Gli eroi omicidi

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

È un paradosso che l’esistenza dell’uomo goda in certi casi di un destino particolare quando viene sottratta alle mani materne della natura e affidata alla madre umana.

Questa madre che gestisce il rapporto originario con il figlio ha il potere, tramite la sua lingua e i suoi valori, di formare e di determinare, in maniera estremamente profonda, lo sviluppo o la morte del bambino.

La posizione che la collettività assume nei confronti di madri che distruggono i figli è di un sottile atteggiamento di accettazione. È probabile che ciò sia dovuto soprattutto ai media che, quando espongono notizie su delitti come quelli di Cogne, Città di Castello o Casatenovo e sulla gente che accorre a vedere e rendersi conto de visu della situazione orrenda creata da famiglie in cerca di attenzione, non usano terminologie esatte, anzi confondono le idee pregiudicando una approfondita connessione di nessi.

Nel tentativo di elaborare un significato che possa rendere più chiara la situazione clinica di questi quadri patologici familiari è necessario, tramite equipaggiamento psicoanalitico, evidenziare alcuni punti.

Madri simbiotico-infantili adultizzate da un matrimonio conservano, all’interno di se stesse, un desiderio di distruggere ciò che appare un bene (un figlio, per esempio). Questo sentimento è irrazionale, ma esiste. Nella misura in cui tali madri non riconoscono questa primitiva dipendenza infantile, ne raddoppiano il valore e d’improvviso il loro desiderio di distruggere può diventare realtà.

È una situazione di escalation: più non si riconosce la realtà infantile in se stessi più diventa cattivo il desiderio verso il figlio, e più questo desiderio accresce la paura nella madre più essa stessa si lega a suo figlio, determinando la relazione simbiotica. Questa fusione duale della madre con il proprio figlio sviluppa nella madre stessa un circuito paranoideo che stabilisce una esperienza di profonda eguaglianza tra la sua identità e quella di suo figlio: “io piccola e infantile = mio figlio piccolo e infantile”. Una siffatta operazione dettata da un pensiero allucinatorio genera una situazione di conflitto e di confusione che può portare la madre a “giocare con violenza” con il proprio figlio.

Visi infantili i volti di queste madri a cui corrispondono menti infantili capaci di elicitare nei propri padri-mariti una difesa ostinata che accresce la terrificità del delitto della moglie. La scena primaria tra un marito che adora la moglie omicida di suo figlio porta a sentimenti assurdi e mostruosi anche nelle rispettive famiglie di appartenenza, che si chiudono intorno ai due “bevitori di sangue” proteggendoli. E il circuito paranoideo continua, perché ora è la collettività che protegge la famiglia “bevitrice di sangue” facendo gruppo in un tribunale.

Situazioni così paradossali sono da contagio emotivo e se siamo così difesi, amati per aver ucciso ed evidenziati in uno spettacolo costruito tutto per noi, narrati da bocche disincarnate e fredde che consideriamo esperti-padri, persino a noi verrà la voglia di uccidere.

Svegliatevi! Samuele è morto e nessuno più pensa a lui perché la madre – “eroina omicida” nell’immaginario collettivo – è ormai una star.

Il tunnel dell’umiliazione: psicofarmaci e ragazzi

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia

È possibile trasformare l’infanzia in un nuovo target di consumatori di psicofarmaci: questo è il senso dell’articolo “Ritalin: genitori e medici contro” di Claudia Benatti, giornalista e presidente dell’Associazione Vaccinetwork, pubblicato nel supplemento di Medicina non Convenzionale “Salute è” del sempre fecondo e interessante mensile Aam Terra Nuova.

Dice l’articolo: “il Ritalin, un derivato dell’anfetamina che è così passato dalla classificazione di stupefacente a quello di farmaco […] introdotto in Italia dopo aver provocato molte vittime negli Stati Uniti, per curare una sindrome assai discussa, l’ADHD, cioè la sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività. L’aspetto più sconcertante è che la diagnosi viene fatta sulla base delle risposte fornite a domande quali: ‘Il bambino muove spesso mani e piedi?’; ‘Il bambino irrompe spesso nei giochi dei coetanei senza attendere il proprio turno?’; ‘Il bambino spiattella spesso le risposte prima che finiate la domanda?’ e via a seguire”.

