Se la donna vuol trovare se stessa…

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Il completo sviluppo psichico di una donna non è garantito dal solo fatto che si sia adattata socialmente, si sia sposata, abbia avuto figli, o realizzato una vita autonoma.

Spesso la donna, senza averne la giusta consapevolezza, vive un continuo legame con la madre, da cui non si è mai realmente separata. Tali situazioni in cui prevale la tendenza della donna a conservare il suo legame primario con la madre sono quelle che E. Neumann riconduce alla cosiddetta “fase di autoconservazione”. È tipico di questa fase che la donna rimanga psicologicamente, e spesso anche sociologicamente, all’interno del gruppo delle donne – il clan materno – e che mantenga internamente una situazione infantile e non matura dal punto di vista dello sviluppo cosciente.

Non rientrano in questi casi quelle donne che hanno sviluppato un legame positivo con la madre, grazie al quale sono diventate madri anche psicologicamente, mostrando un rapporto sano con il proprio corpo, con il proprio uomo e con i propri figli. Il significato negativo di questa fase spesso si manifesta in un gran numero di turbe matrimoniali o comunque nei rapporti uomo-donna: si tratta di un forte senso di estraneità all’uomo, o semplicemente di una forte ostilità verso di lui, che in alcuni momenti rende impossibile anche il minimo rapporto intimo.

Inoltre, negli atteggiamenti conflittuali di queste donne predominano il sentirsi succubi nella vita matrimoniale o di coppia, un senso di estraniamento dal proprio corpo e l’incapacità a sviluppare tratti materni e fecondi, tipici della natura femminile, con una sensibile diminuzione di interesse verso i figli.

Eppure, come spesso racconta la clinica di queste donne, in un loro passato anche recente si sono sentite fortemente rapite, penetrate, trascinate, afferrate dal proprio uomo. Spesso hanno lottato e sofferto verso questo maschile iperdimensionato o schiacciante, o hanno sofferto sentimenti di inferiorità. Il loro uomo, sempre in passato, è stato vissuto come l’eroe, il maschile liberatore di una sorta di prigionia materna o di un mondo emozionale caotico.

La donna crede che la causa del suo improvviso distacco dal maschile è legata alla venuta meno nel suo uomo del fascino, della guida, dell’animus, del padre, ossia di quel maschile eterno, forte, autonomo e indipendente. In realtà la spiegazione è altrove: in questo tipo di donna predomina ancora un legame nevrotico con la madre nonostante un’apparente crescita. In questa situazione la donna nasconde un insieme di complicazioni che non garantiscono maturità, sicurezza e solidità; anzi, al contrario, essa cade nel ruolo della non responsabilità materna e sociale.

Se ci fosse più consapevolezza del tratto appena descritto, ossia una forza più cosciente, la donna avrebbe più strumenti per instaurare un legame più completo con la madre, ma soprattutto riuscirebbe a diventare donna adulta e madre responsabile.

Madri piccolo-infantili: un fenomeno di ostilità madre-figlio

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Therefore, since I cannot prove a lover
I am determined to prove a villain.

E così, dacché io non posso far l’innamorato
Sono risoluto a dimostrarmi uno scellerato.

Riccardo III
William Shakespeare

A causa delle sue deformità Riccardo III non può amare; a causa di esse egli viene odiato e parte da ciò per prendersi vendetta.

Accade a molte persone quando il piacere è bloccato da una morale, da una censura o semplicemente da una rimozione. Madri intolleranti verso ogni diminuzione del piacere abituale assomigliano molto ai bambini “viziati”. Il loro corpo pretende incessantemente il soddisfacimento abituale. Di conseguenza esse diventano completamente dipendenti e reagiscono con grande scoramento se devono fare a meno di tutto ciò che può produrre piacere.

