Non sono più un bambino! (II e ultima parte)

Trattare il proprio figlio come un eterno bambino significa rischiare di divorarlo. Il “genitore che divora” porta il bambino a sentirsi psichicamente morto o intorpidito e questa condizione caratterizza la sua infanzia così come anche la sua adolescenza negli aspetti più intensi e significativi.

Il bambino intorpidito spesso vive una continua assenza di significato nel gioco e nelle relazioni in genere, abbandona di continuo un gioco per intraprenderne un altro, sperando così di liberarsi dal torpore e dalla noia.

Genitori premurosi e troppo prodighi di cure, madri particolarmente seduttive, possessive e castratrici producono figli con violenti attacchi di collera. Così se il figlio rappresenta in realtà per sua madre il proprio uomo (“Ecco il mio ometto!”), per la coppia genitoriale rappresenta invece un alter ego (“È tutto suo padre!”).

In queste situazioni la madre non riesce a tollerare che il figlio provi paura e odio: ha bisogno che suo figlio sia felice, che gioisca e che provi una continua eccitazione. Per questa madre affrontare gli impulsi distruttivi di suo figlio, così come gestirne la frustrazione, è impossibile: tenta perciò di eliminarli con amore ambivalente e parole suadenti. Il suo tentativo però si rivela semplicemente un insuccesso: il bambino sente che le eccessive attenzioni dei genitori producono svuotamento più che nutrirlo e non gli forniscono una “attrezzatura psichica” per elaborare in modo autentico le proprie inquietudini. Si instaura così una diretta proporzionalità tra eccessiva gratitudine nei genitori e morte psichica nel bambino: da questa situazione può derivare in età adulta una profonda inerzia psichica che minaccia di fagocitare la sua esistenza, con i suoi valori e le sue costruzioni, e che, in quanto derivata da un divoramento in età infantile, non scompare mai ed anzi diventa una vera e propria controfigura dell’esistenza.

Perché la madre o i genitori divorano il proprio figlio?

Il divoramento esprime una forte dipendenza dei genitori dal proprio figlio e di solito è il prodotto di una madre ansiosa e repressa, talvolta depressa, e di un padre colpevolizzante che tramite una “regola imposta” non favorisce la crescita interiore del proprio figlio: il senso di morte che il bambino può assumere tramite esperienze di divoramento da parte dei genitori può assumere varie forme e comparire in contesti diversi, ma la sua connotazione di base sarà quella di menomare una intera esistenza. Il divoramento è una oscura incapacità o resistenza al cambiamento, una pulsione troppo viscosa e instabile, troppo lenta per spostarsi su nuove realtà, che una volta riversata e fissata sui figli si rivela abortita e cortocircuitata.

In questi genitori, tutti i rapporti di forza, i processi, le relazioni appaiono immutabili, fissi e irrigiditi: S. Freud sottolinea che si ha l’impressione di una “forza che si oppone con ogni mezzo alla guarigione”, un vero e proprio istinto o attrazione verso la stasi.

Ferenczi fa notare che nel bambino la “frattura nella volontà di vivere” può insorgere come risultato dei “segni in cui la madre manifesta il proprio rifiuto e la propria impazienza” e che l’affetto materno è importante, è “un amore senza limiti”, e se viene a mancare il bambino soccombe ad una sorta di riflusso distruttivo. Questa posizione non va contrapposta a quanto si è argomentato finora, ma integrata per meglio comprendere l’importanza della responsabilità dei genitori nel coadiuvare il viaggio del bambino verso la vita.

Infine se per Winnicott la madre “segna il figlio” e questa è una verità indiscutibile, è meglio non dimenticare che sull’altro piatto della bilancia saltella un irrefrenabile birichino che lanciando boccacce alla madre sfugge inesorabilmente al suo controllo, la calpesta e da buffone tutt’ad un tratto diventa padrone.

1 commento

  1. Pubblicato il 29 giugno 2006 alle ore 10:08 | Permalink

    E’ molto comodo per i genitori fare in modo che il bambino non cresca: sono troppe le magagne che devono nascondere. E’ quasi insopportabile vedere le madri di oggi affannarsi affinché il bambino viva una infanzia felice e perfetta, madri che non riescono a dormire se il loro bambino non si è divertito abbastanza il giorno prima. Quello che mi chiedo è: che fine ha fatto tutto il sadismo con cui i nostri nonni o i nostri genitori venivano allevati? Sembra che si sia trasformato in un eccessivo buonismo, e non so se è meglio. Certo è che solo nell’ equilibrio fra gratificazione e frustrazione, e nella coscienza di ciò che si fa, si può trovare l’unico modo per una crescita sana del bambino evitando di menomare migliaia di vite umane.

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