Commento questo prezioso spunto da psicoterapeuta infantile.

Bisogna tenere presenti alcune condizioni evolutive proprie dell’infanzia, prima di trattare i bambini-problema con terapie psicofarmacologiche. Riguardo al problema della iperattività, ossia della eccessiva motilità infantile, Anna Freud, in uno dei convegni della Società Psicoanalitica e dell’Istituto Psicoanalitico di New York, svoltosi alla Arden House l’8 maggio 1954, sottolineava che “molta dell’irrequietezza, dell’angoscia e del lamentarsi dei bambini è causata dalle restrizioni poste al loro desiderio di movimento corporeo”.

“Dovremmo fare – continua Anna Freud – l’esperimento di mettere asili e scuole in ambienti senza restrizioni di spazio, e dovremmo provvedere ad ogni tipo di movimento”. Prosegue: “credo che in tali condizioni scopriremmo i bambini estremamente felici, interessati, contenti, facili da trattare e non irascibili, analogamente a come i bambini si comportano sulla spiaggia.” Conclude dicendo che: “circa i bisogni del bambino ho cercato di tenere presenti le conseguenze della restrizione della motilità nei disturbi del sonno, del nutrirsi, dell’attenzione, dell’educazione alla pulizia, etc.”.

L’iperattività è una forma di aggressività che d’altra parte può essere un sintomo di paura. Sarebbe un compito molto impegnativo esaminare tutti i problemi connessi a questa affermazione preliminare, ma in ogni caso è possibile dire, usando concetti di Winnicott, che l’energia istintiva che viene repressa costituisce un pericolo potenziale per l’individuo e la comunità. Partendo da false premesse per le quali un farmaco risulta addirittura necessario per bloccare l’aggressività insita in un comportamento iperattivo, non si darà mai opportuna rilevanza all’elaborazione di una teoria valida per la cura e la prevenzione: essa per essere valida deve considerare che il lavoro terapeutico psicoanalitico con i ragazzi iperattivi e disattenti esiste. Con questi ragazzi siamo in presenza di nevrosi strutturata e la psicoanalisi infantile si impone, ed è suscettibile, così come nell’adulto, di modificarne radicalmente l’organizzazione e di portare a guarigione. Al contrario, l’uso di psicofarmaci si rivela un sistema terapeutico improprio, in quanto se può agire positivamente sul sintomo, in questo caso l’iperattività o la disattenzione, non assicura ovviamente alcuna modificazione dell’angoscia sottesa. Non è escluso che l’angoscia non risolta, anzi coperta dal farmaco, porti questi ragazzi oggi iperattivi e disattenti ad adulti suicidi.

E per concludere le parole di Winnicott – sicuramente trascurabili per chi fa del farmaco non una convinzione ma una convenienza – sono di formidabile importanza: “un bambino che va verso la normalità deve esprimere apertamente i suoi sentimenti distruttivi nei confronti di quelle persone che sono in grado di contenerlo. I genitori ‘sani’ accettano volentieri una certa distruttività nei propri figli, quasi li sentissero più reali nel momento in cui non sono perfetti”.

Mio figlio non mi chiama “mamma”

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia, Prima infanzia

Di solito sono bambini che si creano un proprio mondo assolutamente ristretto in cui si rinchiudono. I loro modelli di comportamento nella primissima infanzia evidenziano “poca predisposizione posturale in vista del succhiare, né quei normali gesti per afferrare, né reazioni specifiche di sorriso” (R. A. Spitz e L. M. Wolf, 1946). È caratteristico di questi bambini affezionarsi al seggiolone, ad un giocattolo o a qualche altro oggetto inanimato. Questi comportamenti negativi raggiungono punti emergenti di patologia quando questi bambini “fanno i sordi verso la madre”.