La derivazione dei disturbi in madri patologiche è da ascrivere alla loro sessualità piccolo-infantile, come abilmente ci fa notare K. Abraham: la posizione assunta da tali madri rispetto alla propria femminilità ci rivela un aspetto contraddittorio o decisamente di rifiuto. Tale rifiuto può essere ricondotto all’epoca in cui la bambina scopre la differenza tra i sessi, dopo cui la conformazione fisica femminile le appare come una specie di evirazione e il genitale stesso come una ferita.

Nel corso dello sviluppo normale ai desideri di virilità si sostituisce l’adattamento alla realtà; quando invece lo sviluppo è patologico, nella donna che sta diventando madre con l’incremento degli impulsi materni riemergono tutti i desideri e i conflitti originari. Spesso la futura madre può viverli in perfetta inconsapevolezza, e le accentuazioni delle forme femminili e della maturazione sessuale, tipiche di una donna che sta diventando madre, sono vere e proprie ferite collegate all’antica rappresentazione dell’evirazione.

Si dovrebbe dare più attenzione alle conseguenze di tale disturbo: occorre anzitutto sottolineare quanto sia il diventare madre, sia la possibilità di avere un figlio di sesso maschile siano punti pericolosi. I sintomi di origine psichica e i fenomeni corporei provenienti da tale disturbo sono già visibili prima della gravidanza sottoforma di frigidità, vaginismo, rifiuto della sessualità intensificato fino al disgusto, fenomeni di prurito nevrotico nella regione genitale. Parimenti da non trascurarsi sono i frequenti disturbi con forte carattere di angoscia nervosa nella donna prima del matrimonio: un intervento tempestivo può prevenire gravi conseguenze. Le stesse donne avranno disturbi particolarmente gravi nella menopausa.

Nel corso della gravidanza mostrano:

  1. Vomito, che è in parte determinato da una resistenza inconscia a portare a compimento la gravidanza;
  2. L’arresto improvviso dell’allattazione, corrispondente ad una ostilità inconscia della madre verso il bambino;
  3. Il rifiuto dei compiti femminili, che se effettuati possono dar luogo ad una molteplicità di sintomi.

Tutti i disturbi sopracitati si trovano accanto a sintomi organici di tipo ginecologico. È chiaro che il ginecologo non può comprenderli, non avendo una considerazione psicoanalitica, né si può pretendere che egli apprenda la tecnica psicoanalitica, ma conoscere e approfondire questi quadri clinici, magari coordinandosi con altre idonee professionalità, può essere per lui una valida indicazione per procedere guardingo.

La nascita di un figlio di sesso maschile riattiva in queste madri fantasie morbose e deliranti, la cui radice ultima è narcisistica: se tali fantasie prendono il sopravvento il rischio si intensifica e la vita del bambino è in grave pericolo. Ciò avviene quando le fonti dei sintomi sono di origine narcisistica grave. È noto il quadro clinico della madre narcisistica grave:

  1. Non sa amare, ossia non riesce a trasferire il suo amore al bambino;
  2. Predominano in lei sentimenti di disgusto, assenza di pudore, assenza del senso dell’orrore, assenza di compassione e sentimenti simili;
  3. Si lamenta incessantemente delle difficoltà di essere madre, e le sue lamentele sono senza un affetto corrispondente;
  4. Accondiscende ad un “lavoro meccanico” di essere madre, ma non vi trova alcuna soddisfazione;
  5. Sviluppa idee di grandezza e di persecuzione, e l’oggetto che la perseguita (il persecutore interno) è proprio suo figlio!
  6. La reazione, spesso camuffata, alla nascita di suo figlio è ben rappresentata dall’espressione «è tutta qui la novità?», ma nello stesso tempo sente la devastazione della propria vita emotiva;
  7. Le sue parole non hanno contenuto emotivo: può parlare dei problemi del figlio e delle cose più futili con lo stesso accento e con la stessa mimica;
  8. Nell’avere comunque continuo contatto con l’intimità del proprio figlio, per esempio in un bagnetto (si veda il recente caso di infanticidio del piccolo Mirko) o nel vestirlo, si scatena in lei l’antico complesso di essere stata evirata, in contrapposizione a colui che lei stessa ha dotato di un pene (fantasmatica inconscia ed inconsapevole), e talvolta per tutto ciò la sua reazione affettiva può essere molto violenta.

