Un attento studio dei disturbi rivela che anche il bambino più equilibrato può scegliere l’ambito somatico per esprimere il suo disagio conflittuale. Le patologie psicosomatiche precoci, secondo la nomenclatura medica, sono:

Disturbi a espressione nervosa:

  • disturbi del sonno;
  • convulsioni.

Comportamenti alimentari devianti:

Disturbi digestivi:

  • coliche del terzo trimestre;
  • dolori addominali;
  • stitichezza;
  • diarrea;
  • coliti;
  • colon irritabile;
  • rettocolite;
  • ulcere digestive.

Sindromi e malattie respiratorie:

  • singhiozzo spastico;
  • asma;
  • affezioni rinofaringee;
  • otiti ripetute;
  • bronchiti;
  • pneumopatie recidivanti.

Malattie cutanee:

Sindromi generali:

  • malattie allergiche;
  • malnutrizione;
  • ritardo di crescita;
  • obesità;
  • infezioni ripetute.

I disturbi psicosomatici si possono manifestare in tre periodi significativi della prima infanzia:

  • la fase primaria, in cui i disturbi appaiono alla nascita, o poco dopo, o nel primo trimestre;
  • dal secondo semestre all’età di quindici-diciotto mesi, periodo costitutivo dell’attaccamento, detto anche fase anaclitica;
  • la fase terminale della prima infanzia, che va dalla metà del secondo anno alla metà del terzo.

Ogni fase ha i suoi disturbi particolari:

  • la colica idiopatica si manifesta verso il dodicesimo-quindicesimo giorno, quando il lattante allaccia le prime relazioni;
  • l’insonnia compare o precocemente, nel primo trimestre di vita, oppure più tardi, nel secondo e terzo anno;
  • i disturbi alimentari si presentano nel secondo semestre;
  • il singhiozzo spastico è un disturbo del secondo e terzo anno.

Un esempio di analisi semiologica del disturbo laringospasmo o spasmo del singhiozzo – crisi caratterizzata da una perdita di coscienza che interrompe un singhiozzo – evidenzia che situazione familiare e atmosfera di base sono parte integrante della sindrome. Quest’ultima si esprime in presenza della persona più impressionabile e debole – mamma, nonna, insegnante di scuola materna – e regredisce e spesso scompare quando cambia l’atteggiamento della persona che assiste il bambino.

La forma cianotica di questo spasmo colpisce bambini attivi, la forma pallida colpisce i bambini passivi e fragili.

L’indagine clinica, che si basa sulla delucidazione dei meccanismi psichici che più contribuiscono alle patologie psicosomatiche, sottolinea che è necessario:

  • comprendere la qualità dell’interazione tra madre e bambino;
  • precisare le caratteristiche patologiche del bambino e le modalità del suo funzionamento psichico;
  • valutare la personalità della figura chiave della relazione che di solito è la madre, soprattutto il suo funzionamento nel ruolo materno;
  • valutare la personalità del padre, del contesto familiare e sociale;
  • individuare gli eventi scatenanti del disturbo in rapporto all’evoluzione del bambino e alla sua biografia, interpretando le circostanze sfavorevoli nelle dinamiche dell’interazione del bambino con i suoi Io-significativi.

Il figlio attaccato alla gonna

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

I primi rapporti madre-figlio possono essere decisivi nella strutturazione di alcuni schemi di funzionamento psichico, per esempio nella dipendenza del bambino dalla madre.

Una madre “abbastanza buona” vive un sentimento di fusione con il figlio nelle prime settimane dopo il parto. Tuttavia, come sottolineava lo stesso Winnicott, se questo atteggiamento fusionale si protrae oltre tale periodo, l’interazione diviene persecutoria e patologica per il piccolo.

Quando sono completamente dipendenti dalla madre, i neonati tendono a conformarsi a tutto ciò che viene proiettato su di loro. In un bambino di quella età, la motricità, la vivacità emotiva, l’intelligenza, la sensualità, e il desiderio corporeo possono svilupparsi solo nella misura in cui la madre stessa investe questi aspetti in modo positivo; con la stessa facilità, la madre può inibire la crescita evolutiva e narcisistica di questi aspetti nella struttura del figlio, soprattutto se quest’ultimo funge da palliativo ai bisogni inappagati del mondo interno della propria madre.

La crescita di quella che Winnicott (1951) definisce la “capacità di essere soli” (cioè soli anche quando si ha la madre accanto) può risultare danneggiata, cosicché il piccolo cercherà continuamente la presenza della madre per far fronte a qualsiasi esperienza affettiva, indipendentemente dal fatto che provenga dal mondo psicologico interno o dall’ambiente esterno, e la madre per via delle sue angosce, dei timori e dei desideri inconsci che le sono propri, trasmetterà al suo piccolo quello che potremmo definire un rapporto dipendente dalla sua presenza e dalle cure che gli prodiga.

In un certo senso, è la madre ad essere in uno stato di dipendenza rispetto al neonato.