Le madri descrivono il comportamento dei loro figli in questo modo:

  • “Poche volte ho sentito il mio piccolo vicino”;
  • “Non mi ha mai sorriso”;
  • “Appena ha iniziato a camminare è corso via da me”;
  • “Vedevo tanti bambini felici nelle braccia delle loro madri, mentre il mio cercava di scappare appena poteva”;
  • “Mio figlio non veniva mai verso di me, né mi faceva le feste quando entravo nella stanza, né piangeva se me ne andavo, anzi non si accorgeva quando uscivo”;
  • “Mia figlia non è mai stata una di qualle bambine che si fanno coccolare, né le piaceva essere accarezzata, non ha mai voluto che qualcuno la abbracciasse o la baciasse”;
  • “Mio figlio non mi ha mai chiamata in aiuto”.

Queste affermazioni o dichiarazioni fatte da madri non descrivono tanto dei disturbi infantili in termini di comportamento sociale, quanto una tendenza ad un comportamento autistico che, se si struttura in una modalità fissa può determinare nel bambino una sindrome autistica infantile.

Scoprire i primi segnali di un autismo nella primissima infanzia, può permettere un recupero non trascurabile. I sintomi più appariscenti che non devono essere trascurati sono:

  1. Nella primissima infanzia, la madre, come rappresentante del mondo esterno, non sembra essere affatto percepita come tale dal bambino, ossia “non sembra esistere come faro vivente di orientamento nel mondo della realtà” (M. Mahler, 1976);
  2. Il bambino nell’infanzia si crea un mondo ristretto in cui si rinchiude;
  3. Mostra “un desiderio ossessivo di preservare l’immutabilità” (L. Kanner, 1942 e 1944);
  4. Ha “una preoccupazione stereotipata per pochi oggetti inanimati o per modelli di azione, verso i quali egli mostra gli unici segni di attaccamento emotivo” (L. Kanner, 1942 e 1944);
  5. Presenta una totale intolleranza verso qualsiasi cambiamento nell’ambiente inanimato che lo circonda;
  6. Vive in uno stato di contentezza autosufficiente nel suo mondo inanimato, statico e molto ristretto, purché lo si lasci stare;
  7. È completamente muto, o parla poco, o preferisce parlare a gesti soprattutto agli oggetti inanimati, preferisce usare gesti, suoni o parole senza senso, all’usuale linguaggio utilizzato dagli altri bambini per comunicare;
  8. Di solito non sente le comunicazioni dei genitori, i quali preferiscono pensare che il proprio figlio è sordo o duro d’orecchi.

Questi elementi servono come criteri di diagnosi differenziale per distinguere l’autismo infantile o delle turbe comportamentali autistiche dalle sindromi organiche.

Il bambino “dilatato”

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog, Infanzia

Quando si parla di “dilatati” (L. Corman, 1997) ci riferiamo ad un processo essenzialmente dinamico che porta l’individuo ad avere un carattere tendente al movimento, all’apertura al mondo e al facile adattamento. Questo si nota sin dalla prima infanzia: i “dilatati” sono dei bei bambini che crescono facilmente e regolarmente; di solito crescono da soli e si inseriscono bene nell’ambiente in cui crescono, anche se in realtà l’inserimento si limita nel luogo in cui vivono, al di fuori del quale mostrano molta difficoltà a mantenere il proprio equilibrio.

Grazie alla loro apertura, questi bambini non riescono a controllare le loro emozioni, che finiscono per leggersi facilmente sul viso: gioia, tristezza, collera, angoscia, esaltazione o depressione si esprimono apertamente e in maniera troppo amplificata. Hanno il sorriso, il riso, e le lacrime facili.

L’espansione senza freno del bambino dilatato fa sì che le sue pulsioni istintuali si esteriorizzino con grande vigore. Il più sviluppato di questi istinti libidici è l’oralità, da cui questo bambino è governato. Da ciò deriva un essere fortemente goloso, desideroso senza limiti di giocattoli, che sono oggetto del suo divoramento, bramoso di tante coccole e carezze, che non servono ad un’effettiva crescita ma a rinforzare la crisi di collera quando il relativo appagamento è sottratto.

Questo modo di agire del bambino dilatato non è semplicemente un modo di comportarsi, ma una nevrosi infantile e va curata in primis dai genitori e poi dall’ambiente (scuola, gruppo sociale, operatori del settore).