In definitiva si tratta di madri che nascondono una patologia grave contrassegnata da una labilità della personalità: in loro può prendere piede l’automatismo del comando (E. Kraepelin), ossia “uccidi ciò che non ami o ciò che ti produce tanta sofferenza”. Se questo delirio di persecuzione prende piede, l’omicidio è commesso. Subito dopo l’omicidio, tali madri raccontano o negano la realtà con la massima calma con tipiche espressioni del tipo: «Voi dite che sono stata io? Visto che dite così non lo posso escludere».

Naturalmente è impossibile esaurire in un breve scritto i numerosi fenomeni patologici che sono da ricondurre a tali comportamenti psicotici. Quello che sorprende è che il disturbo è radicato molto profondamente in queste madri, ma ben pochi riescono a capirlo, in quanto esse, fino a poco prima di uccidere i propri figli, erano riuscite a farsi considerare madri perfette e dignitose.

Infine è necessario ricordare quello che K. Abraham sottolineava nel lontano 1925 nella relazione “Psicoanalisi e Ginecologia” presentata alla Berliner Gesellschaft für Gynäkologie und Geburtshilfe:

“… la conseguenza fu che le singole specialità mediche persero completamente la loro connessione con la psicologia. I nostri sforzi devono mirare a reintegrare nel suo diritto il modo di considerare psicologico accanto a quello anatomo-patologico. Entrambi si possono benissimo riunire e probabilmente tutte le singole specialità mediche riceverebbero un nuovo impulso da una più forte accentuazione del fattore psichico e acquisirebbero preziosi collegamenti tra loro.”

In verità in quasi un secolo non è cambiato molto: in Italia da una parte il cieco assetto corporativo della professione medica, legata a doppio filo all’industria farmaceutica e supportata da una ingiustificata fiducia incondizionata dell’utenza, e dall’altra il perenne complesso di inferiorità delle categorie professionali legate alla psicologia offrono un pessimo esempio di come si fa scienza, e quindi anche prevenzione.

La difesa maniacale nel comportamento infantile

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia

La difesa maniacale è l’incapacità di dare alla propria realtà interna il suo pieno significato.

La difesa maniacale si presenta nel bambino quando nella fase di crescita non si offre un ambiente di presenze che sia “costante”: il bambino si struttura in base alle reazioni emotive agli “urti” provocati dall’ambiente sul suo psichismo e non in base alla possibilità di relazione con ciò che lo circonda.

Le sue caratteristiche principali sono:

  • negazione della realtà;
  • fuga dalla realtà interna verso la realtà esterna.

Il bambino si sente “morto dentro” e nonostante la sua tenera età vede il mondo in bianco e nero anziché a colori.

Nelle sue fantasie c’è una attivazione dei contrari:

  • vuoto-pieno;
  • morto-vivo, in crescita;
  • immobile-in movimento;
  • lento-veloce;
  • pesante-leggero;
  • depresso-felice;
  • triste-allegro;
  • serio-comico;
  • smembrato-integro.

Sono indicatori di difesa maniacale:

  • i giochi in cui il bambino tende a stancare violentemente maestre, analisti, tutori di vario genere;
  • i giochi ossessivamente orientati verso palloni, aeroplani, astronavi, tappeti volanti e tutto ciò che è espressione di leggerezza;
  • assenza totale di pause nei giochi, anche quelli meno eccitanti.

