In nome del padre. Che non c’è

Il dipinto di Erich Heckel intitolato Der schlafende Pechstein

Il dipinto di Erich Heckel intitolato “Der schlafende Pechstein”.

L’argomento ha senza dubbio una certa risonanza poetica. Ma non è per nulla banale e superfluo definire nei particolari l’oggetto della nostra riflessione, ossia che cosa si intende per padre nella vita di un individuo. C’è chi vorrebbe limitare l’idea del padre esclusivamente ad un evento normale ed ovvio che accade nella vita di ognuno di noi. Se ci attenessimo a questa limitazione oggi non ce la caveremmo di fronte ad una quantità di osservazioni di attività psichiche determinate dall’agire paterno.

Questo problema, oltre che assai complesso, è anche assai sottile. Studiandolo dobbiamo tener conto di difficoltà inconsuete, soprattutto del fatto che la figura e la funzione paterna che spesso nei fatti viene a mancare nell’evoluzione psichica di un bambino, è anche trattata poco ed a volte male da una buona parte di letteratura scientifica.

C. G. Jung:

“Freud ha attirato l’attenzione sul fatto che il rapporto affettivo del figlio con i genitori e in particolare col padre ha un’importanza decisiva per il contenuto di una futura nevrosi. […] Una particolarità che emerge dai lavori di Freud è la circostanza che il rapporto col padre sembra rivestire un’importanza particolare. Con ciò non si intende tuttavia che il padre possieda in tutti i casi sulla configurazione del destino di suo figlio un influsso maggiore dalla madre. Il suo influsso è di natura specifica e tipicamente diverso da quello della madre.” (C. G. Jung, 1949)

La figura paterna non va perduta né disconosciuta: il senso insostituibile dell’unità e del legame diretto che ogni figlio desidera avere con il proprio padre costituisce una verità inconfutabile.

Questo non è solo un sentimento, ma un fatto psicologico importante, definito da Jung nei particolari quando ci ricorda che con lo sviluppo della coscienza del bambino il padre entra nel suo campo visivo e ravviva molti aspetti della sua natura: “il padre determina la relazione con il sesso maschile, con la legge e con lo stato, con l’intelletto e con la mente, e con la dinamica della natura”.

Padre vuol dire confini, vuol dire “precisa localizzazione di un principio reale”. E sempre Jung ci ricorda che “Il Reno è un padre, come il Nilo, come il vento, l’uragano, il lampo e il tuono. Il padre è auctor e autorità, e quindi legge e Stato. È ciò che nel mondo si muove, come il vento, è ciò che crea e guida con pensieri invisibili, immagini d’aria. È il soffio del vento creatore – pneuma, spiritus, ātman – ossia dello spirito”.

Il padre è una potente figura che vive nell’anima del bambino. Immagine autoritaria ma anche divina che tutto abbraccia; essa determina ed amplia, a mano a mano che la coscienza del figlio cresce, molte scelte significative nella sua vita. Il figlio stesso riesce meglio a percepire l’importanza e il valore dello Stato, della legge, del dovere, della responsabilità e del limite, soprattutto se nello stesso ha albergato sin dalla primissima infanzia una figura paterna presente e positiva. In tal senso il padre, che riesce a penetrare sempre di più nella psiche del figlio che cresce, trasforma quella ingenua e giocosa fiducia del figlio, quella nebbia infantile in una matura consapevolezza. Per Jung questo processo si compiva in modo perfino cosciente nei primitivi riti di iniziazione o di consacrazione virile, nei quali “il padre va attorno, parla ad altri uomini, caccia, migra, mena guerra, sfoga i suoi umori come un temporale, per pensieri invisibili modifica, come subita tempesta di vento, tutta la situazione. È la lotta e l’arma, la causa di ogni mutamento, è il toro eccitato e violento oppure apatico, pigro. È l’immagine di tutte le potenze elementari soccorrevoli e dannose.” (C. G. Jung, 1927/1931)

La cultura del padre

In quasi tutte le culture che si definiscono civili, il padre rappresenta, dopo la madre, la persona di riferimento senz’altro più importante. In tali culture, i padri trattano teneramente i propri figli, superando il vecchio pregiudizio in cui era considerato poco maschile mostrare in pubblico atteggiamenti di tenerezza verso un lattante.