Un aspetto caratteristico della sintomatologia di questa nevrosi è l’angoscia orale connessa alla bramosia orale, che porta il bambino dilatato ad avere componenti inconsce di invidia e di gelosia, le cui manifestazioni comportamentali sono quei tratti sopra descritti. Per curare l’aspetto dilatato di questi bambini è necessario analizzare l’angoscia orale e i conflitti che derivano da una disfunzione dei tratti orali.

Se tutta la formazione del carattere del bambino è sotto l’influsso orale, si sviluppa nell’individuo, prima infantile poi adulto, un fatalismo ottimistico che lo conduce all’inattività. “Tutto il loro atteggiamento verso la vita fa riconoscere l’aspettativa che il seno materno fluisce per loro, per così dire, eternamente” (K. Abraham, 1925).

Se l’intenso desiderio a procurarsi soddisfacimento orale è curato in tempo, molti comportamenti del bambino dilatato sono automaticamente normalizzati: il senso dello straripare, l’ostinazione a parlare, i comportamenti ostili e mordaci, l’insistenza impaziente, la fretta, l’inquietudine e l’eterna insoddisfazione, l’avidità del cibo (che inevitabilmente porta all’obesità), un digerire quello che già si è assorbito, un irrefrenabile impulso a dare sulla base di eccessive simpatie, ed infine una presenza di forti tratti di generosità.

Se si conduce una attenta analisi dell’aspetto fisico, dell’umore, e del modo di comportarsi, se si analizza lo sfondo familiare e la storia personale, le influenze ambientali significative ma soprattutto l’evoluzione delle pulsioni, si potrà facilmente correggere l’errore.

In tutti i casi, comunque, correggere l’errore non consisterà nel sottrarre l’oggetto al bambino, né questo modo di comportarsi sarà mai una buona terapia. Questo modo di procedere ridimensionerà il tratto orale ma non curerà l’angoscia sotterranea. Se invece nel bambino si sviluppa la funzione di conquista dell’oggetto desiderato, allora il bambino canalizzerà l’angoscia trasformandola in un sano desiderio.

Il genitore di questo bambino non deve solo comprendere che ha dato molto e in maniera indifferenziata, ma soprattutto imparare a motivare il bambino ad avere una coscienza dell’oggetto.

Il “cavaliere senza cavallo”: storia di un padre errante

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Ambizioni sconfinate, desiderio di dominare o di eccellere, tendenza a fondersi con figure onnipotenti: caratteristiche di un uomo – l’ homme engagé di H. Kohut – che è pervaso da un bisogno irrefrenabile di perseguire obiettivi grandiosi e di fondersi con soli sentimenti di trionfo.

Queste personalità, soprattutto se creatori sociali, immesse in certi strati collettivi orientati al narcisismo patologico (o “narcisismo di morte”, secondo la definizione di A. Green) mostrano un atteggiamento ipocrita verso persone assolutamente normali – che sono tali perché rispondono – prendendone coscienza – alle proprie forze interiori e sono presenti sulla scena della storia come saldi “cavalieri sul cavallo” – considerandole alla stregua di persone “diversamente abili”.

L’esperienza di disgregazione che queste persone producono nei loro figli è un dato estremamente evidente, che essi però trascurano in quanto impegnati a chiedersi: da dove viene questa eccessiva vulnerabilità di mio figlio? Perché ha sempre bisogno di approvazione e di sostegno? Perché questa interazione traumatica con i genitori? Perché questa continua rabbia che porta ad una reazione catastrofica in situazioni banali?

Questi padri sono bravi e capaci di diagnosticare nei figli una grave debolezza dell’Io che minaccia il loro equilibrio psichico. Le cause di tali manifestazioni però saranno sempre cercate altrove da sé, senza tentare – neanche per un attimo – di “patteggiare” con il proprio figlio quel sintomo la cui origine è proprio nell’immagine di un padre che continua ad essere “cavaliere senza cavallo” e sempre troppo orgoglioso dei suoi “gradi fallici” (segno della sua automutilazione psichica) che non gli permettono di tollerare un figlio imperfetto.