Nei bambini:

  • conservazione ossessiva di denaro o provviste, attivazione di sistemi di sicurezza, organizzazione di provviste per viaggi o periodi difficili, arsenale di armi e munizioni, costruzione di eserciti di robot e successivo attacco senza incertezze al nemico o contro l’avversario di gioco;
  • attacco “selvaggio” e caratterizzato da stato di esaltazione sino ad eccitazione sessuale;
  • fantasie o attuazione di defecazione sul nemico;
  • risate cattive di disprezzo, macabre, senza pausa;
  • entusiasmo senza limiti per il trionfo finale.

Nelle bambine:

  • giochi stereotipati con le bambole (lavaggio delle bambole, cambio di abiti, consueta passeggiata, etc.), senza interventi di varianti immaginative, che segnano la rimozione dell’istinto materno.

Sono in ogni caso comportamenti indicatori di difesa maniacale:

  • avversione ai giochi attivi, con preferenza per giochi apparentemente normali ma ripetitivi;
  • scarsa iniziativa, o subordinata all’intervento di un’altra persona che prenda i giocattoli;
  • incapacità di praticare giochi, inettitudine, inibizione al gioco o attitudine per i giochi coatti sono segnali di un sintomo ossessivo.

Sui primissimi rapporti madre-bambino

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia

Lo studio della psiche infantile evidenzia una complessità di processi, operanti nei primissimi stadi del rapporto madre-bambino.

Già all’inizio della vita post-natale il neonato prova angosce che provengono sia dal suo interno che dall’esterno: se si approfondisse questo tema si eviterebbero molte problematiche della sua vita futura. Il neonato vive il primo rapporto con la madre tramite la sua stessa nascita, ed è assolutamente ovvio che la madre è l’ambiente e fornisce l’ambiente: questo deve essere pieno di calore, delicatezza, sostegno e benessere. Atmosfere “da frigorifero”, usando un’espressione di Margareth S. Mahler, producono bambini emotivamente disturbati o costituzionalmente vulnerabili.

L’ambiente fornito dalla madre è costituito essenzialmente dal suo carattere: se esso subisce mutamenti radicali nelle diverse fasi dello sviluppo del bambino diventa causa di fenomeni di comunicazione non sintonizzata tra madre e figlio.

Il primo contatto il bambino lo vive con la madre tramite l’allattamento, che gli riduce il bisogno-fame, e la somministrazione di cure catalizzatrici, polarizzatrici e di cuscinetto, indispensabili per l’evoluzione intrapsichica del bambino stesso.

Il lattante ha il piacere della suzione, ma anche il piacere di giocare con il seno della madre. Esso spesso mostra un tenero colloquio con la madre, guardandola, ascoltando la sua voce e reagendo alla voce stessa con particolari espressioni del volto. Tale comportamento sta ad indicare che il soddisfacimento è tanto connesso alla madre che gli procura il nutrimento, quanto al nutrimento in sé.

Ci sono lattanti che si attaccano al seno molto dolcemente, o che si soddisfano molto pigramente, o che giocano con il capezzolo prima di passare a succhiare, e tali atteggiamenti nella suzione possono dipendere da fattori somatici così come da processi psichici: in questi casi, il lattante tiene a freno il desiderio di succhiare finché non ha stabilito un rapporto sicuro con il seno, leccandolo o giocando. In ogni caso, una madre cauta deve fare in modo che il consueto gioco sia spostato alla fine della poppata.

Ci sono lattanti, invece, che si nutrono avidamente, mordendo il seno o attaccandosi ad esso con una energia dolorosa per la madre: ciò sta ad indicare che gli impulsi aggressivi non sono soggetti a freni, e che l’avidità nel succhiare opera in tutto il suo vigore ed è liberamente soddisfatta. Anche questo comportamento deve essere moderato dalla madre, cercando di distrarre il lattante con altri stimoli volti a riequilibrare l’intensità del succhiare.

Secondo la visione di Melanie Klein i lattanti che si nutrono pigramente, se non curati, possono in seguito sviluppare disturbi nell’assunzione del cibo, mentre i lattanti che si soddisfano avidamente possono mostrare menomazioni nello sviluppo delle relazioni oggettuali.