Di conseguenza si verificherà il rischio potenziale che il bambino non riesca a rappresentarsi una figura materna amorosa e scorrevole. Incapace di identificarsi con questa rappresentazione interna, il bambino non riesce a calmarsi e ad avere cura di sé nei momenti di tensione interna o esterna. Una possibile soluzione alla mancanza di una relazione oggettuale materna verrà inevitabilmente cercata nel mondo esterno.

In età più adulta lo stesso bambino userà droghe, alcool, cibo, tabacco, usati per lenire le sofferenze di alcuni stati mentali, che assumono quella funzione materna che l’individuo non è in grado di svolgere per proprio conto. Questi oggetti di dipendenza prendono il posto di quegli oggetti transizionali dell’infanzia che incarnavano l’ambiente materno e contemporaneamente liberavano il bambino dalla dipendenza totale nei confronti della presenza della madre.

Contrariamente agli oggetti transizionali, gli oggetti da cui si dipende non possono ottenere alcun risultato, in quanto rappresentano tentativi somatici, più che psicologici, di fronteggiare l’assenza e forniscono quindi un sollievo solo momentaneo. Sono oggetti “transitori” e allucinatori del desiderio materno.

Mio figlio scarabocchia

di Nunzia Tarantini | in Blog, Prima infanzia

Il bambino già da 1 anno di vita scopre che può produrre dei segni in modo assai divertente.

Verso i 2 anni e mezzo il bambino entra in una nuova fase, detta dello “scarabocchio controllato”, in cui mostra un particolare impegno nell’effettuare il movimento per produrre determinati segni.

Dal terzo anno di vita, nella fase del pensiero simbolico e rappresentativo e contemporaneamente alla comparsa del linguaggio parlato, il bambino inizia a dare un nome ai suoi scarabocchi.

Verso i 4 anni il bambino tende ad abbandonare lo scarabocchio e si impegna nell’abbozzare la figura umana che rappresenta inizialmente tonda come una palla e, a volte, con le braccia che spuntano dalla testa.

Tra i 4 e i 7 anni, nella progressiva conquista di un’immagine sempre più adeguata a ciò che vuole effettivamente rappresentare, il bambino riesce a completare la figura umana nei suoi particolari.

Dai 9 agli 11 anni circa il bambino evidenzia un più acuto spirito di osservazione e senso estetico: gli oggetti e la figura umana sono ora riprodotti con forme più realistiche e con una maggiore ricchezza di dettagli (es.: l’abbigliamento).

Intorno agli 11 anni compaiono le regole del disegno: le proporzioni degli oggetti raffigurati divengono più realistiche e quindi trovano spazio la tridimensionalità, l’intuizione della distanza, della profondità, delle prospettive. Anche l’uso dei colori diventa più vario e differenziato, con sfumature e giochi di luci ed ombre.

Verso i 12 anni molti ragazzi perdono l’interesse per il disegno, che percepiscono inadeguato a rappresentare il loro pensiero: il disegno deve essere ora realistico e raffigurante al meglio l’oggetto da rappresentare.

Louis Corman, psichiatra infantile, ha elaborato il test dello scarabocchio. È un test semplice, di rapida e facile esecuzione: si fa disegnare al bambino, su un foglio di carta bianco e con una matita nera, uno scarabocchio.

Una madre deve conoscere dei codici di significazione per meglio capire lo scarabocchio del proprio figlio. Un prontuario di facile applicazione deve considerare i seguenti punti:

    Tracciato veloce: attività, dinamismo, impulsività.
    Tracciato lento: calma, tendenza alla pigrizia, riflessione.
    Tratto marcato: energia fisica, vitalità, volontà.
    Tratto sottile: delicatezza, sensibilità.
    Orientato da sinistra a destra: voglia di fare nuove esperienze.
    Tutto spostato a sinistra: timore, timidezza, insicurezza, bisogno dell’appoggio della figura materna.
    Tutto spostato a destra: voglia di fare, desiderio di crescere, importanza della figura paterna.
    A linee curve: capacità di adattamento.
    A linee angolose: resistenza, energia, carica aggressiva.
    Fatto senza sollevare la matita: socievolezza, intuitività.
    Fatto con più tratti: bisogno di staccare per ritrovare le energie.
    Ad occupare tutto il foglio: desiderio di attenzione, di manifestarsi.
    Piccolo: introversione, desiderio di uno spazio tutto per sé.

Consideriamo alcuni esempi di scarabocchio infantile e cerchiamo di ricavare delle indicazioni sul possibile senso che il bambino ha voluto comunicare tramite il disegno.

Uno scarabocchio di Annarita, 2 anni

Nel suo scarabocchio Annarita ci comunica un buon senso di continuità nel tratto che spazia nell’intero foglio. Il tratto prende valore di segno di unione e di legame: partendo da un centro di energia la trasmette in tutte le direzioni, arrivando anche alla forma di un sole accennato.