La madre che finge amore

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Una madre che non dà amore distrugge il fondamento dell’esistenza del figlio e lo danneggia seriamente. Questo atteggiamento è insito in quelle madri che considerano i primi passi che il bambino compie da solo come l’avviso che “ormai è cresciuto!”, mentre invece dal punto di vista intrapsichico il bambino non è ancora schiuso. Esse tendono a mancare al piccolo proprio nel momento in cui comincia a mettere i primi passi, abbandonandolo più o meno precipitosamente e prematuramente alle sue risorse. Sono quelle madri che reagiscono con una specie di meccanismo di relativa liberazione, vera e propria fuga dal proprio figlio.

Una madre che dà eccessivo amore al bambino, riempiendolo di tenerezze, è considerata una madre che “vizia”, o una madre che rammollisce. I danni che derivano da un esagerato amore materno sono in ogni caso infinitamente meno pericolosi di quelli derivanti dal rapporto negativo del bambino con la madre e dalla mancanza di amore.

Al contrario, se una madre “vizia simulando amore”, cioè se ama in eccesso ma solo per nascondere un proprio senso di vuoto da riempire tramite suo figlio, bloccherà pericolosamente la sua crescita e non permetterà lo sviluppo di una sana personalità. È la madre che adesca il bambino promettendogli leccornie e attirandolo nella casa di marzapane: poi, una volta dentro, lo divora. La madre che “vizia simulando amore” è una madre che ha un “comportamento possessivo simbiotico” (M. Mahler, 1968), e spesso riflette una situazione individuale particolare: la madre di un figlio unico, la madre vedova, la donna che non è stata amata, la moglie di un uomo anziano, la madre il cui figlio non è stato riconosciuto; tutti casi in cui la vera capacità di amare è irrealizzata e si riversa sul bambino, che viene viziato da un attaccamento eccessivo.

Le madri che “viziano simulando amore” sono madri la cui capacità di amore non si è mai sviluppata, oppure si è atrofizzata o avvelenata, e che perciò, cercando un surrogato che possa compensare la loro insoddisfazione e il loro vuoto, si gettano sul figlio, non per donargli un “di più” che hanno dentro, ma per riempire con il figlio il proprio vuoto. Questo pseudo-viziare non può lasciare libero il bambino amato, perché l’amore possessivo di queste madri pretende continuamente qualcosa, esige gratitudine: l’amore viene concesso come premio, viene usato come mezzo di pagamento e di pressione.

Sono madri che viziano in modo simulato: non si tratta mai di un vero amore, e la riprova sta nel fatto che una madre siffatta spinge il figlio a sentire i propri affetti inappagati (anche quando ciò non è vero) e ne distrugge la creatività, determinando nel figlio l’incapacità di amare, atteggiamento tipico delle persone viziate.

Non si possono cambiare i termini di uno sviluppo normale infantile, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo del bambino, in cui “il bisogno che il bambino ha della madre è assoluto, mentre il bisogno che la madre ha del bambino è relativo” (T. Benedek, 1959).

Il nucleo del disturbo di molti bambini viziati consiste molto spesso nella debole personalità della madre, che come partner simbiotico della relazione duale con il figlio non è in grado di funzionare come “organizzatore interiore” (R. A. Spitz, 1959).

La “madre in carne e ossa”, come J. Bowlby (1951) chiama la vera madre, è invece contemporanemente fonte di piacere e di pena per il bambino e – non avendo vuoti da riempire tramite un eccessivo amore – dà al bambino i giusti freni e le giuste inibizioni di cui ha bisogno per la propria evoluzione, visto che “una scarsa inibizione del bambino ha effetti catastrofici quanto una inibizione eccessiva” (E. Neumann, 1980).

Un rumore che rompe il sentimento

di Nunzia Tarantini | in Blog, Coppia e famiglia

Quando si perde la relazione con la persona amata, o peggio ancora quando una persona cara ci lascia, non siamo in grado di valutare esattamente lo stato d’animo che regna nell’individuo che perde, perché esso non può sapere che cosa è la morte o la perdita, né consciamente, né inconsciamente.