Il neonato sviluppa un legame primario con la madre e la diade madre-figlio si impone sulla scena della sua crescita. Ma anche la diade padre-figlio assume giorno dopo giorno sempre più importanza per una sana crescita del bambino e il repertorio paterno dei moduli comportamentali di tenerezza è senz’altro in grado di eguagliare qualitativamente quello materno: un buon padre integra la madre nella regolazione fisiologica e nei cicli sonno-veglia, giorno-notte, fame-sazietà, ma soprattutto è capace di contatto corporeo piacevole.

La ricerca psicologica dimostra sempre più che i neonati reagiscono in modo molto positivo a questa interazione con i padri: lanciano grida di gioia e sorridono e si ha l’impressione che considerino l’interazione con il padre come un avvenimento di tipo particolare. Inoltre i lattanti che godono di tali rapporti di gioco anche quando il padre ritorna in famiglia per il pranzo, nonché alla sera prima del riposo notturno, spesso registrano una crescita superiore ai lattanti che non hanno un contatto intensivo col padre. Più è stretto il rapporto padre-figlio, fin dai primi mesi di vita, più il bambino tende ad una buona socializzazione e ad una incorporazione di regole che gli permetteranno un buon adattamento. (I. Eibl-Eibesfeldt, 1993)

La stessa ricerca psicologica dimostra che i padri che cullano, abbracciano, baciano i piccoli, parlano con loro, giocano in modo sportivo con essi, determinano in essi una maggiore motivazione verso giochi fisici e sociali in cui l’aggressività è più moderata ma soprattutto gestita in maniera meno impulsiva.

Con lo sviluppo del bambino e soprattutto a partire dal secondo anno di vita un padre presente promuove nel figlio un’indipendenza precoce e cura, giocando, vergogna e colpa. Non così il padre che mostra verso il figlio una marcata aggressività definendosi come modello autoritario e inducendo in questo modo sensi di colpa e vergogna.

Più il padre gioca e dedica tempo all’interazione con suo figlio nella prima infanzia, più si svilupperà – sottolinea W. T. Bailey – un legame “evolutionary based” (determinato dall’evoluzione) tra padre e figlio, ma soprattutto tra figlio e società. Simili bambini tenderanno a formare gruppi di gioco con i compagni di entrambi i sessi, ad ascoltare volentieri e spontaneamente gli adulti e in particolar modo gli educatori, ma soprattutto mostreranno un’attrazione emotiva sana verso nuovi stimoli promossi sia dall’adulto che dal coetaneo.

Più il padre riesce nell’interazione primaria col figlio ad avere un contatto corporeo, a mostrare attenzioni, ad usare il babytalk (linguaggio infantile) ed a interagire in maniera giocosa con lui, più il figlio acquisisce un allenamento precoce all’indipendenza e quindi all’inserimento sociale.

Più il padre ha buona aggressività con finalità educative ed educa con dolcezza l’emergere degli impulsi istintuali del bambino verso il proprio corpo, più si fa vivere dal bambino come presenza e legge paterna. Più sottrae, dapprima temporaneamente e poi definitivamente, il bambino dal petto materno, più il bambino saprà gestire il limite: non tenderà ad avere impulsi incontrollati e condotte di dipendenza, eviterà e rifiuterà eccessi in se stesso e negli altri.