Trattandosi di uno scarabocchio a linee curve evidenzia una buona capacità di adattamento, ma in alcune aree del disegno segnate da tratti marcati svela il passaggio dalla fase orale alla fase sadico-anale, segnando buona energia fisica, vitalità, volontà e aggressività.

Uno scarabocchio di Dario, 2 anni e 6 mesi

Dario nel suo disegno traccia forme tondeggianti ma il tratto è sottile e flebile. Il bambino può sottolineare tramite il suo tratto flebile un rifiuto larvato, un restringimento infantile dell’immagine e quindi anche della sua emozione e della sua aggressività, considerato che il bambino si trova nel suo periodo sadico-anale.

Uno scarabocchio di Francesco, 2 anni e 8 mesi

Francesco, due anni e sei mesi, disegna con un tratto ben marcato e tutto spostato a destra segno di una voglia di fare, di un desiderio di crescere, ma anche prende valore l’importanza della figura paterna. Infatti il bambino dà un nome a ciò che disegna e ciò permette una interpretazione più profonda dello scarabocchio. Egli definisce il primo scarabocchio come la sua famiglia e qui il tratto è marcato e coeso, poi nel suo secondo scarabocchio dice che è mamma e papà, e ancora il tratto è ben marcato e coeso. Il suo ultimo scarabocchio lo definisce come “il serpente che parla con una voce bella” e il tratto ha perso la sua coesione apparendo quasi tratteggiato: è qui che viene fuori l’angoscia del bambino di fronte ai cambiamenti, poiché il serpente, che è abitualmente fallico richiama la figura paterna ed esprime nell’immaginario del bambino la paura verso quegli animali che strisciano, iniettano il loro veleno perfidamente, uccidono e possono penetrare in orifizi.

La paura del padre è particolarmente evidente: può anche darsi che il bambino già viva l’ingombro del padre nell’esprimere l’amore alla madre e quindi cerchi di evidenziare la propria aggressività (padre = serpente), ma anche la propria paura (serpente = voce bella). Meravigliosa sintesi e bellissimo segno di un bambino che già vive un forte immaginario.

Uno scarabocchio di Francesco, 2 anni e 8 mesi

Francesco, due anni e otto mesi, ha un buon tratto e occupa tutto il foglio, segnando con ciò desiderio di attenzione e di manifestarsi. Il tratto è continuo e mostra dei punti di aggressività tipici della sua fase sadico-anale. L’uso del colore rosso sottolinea dei tratti di vivacità e di euforia. In certe parti dello scarabocchio il tratto prende valore di segno di unione e di legame ma la parte che si evidenzia è la rappresentazione “fil di ferro” che il bambino traccia nella parte destra, in basso, del foglio. Questa rappresentazione ci deve far riflettere sull’immaginario del bambino: una madre sottintesa e poco presente.

* È fondamentale sottolineare che per questi e altri casi esposti, i disegni sono test psicodiagnostici che consentono solo un orientamento alla diagnosi, e non la diagnosi stessa.

Il bambino disegna le sue ossessioni (3)

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia

Le manifestazioni di carattere ossessivo si osservano nel bambino, anche piccolo, senza che queste preannuncino in ogni caso l’ulteriore comparsa di una nevrosi ossessiva. Viene così a porsi inevitabilmente il problema dell’evolutività di questi sintomi e del loro significato.

Un grande contributo deriva dall’analisi del disegno: vediamone* allora alcuni che evidenziano tratti ossessivi in un bambino tra i tre e i cinque anni:

Anthony, 4 anni, disegna un uomo

Anthony, quattro anni, disegna il personaggio maschile ripetendo in modo ossessivo delle “sezioni”. Egli indica quattro di esse come porte: porta d’uscita, porta per camera, porta e porta di ingresso.

Analizziamo il disegno del personaggio femminile:

Anthony, 4 anni, disegna una donna

Anche in questo disegno Anthony ripete il tratto ossessivo con sezioni e tratti che rendono inesistente e disincarnata la figura femminile a lui richiesta.

Una delle caratteristiche del tratto ossessivo infantile è la rappresentazione di piccoli disegni spesso senza significato, senza tener conto della grandezza del foglio su cui il bambino sta disegnando.

È importante vedere come Anthony disegna la famiglia:

Anthony, 4 anni, disegna la sua famiglia

La rappresentazione della famiglia come desiderio è inesistente: lo possiamo dedurre da tratti esitanti, piccoli e senza senso. È anche evidente una notevole ansia fobica, perché il bambino non usa il tratto ripetuto – tipico dell’ossessività – bensì un tratto smembrato, caratteristico di forme depressive.

Anthony nella sua adolescenza ha poi mostrato molti problemi, fra cui una masturbazione coatta accompagnata a fantasie a carattere perverso.

* È fondamentale sottolineare che per questi e altri casi esposti, i disegni sono test psicodiagnostici che consentono solo un orientamento alla diagnosi, e non la diagnosi stessa.