Possiamo identificare solo due significati: solitudine ed impotenza. La solitudine è un’esperienza complessa che si manifesta con tanta nostalgia della persona che manca, e dolore puro davanti alla morte, è l’assenza totale dell’oggetto amato, è infine un’esperienza nella quale l’individuo si trova vincolato ed esposto a se stesso. L’impotenza si manifesta con la sensazione di non poter far niente per modificare la situazione.

Sia la solitudine che l’impotenza rappresentano la massima rottura verso il reale: sentimenti, affetti ed emozioni sono ricordi morti di un passato vivo, ma soprattutto nell’individuo viene meno quell’amore reciproco che, per Platone, “è connaturato negli uomini: esso ci restaura l’antico nostro essere perché tenta di fare di due una creatura sola, e di risanare così la natura umana”.

Così l’individuo che perde, sia esso uomo o donna, è al tempo stesso spettatore e vittima di una carneficina insopportabile da contemplare. Nascono i tanti rumori che sono dolori dell’anima e che si stagliano nel silenzio infinito. L’angoscia è quel primo rumore che rompe il continuum silenzioso del sentimento di esistere, nello scambio delle emozioni con se stessi e con gli altri. Gli affetti sgradevoli o penosi sono rumori che provocano nell’individuo un fenomeno di rottura di quella simmetria emozionale in cui bello e brutto sono in perfetto equilibrio. Ma forse il rumore che più rompe il sentimento è il dolore psichico.

Jean Bertrand Pontalis, in una relazione tenuta alla British Psychoanalytical Society, nell’ambito di un congresso sul dolore psichico, sottolineò che “l’esperienza del dolore è di una psiche che si muta in corpo e di un corpo che si trasforma in psiche”.

Il dolore è provocato da una disillusione ricevuta in uno stato di impreparazione (basti pensare alle madri che scoprono improvvisamente di avere un figlio leucemico), non è semplicemente scatenato dalla frustrazione o dalla privazione dell’oggetto amato. È sempre un fulmine a ciel sereno, anche se il sole era già offuscato da nubi che non sono state viste.

Questo dolore psichico è intollerabile e porta la persona che perde a sentirsi responsabile della perdita, con mille rimpianti per non aver potuto salvare la persona amata. Così esso si carica di autorimproveri, si accusa dei peccatucci più insignificanti attribuendo loro la gravità di altrettanti peccati mortali, si sminuisce e reclama per se stesso una punizione terribile.

Possiamo domandarci che cosa diventerà questa espressione essenziale dell’uomo verso la perdita o la morte se esso continua ad essere privato del sostegno sociale, con cui queste ombre inquietanti diventerebbero più familiari. Se la comunità offrisse un utile ascolto porterebbe l’individuo che perde a parlare, perché parlare del proprio dolore significa “apprendere a morire”, mentre la ricerca di ideali megalomani – volti a mutare la natura umana – è una grande consumatrice di morti!

I creatori sociali

di Nunzia Tarantini | in Blog, Madri e padri

Sono uomini che nella loro vita danno grande importanza ai sentimenti, ai contatti affettivi e agli scambi con i propri figli: mostrano una ardente sensibilità che fa provare loro ogni emozione, partecipano alle gioie e alle pene della propria famiglia, sono pieni di dinamismo, slancio ed entusiasmo.

In essi predomina dinamismo affettivo, perché sono mossi dal sentimento e non dal pensiero, e il loro comportamento è spesso diretto da idee generose che si impongono alla fredda ragione: per questo L. Corman li definisce “creatori sociali”.

Quello che sorprende della loro personalità è che se sono sempre pronti ad obbedire ai loro impulsi, contemporaneamente sono poco capaci di mantenerli a lungo, e anche i loro sentimenti, per quanto forti, sono poco costanti. Come uomini di famiglia sono buoni e generosi, ma vogliono che tutti condividano con loro sentimenti e generosità, mentre sviluppano facilmente rabbia se la moglie o i figli non seguono, al punto tale da prospettare improvvise rotture. Da ciò si desume che non hanno qualità di moderazione, anzi manifestano la loro autorità in modo abbastanza brutale. Questa mancanza di continuità, di perseveranza ed autocontrollo porta questi uomini a non essere mariti e padri attendibili, in quanto dall’essere emozionali si trasformano facilmente nel contrario.