Molto spesso il lattante molto avido nel nutrimento può mostrare segni precoci di interesse per una qualche persona, un interesse con le stesse caratteristiche dell’avidità mostrata nel nutrimento: non sopporta di essere lasciato solo e richiede continuamente di essere soddisfatto dal nutrimento o dalle premure. Ciò sta ad indicare che il bambino non riesce a consolidare né il proprio oggetto interno (in questo caso la madre o la figura sostitutiva) nel suo mondo interiore, né la fiducia nella madre in quanto oggetto esterno buono. Questo fallimento può comportare, secondo la Klein, il bisogno avido e affannoso di compagnia, accompagnato da un senso profondo di paura della solitudine.

I bambini che mostrano una assunzione lenta nel nutrimento e un precoce interesse per la madre o altre persone, utilizzano tali relazioni per eludere lo stato di allarme collegato al nutrimento. Questi bambini possono giungere ad avere buone relazioni con le persone, ma l’angoscia insita nel loro atteggiamento nei confronti del nutrimento costituirà un pericolo a livello emotivo.

Nei bambini allattati artificialmente il biberon funge da seno e durante la poppata esiste uno stretto contatto fisico con la madre, simile a quello vissuto dal bambino con il seno materno. Anche in questo caso il neonato può mostrare pigrizia o avidità e l’intervento della madre deve essere identico a quello descritto per l’allattamento al seno.

I disturbi descritti possono venir meno quando si introducono novità nell’alimentazione, per esempio quando si somministra cibo solido piuttosto che liquido: comunque costituiscono codici di significazione minimi di normalità e patologia, e se sono ben decodificati dal genitore possono essere utilizzati per capire le primissime fantasie, angosce e difese. È su questo terreno che si struttura la psiche e la personalità di ciascun individuo.

Una persistente mancanza di interesse della madre, o delle persone che circondano il bambino, verso questi atteggiamenti, aggravata in taluni casi da una totale indifferenza dell’intero ambiente, sta ad indicare un tipo di disturbo ancora più grave, ma questa volta non del bambino, bensì dell’ambiente in cui vive.

Cari genitori, l’amore non basta

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Forte è l’esigenza di affrontare tanti disagi di natura psichica del bambino e dell’adolescente, ma è meglio sicuramente prima fondare problemi di varia natura e poi risolverli con calma.

Quindi vi pongo un altro quesito: può bastare l’amore a curare l’angoscia del fanciullo?

Come può fare un genitore, con il solo amore, a far fronte a insicurezze, paure ed angosce, ossia a tutte quelle situazioni in cui la psiche del fanciullo è alterata? I genitori conoscono ben poco di come sono in realtà questi disturbi e questa scarsa conoscenza porta loro ad avere reazioni che sono spesso nocive per il benessere del figlio o ad esprimere un amore, che per quanto positivo è ben lungi dall’essere risolutivo. Ad essi spesso manca un atteggiamento più consapevole di fronte ai vari disturbi psichici che il loro figlio può mostrare. Si rifugiano in un comportamento di ansia o, semplicemente, non sanno come far fronte a tali disagi e quali sono le strategie globali per affrontarli. Come possiamo aiutare sia il genitore a superare le situazioni traumatiche del proprio figlio, sia il figlio stesso?

Può una madre conoscere codici minimi di significazione di normalità o patologia, tramite i quali prevedere in suo figlio un sintomo di suicidio, di depressione, situazioni di droga o di disagio sociale? Sicuramente esistono indizi e segni che ci preavvisano del futuro comportamento di nostro figlio. Basta conoscerli!

Vari sono i livelli di intervento.