Un padre assente nella prima infanzia di suo figlio, che mostra incapacità ed intolleranza a stabilire una relazione di fiducia con lo stesso, potrà determinare un comportamento infantile disagiato capace di generare molteplici patologie:

  • cristallizzazione del figlio nella diade madre-figlio;
  • eccessiva dipendenza del figlio dalla madre;
  • intensa e discontrollata aggressività attiva o al contrario forte tendenza all’accettazione passiva;
  • scarso desiderio di esplorare;
  • basso livello di tolleranza all’arousal;
  • pochi giochi di lotta durante l’infanzia;
  • scarso comportamento di difesa;
  • debole capacità di imporsi e scarsa iniziativa al comando;
  • spiccato comportamento di imposizione, specie nella crescita;
  • tendenza a bugie, menzogne, furti e delinquenza;
  • tendenza ad isolarsi socialmente durante lo sviluppo;
  • scarso contatto sociale;
  • tendenza a condotte di dipendenza, in particolare alcol e droga.

Queste tendenze patologiche, se non curate in tempo, con la crescita possono strutturare nel figlio vere e proprie labilità comportamentali, sino a sfociare in eventi catastrofici. Da adolescenti sembrano ancora bambini e da adulti malgrado i loro grandi successi sono puerilmente disadattati ed ostili alla vita. In essi l’assenza del padre non ha permesso una separazione dal paese dell’infanzia e la crescita della coscienza, che resta invece sommersa da infantilismi, atteggiamenti cinici o amareggiata rassegnazione.

Purtroppo liberarsi di un cattivo padre, soprattutto in età adulta, significa non solo ricordare ma anche rivivere la propria infanzia: pochi sono però coloro che possono affrontare un viaggio col padre, in quanto il sentimento degli anni passati spesso gli ricorda un padre che non c’è.

Riferimenti bibliografici

Jung, C. G. (1949). Die Bedeutung des Vaters fur das Schicksal des Einzelnen (1949). Trad. it.: L’importanza del padre nel destino dell’individuo, in Opere – Vol. 4: Freud e la psicoanalisi (Bollati Boringhieri, Torino 1973).

Jung, C. G. (1927/1931). Seele und Erde (1927/1931). Trad. it.: Anima e terra, in Opere – Vol. 10*: Il periodo fra le due guerre (Bollati Boringhieri, Torino 1985).

Eibl-Eibesfeldt, I. (1993). Die Biologie des menschlichen Verhaltens Grundriss der Humanethologie (München: R. Piper & Co., 1984). Trad. it.: Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento (Bollati Boringhieri, Torino 1993).

3 commenti

  1. Zoe
    Pubblicato il 4 giugno 2010 alle ore 17:07 | Permalink

    Mi ritrovo nella parte di figlia che ha vissuto nell’assenza di un padre, sia sul piano fisico che psichico.
    é sconvolgente leggere la classifica delle ‘patologie’, poichè pezzi interi di una personalità mal sviluppata risuonano nelle frasi ‘scarso contatto sociale, isolamento’ o ‘tendenza a condotte di dipendenza’..
    Fa male sapere che ‘un padre che non c’è’ condiziona gli aspetti quotidiani di vita anche in età adulta: che triste condanna!
    Quanta coscienza serve per sopravvivere a tale disastro?

  2. CarmenColor
    Pubblicato il 6 giugno 2010 alle ore 7:27 | Permalink

    Prima di leggere sono rimasta molto colpita dalla immagine che introduce il post, un padre apatico e pigro sulla sedia a sdraio, forse perchè è una immagine vivida che personalmente ho vissuto per lunghi anni come la visione ripetuta all’infinito di un brutto film.
    Un padre che trascorre tutti i pomeriggi lavorativi estivi su una sedia a sdraio nella più completa apatia, non fa altro che togliere giorno dopo giorno quella luce anche tenue che serve al bambino per ravvivare i colori di tutto un mondo
    che lui ha in mano, ma è come se molto spesso in questo mondo tutti i colori perdessero la loro nitidezza e si mescolassero in un’unica tonalità di grigia monotonia.

  3. Carmen
    Pubblicato il 8 giugno 2010 alle ore 13:10 | Permalink

    E’ vero, un padre presente non e’ un evento da dare per scontato. E quanto e’ importante riconoscerne il valore anche nella vita adulta, e capire da dove provengono certi punti saldi della propria individualita’. Senza mai perdere la memoria dei padri.

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