Da che cosa dipende questa loro contraddizione? Intanto il loro istinto non è cresciuto, è rimasto sempre quello dello stadio orale, chiamato “istinto di nutrizione”. Non avendo superato la fase orale, la loro evoluzione sessuale è ancora incompleta: al minimo scontro si produce una regressione che fa sì che l’oralità prenda il posto della sessualità.

Lo stesso vale per l’istinto di aggressività, che è in loro molto debole, poiché viene totalmente annientato dal bisogno di sicurezza. Le loro virtù – emozione, bonarietà, slancio affettivo e tenerezza – spesso si dimostrano passive, in quanto l’assenza di una aggressività reale non determina in loro sentimenti forti, continui e costanti, bensì molto deboli.

Quindi sono persone con poco equilibrio, molto oneste, ma poco sincere. L’uomo onesto spesso non riesce a mettere a nudo la sua anima, ma preferisce una maschera per non compromettere il suo equilibrio. L’uomo sincero, invece, accetta le anomalie della sua anima, riconosce con lucidità che da esse possono derivare aspetti negativi, e si adopera a realizzare l’integrazione in se stesso per giungere ad una visione autentica della vita.

Quando l’errore è dire “no”

di Nunzia Tarantini | in Blog, Infanzia

Così come esistono leggi che governano il mondo fisico (gravità, moto, gas, ecc.) esistono anche leggi che governano il mondo del comportamento, compreso quello umano.

Sono però di gran lunga più note le leggi che governano il comportamento animale – di piccioni, topi bianchi, cani e scimmie e tutti quegli animali utilizzati per il condizionamento – di quelle che governano l’essere umano, le cosiddette leggi comportamentali.

Se, ad esempio, i genitori applicano in modo inappropriato le leggi del comportamento, tenderanno a trascurare o ignorare un comportamento desiderato del proprio figlio e viceversa a rinforzare comportamenti indesiderati. Partendo dal presupposto che per il bambino l’essere ignorato è un castigo e il dare attenzione è un premio, è necessario rendersi conto che nella gran parte dei casi se il bambino si comporta bene – cioè ci permette di portare avanti un’attività senza disturbarci – noi l’ignoriamo, mentre se urla e fa rumore – quindi ci disturba – diamo attenzione, urliamo a nostra volta, lo puniamo.

Nei fatti, questa è la nostra tendenza: non rinforziamo le risposte di comportamento appropriato che i nostri figli mostrano, mentre prestiamo attenzione e puniamo i comportamenti inappropriati. Il bambino imparerà così che può controllare e avere un grande potere manipolativo sui comportamenti e sulle azioni dei genitori.

Spesso si sente dire da alcuni genitori: “ho educato il bambino molto severamente: eppure egli rifiuta di prestarmi attenzione, e ripete sempre gli stessi comportamenti sbagliati”.

Il paradosso di tutto ciò è che a momenti il bambino che si comporta bene implora attenzione, a tal punto che perfino una considerazione negativa può essere più desiderata della mancata attenzione.

Uno scenario molto comune. Un gruppo di bambini si raduna intorno alla maestra di una scuola materna: ci sono bambini che disturbano mentre tutti gli altri ascoltano la fiaba che viene raccontata. I bambini che impediscono agli altri di ascoltare tranquillamente la storia sono tenuti fermi sulle ginocchia della maestra per impedirgli di disturbare gli altri bambini. I bambini che ascoltano tranquilli e attenti non sono tenuti sulle ginocchia della maestra, anzi sono letteralmente ignorati.

I bambini che si comportano male hanno capito che un comportamento “deviante” è una modalità molto efficace per richiamare l’attenzione su di sé. Se tutti gli altri bambini cominciano a capire che l’unico modo per ottenere attenzione dalla maestra è di comportarsi male rispetto alle regole, inizieranno a modellare il loro comportamento su quello dei bambini irrequieti per ottenere anch’essi attenzione.

