O figlio, mio padrone!

Il dipinto di Egon Schiele dal titolo "La madre cieca" del 1914

Il dipinto di Egon Schiele dal titolo “La madre cieca” del 1914

 

Il bambino esiste ed ha esperienza di sé solo attraverso l’attenzione affettiva della madre. Winnicott insiste sulla necessità di “un’attitudine materna” ad adeguarsi – sul piano delle fantasie e su quello affettivo – alle prime manifestazioni di creatività del figlio, e sottolinea come sia fondamentale perché il bambino acquisti un’autentica fiducia nel suo vero Sé, in via di sviluppo e definizione.

Di contro, se per qualche motivo personale o per altre ragioni la madre non riesce a rispondere alle tendenze creative del figlio, quest’ultimo vivrà situazioni di continuo squilibrio sia nel costruire la sua identità in via di sviluppo, sia nell’instaurare un rapporto positivo e di fiducia con l’ambiente circostante.

Alessandra, 11 anni, disegna la sua famiglia trasformandola

Alcune madri si prodigano intensamente nella cura del bambino – soprattutto se si tratta del primogenito – e si rendono per lui indispensabili e insostituibili con un modo particolarmente agitato di affrontare situazioni dolorose o di tensione, senza accorgersi di inibire e ostacolare in tal modo le attività di sperimentazione e di esplorazione del bambino.

Cosi facendo “idoleggiano” il proprio figlio non rendendosi conto di farlo essenzialmente perché sono fortemente ansiose. Si tratta di madri che non idealizzano il bambino usando semplicemente il tipico immaginario di chi vive un evento di trasformazione quale la nascita di un figlio, ma lo “idoleggiano”, lo investono cioè di cariche affettive senza limiti, ricche di emotività quasi maniacale. A tal proposito, come sottolinea M. Masud R. Khan, se l’idealizzazione è un processo influenzato pesantemente dalla fantasticheria, nell’idoleggiamento vi è un esplicito superinvestimento di un oggetto reale.

Il bambino idoleggiato è considerato dalla propria madre una sorta di cosa di propria creazione e non una persona in formazione con diritti propri. In questo clima particolare della relazione con la madre, il bambino comincia molto precocemente a percepire, in modo latente, che ciò che porta la madre a caricarlo di tutto il proprio affetto e ad avere un intenso attaccamento ed investimento pulsionale su di lui è un profondo senso di ansia, a cui quasi sempre è associato un trauma di separazione, dal figlio o da ogni oggetto ritenuto significativo.

Antonio, 12 anni, disegna una figura femminile

Ma di tutto questo, spesso, una madre non è consapevole. Anzi, se in lei l’ansia – che spesso diventa panico – e l’angoscia abbandonica aumentano fino ad un livello affettivo profondo saranno visibili, nel comportamento manifesto, come consolidamento dell’investimento sul proprio figlio, che da cosa di propria creazione diventerà cosa di speciale creazione, ossia un oggetto ancora più idoleggiato.

A questo proposito Winnicott: “La madre che non è distorta è pronta ad abbandonare la propria identificazione con il figlio non appena questi ha bisogno di staccarsi da lei. È possibile fornire una buona assistenza iniziale, senza riuscire a completare il processo per l’incapacità di porgli un termine, e cioè per la tendenza della madre a restare in simbiosi con l’infante e a rimandarne la separazione da se. In ogni caso è difficile per una madre separarsi dal figlio con la stessa rapidità con cui il piccolo ha bisogno di staccarsi da lei” (Winnicott, 1960).

La madre con una sua difficoltà a riconoscere l’indipendenza del bambino vive “una oscillazione casuale tra il continuare a trattare il bambino come se fosse un infante o come se fosse più maturo e integrato di quanto non permetta il normale sviluppo” (Khan, 1979).

Questo genere di comportamento materno sembra produrre un altro effetto patogeno. Ancora Khan osserva che “nonostante la madre aiuti al massimo l’onnipotenza di pensiero e di azione del fanciulletto e tolleri le sue attività autoerotiche, non riesce a costruire un “capitale narcisistico” nell’Io del bambino (Khan, 1979). In effetti è proprio la dipendenza che questo tipo di madre promuove in suo figlio, che egoisticamente richiama la propria, a determinare in lui una notevole carenza di narcisismo primario, che in un futuro, spesso non lontano, potrà generare molteplici deformazioni dell’Io ed estrema sofferenza psichica ed emotiva.

È soprattutto l’incapacità della madre di dominare la propria ansia a non permetterle di somministrare, ricorda M. E. Fries, “dosi di esperienza di vita” adeguate alla fase di sviluppo del bambino.