L’emissione di linee-guida tendenti a creare una prevenzione non solo medica ma anche psicologica, sembra essere un primo passo per creare un’atmosfera terapeutica che non lasci il genitore solo e spaesato, ma sappia orientarlo verso un piano di intervento terapeutico predisposto per le varie patologie psichiche.

Formare i genitori alla psicologia familiare, per permettere il superamento delle difficoltà intrinseche del “mestiere” di genitore.

Usare mezzi di comunicazione di massa, rivolgendosi direttamente ai genitori e partendo dalla convinzione che essi desiderano realmente fare del loro meglio per i figli.

Conversare con i genitori: i famosi “colloqui di intervento” di cui parla Winnicott. Psicologi, mediatori familiari e counselor devono incontrare i genitori tramite strutture locali, sociosanitarie o le scuole stesse per rendere meno temibile la base scientifica dell’accudimento dei figli e le problematiche psicopatologiche di alcuni problemi infantili.

Chi crede ancora alle fiabe?

di Nunzia Tarantini | in Blog, Coppia e famiglia

Forse l’opinione pubblica, che ricorre a processi di negazione, superando in assurdità quello a cui si assisteva vent’anni fa su problemi quali la droga, la delinquenza minorile, la malattia psichica, ossia, tutte quelle situazioni in cui viene meno il controllo del comportamento nei bambini e negli adolescenti.

Prendiamo uno dei delitti più impressionanti, per esempio quello in cui un adolescente uccide suo padre o sua madre senza la minima pietà per la sua vittima e studiamo la reazione dell’opinione pubblica di fronte a un delitto del genere.

Troveremo la solita oscillazione tra due estremi.

Da un lato ci sarà il lettore indignato che spera che l’assassino venga subito catturato e messo al sicuro in modo da non poter più nuocere, ripeterà con le solite frasi standard che la scuola deve insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto, invece di lasciare che i giovani siano viziati da stravaganze esotiche come circoli creativi, gruppi di discussione o altro. E con questo il problema sarebbe risolto.

Dall’altro lato ci sarà il lettore sentimentale che versa lacrime calde sulla storia del delinquente, perché, dopotutto, di chi è la colpa se non dei genitori o della istituzione. È di solito la persona che propone più campi di calcetto nei ghetti urbani, o trova una facile soluzione mettendo i genitori dei ragazzi delinquenti in prigione.

Nelle due visioni c’è uno spettacolo desolante: o si fa i “duri”, appellandosi alle più inutili difese contro la vergogna e il senso di colpa, o si fa i “mollicci”, rifugiandosi in ingenue illusioni.

È ora di finirla con le fiabe.

È giunto il momento per la società italiana di uscire dal torpore e guardare in faccia la realtà, diventando più saggi per intraprendere i passi che devono condurre al trattamento dell’individuo anomalo.

Andare verso un sistema integrato che riabiliti tali deficit comportamentali, significa approfondire la natura di questi disturbi e disorganizzazioni della personalità infantile, attuare una buona prevenzione e strutturare una cura degna di questo nome.

A che cosa serve questo blog

di Nunzia Tarantini | in Blog

Ri-vivere offre ai genitori una spiegazione psicologica dei problemi legati alla crescita del bambino e dell’adolescente, consentendo loro di diventare consapevoli delle cose che, solitamente, già fanno d’intuito. La lettura delle pagine, l’esplorazione dei link, i suggerimenti bibliografici, i documenti on-line, si spera possano essere utili per il raggiungimento di questo obiettivo. Si cercherà di usare un linguaggio adatto alla situazione, ma con la piena coscienza che in alcuni punti la lettura sarà di difficile comprensione. In Ri-vivere non ci saranno consigli ma solo informazioni.

Ri-vivere consente agli “operatori del settore” un accesso sistematico a molteplici informazioni riguardanti la psicologia infantile tramite il tema trattato, ma anche tramite aggiornamenti bibliografici, informazioni su congressi, seminari ed attività formative e crea una base di discussione critica e interattiva per un intervento mirato ed efficace.

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