Dunque, il modo impulsivo con cui tentiamo di controllare i bambini che disturbano può servire a rinforzare proprio quei comportamenti che si desidera eliminare.

Giganti con i piedi d’argilla

di Nunzia Tarantini | in Adolescenza, Blog

Adolescenti accelerati nella crescita, che vanno verso ampie conquiste sin dai primi anni di vita, non sono necessariamente viziati. Sono ragazzi ostinati, prepotenti, con eccessi di ira e con impulsi amplificati. Sono spinti ad ottenere successi e hanno il terrore del fallimento, sia nel campo estetico-sessuale, sia in quello intellettuale, scolastico e soprattutto sociale.

Lo stesso uso della droga, in questi individui, spesso origina dalle stratificazioni di insuccessi che pensano di aver già sommato come vita vissuta.

Nel racconto clinico, questi adolescenti manifestano un’adultità e una precoce acquisizione intellettuale a cui non corrisponde un adeguato vissuto corporeo. Sono ragazzi precoci che, in seguito, diventeranno adulti nevrotici, in quanto l’Io non fa il suo lavoro, anzi è carente per quel che riguarda la capacità di far fronte, di volta in volta, all’angoscia, alla paura e al senso di insicurezza.

Tutte le situazioni spiacevoli, ma anche quelle piacevoli, che comportano elementi pur limitati di angoscia e paura, possono essere affrontate da questi ragazzi in due modi opposti, ma in realtà abbastanza simili. Con la fuga, evitando totalmente l’obiettivo in quanto troppo ansiogeno, proprio come chi chiudendosi nella droga evita la vita, o con l’attacco, utilizzando modalità amplificate e radicali, come chi aggredisce la vita penetrandola con eccessi di disinibizione rispetto alla propria età.

Inoltre, questi ragazzi mostrano una soglia di tolleranza alla frustrazione eccezionalmente bassa, vale a dire che se si trovano esposti ad una situazione che potrebbe risultare frustrante non sono disposti all’eventualità di subirla, ma al contrario pretendono la totale e incondizionata gratificazione di tutti gli impulsi, senza averne un controllo ed un equilibrio adeguati.

Scrive Anne C. Petersen:

Provate ad immaginare un bambino che presenta tutte le caratteristiche della pubertà – una bambinetta di tre anni con un seno sviluppato o un maschietto poco più grande con la voce da uomo. Questo è ciò che vedremo nel 2250, se l’età della pubertà continua a scendere con il ritmo di oggi.

Se i bambini in età prescolastica indossano versioni in miniatura dell’abbigliamento adulto, la conseguenza più semplice per noi è trattare questi bambini come piccoli adulti e soprattutto non permettere loro di vivere i riti di passaggio. I rituali formano la cornice che contiene convenzioni, patti fra genitori e figli e accordi impliciti sugli obblighi reciproci, e se ben strutturati tali rituali permettono un sano sviluppo corporeo. Attraverso i riti di passaggio l’adolescente individua, riorienta e centralizza i suoi obiettivi, ossia pone attenzione all’azione corporea e diventa sempre più cosciente di se stesso e del suo precedente caos emozionale.

Genitori che considerano adulti i propri figli, che mostrano una specie di battaglia di potere senza tener conto del loro livello di maturità emotiva ed intellettuale, una madre che sceglie di lavorare quando i figli sono troppo piccoli, un padre che spesso non determina un serio limite, sono agenti pressogeni che portano il ragazzo a crescere, a crescere in fretta e spesso da solo. Ragazzi di genitori divorziati spesso devono rinunciare a fantasie infantili sull’armonia dei genitori, devono sottoporsi ad una serie di ulteriori esperienze che li spingono a maturare in fretta, senza saper né poter regredire.

L’accelerazione porta alla falsa crescita, ossia ad una crescita nevrotica: una regressione maligna – come direbbe M. Balint – segnerà la vita di questi adolescenti che, nel desiderio di regredire e ritrovare se stessi, si troveranno a gestire un corpo piccolo-infantile in una testa adulta ma farraginosa e povera di fantasia.

Giganti, ma con i piedi d’argilla.

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