L’ambivalenza inconscia di queste madri è impressionante: sono madri che si autoingannano, ritenendosi buone in modo onnipotente, ma mancano di calore e di affetto e non permettendo al figlio una normale crescita si rivelano anche distaccate, fredde e rigide.

Inoltre la presenza di un comportamento incoerente della madre, derivante dall’offerta ininterrotta di amore corporeo e allo stesso tempo da una continua ansia che le vieta una partecipazione autentica in queste manovre seduttive, determina nella storia del bambino la scissione tra un Io vigile e osservatore ed un Io corporeo primitivo regredito. Tale scissione può riproporsi anche in fase adulta, dando luogo nell’individuo ad un Io mentale che prova una superiore freddezza verso un Io corporeo che vive come invisibile e privo di desiderio. In tali forme rientrano quelle persone che pensano di essere “intellettualmente evoluti”, ma i cui comportamenti corporei sono primitivi, rozzi e spesso anche perversi.

Giulio, 6 anni, disegna la sua famiglia trasformandola.

Riferimenti bibliografici

Winnicott, D. W. (1960). ‘The theory of the parent-child relationship’. InThe Maturational Processes and the Facilitating Environment (London: Hogarth Press; New York: Int. Univ. Press, 1965).

Khan, M. M. R. (1979). Alienation in Perversions (London: Hogarth Press, 1979). Trad. it.: Le figure della perversione (Bollati Boringhieri, Torino 1979).

2 commenti

  1. tiziana
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 18:05 | Permalink

    Incredibile pensare quanto può cambiare l’esistenza di un individuo in base ai suoi livelli di coscienza… Rifletto sulla lentezza e resistenza di una madre a lasciare andare suo figlio…e la colgo tutta in tutti suoi aspetti (figlia, madre, spettatrice…) pongo l’accento sull’ignoranza che ci circonda, perchè se è vero che il problma giace all’interno dell’individuo è pur vero che una comunità può curare, insegnare e rendere liberi. Tutto ciò non accade in questa società in cui anzi madri che idoleggiano internamente esternamente vengono lodate in qualità di madri “ideali” e così si consente lo scempio di figli fantoccio nati per ri-parare danni insanabili…
    Non è giunta l’ora di fare qualche ora di religione in meno e magari dedicarsi alla conoscenza di qualche sana “legge psicoanalitica?”

  2. Donatella
    Pubblicato il 23 aprile 2008 alle ore 11:19 | Permalink

    Trovo che il ritratto di Egon Schiele, “la madre cieca”, sia decisamente rappresentativo del contenuto di questo post!
    Avendo avuto modo, di recente, di osservare i ritratti di questo artista, trovo che i suoi quadri si prestino perfettamente ad importanti interpretazioni psicoanalitiche, come per questo articolo: ciò che mi fa riflettere è che la madre, “cieca”, offre al bambino, così piccolo da sembrare appena nato, la sua nudità inferiore, mentre il seno, in questa fase essenziale per il soddisfacimento di un bisogno normale del bambino, è nascosto sia dalla maglietta, sia dalla posizione che la madre assume.
    Il bambino sembra che non possa far altro che attaccarsi a ciò che la madre gli concede e cioè, a mio parere, al solo aspetto narcisistico, onnipotente, della madre stessa, tale da tenere legato a sè il figlio e diventare, così, indispensabile e insostituibile.
    In questo vedo l’ambivalenza inconscia di queste madri che, come si legge nel post, si ritengono buone in modo onnipotente, ma in reltà mancano di calore e di affetto e non permettono al figlio una normale crescita (seno nascosto, negato), tanto da rivelarsi distaccate, fredde e rigide; e in questo distacco gelido realmente fanno del figlio solo ed esclusivamente un oggetto di propria creazione.
    Ciò che trovo spaventoso è che il meccanismo del bambino idoleggiato è realmente subdolo, totalmente occulto, proprio perchè basato su una ambivalenza inconscia della madre che agli occhi di tutti appare ideale, una madre che “si dona”, ma in realtà la donazione non è di un affetto caldo ma del “nero” che in essa risiede, e allora il bambino non è altro che un utile, voluto, progettato, contenitore-spazzatura in cui letteralmente buttare tutte le proprie ansie e la propria ambivalenza, per liberarsene, senza alcun tipo di senso di colpa o di coscienza, proprio perchè è una cosa da lei – appositamente – creata.
    Rifletto su quanto questo meccanismo sia comune nelle madri, e una cultura analitica su questi temi sia ormai essenziale e inprocastinabile, perchè come figli e madri bisognerebbe avere reale terrore nel vedersi negare e nel negare la possibilità di essere bambini in formazione con diritti propri!

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