Mio fratello mi respinge!

Bimbo dai tratti asiatici

Bimbo dai tratti asiatici

Considerare la nascita di un fratellino, o di una sorellina, come un evento traumatico per il bambino è parte di un modo molto comune di pensare. Forse sarebbe giusto dire con Maurice Porot che la nascita del fratellino e quindi “la rivalità fraterna non è un difetto: è una sofferenza” perché il bambino si trova a vivere una situazione in cui tutto viene rimesso in discussione: l’affetto dei suoi genitori di cui fino a quel giorno egli era il solo a beneficiare, il posto privilegiato nella sua cameretta, il suo spazio vitale, i suoi giocattoli e tutte le sue cose. Non ci sorprende che, per l’improvvisa rivelazione fatta dai genitori del lieto evento e della felice condivisione, il bambino viva nel suo mondo profondo più un’invasione che una sorpresa.

Inoltre il bambino, specie se è molto piccolo, vive il fratellino appena nato con un immaginario tutto suo: poiché la sua fragile personalità non gli permette di gestire i limiti del proprio spazio vitale, egli tende a considerare il fratellino non come un soggetto autonomo dotato di un’esistenza propria, ma come un oggetto, una proprietà di cui pensa di poter disporre a suo piacimento. Egli vive costantemente la necessità di unirsi a questo “oggetto-fratellino” e di unirlo a sé con una finalità di incorporazione, che possiede sfumature di una certa aggressività. È tipico del bambino in questa fase indifferenziata un atteggiamento in cui bisogno di aggressione e bisogno di unione sono strettamente legati.

Non mancano prove, ovviamente, del fatto che si verifichino nel bambino, a causa del fratellino appena nato, turbe nel suo agire e situazioni di invasione e sofferenza, ma l’evento può definirsi propriamente traumatico solo quando, nel comportamento e nel vissuto infantile, siano evidenti segni perturbanti o sconvolgenti: paralisi dell’azione, torpore del sentimento, scoppi di collera, somatizzazioni improvvise ed imprevedibili, ossia tutti quei sintomi patologici che alterano il corso dello sviluppo successivo.

Quindi solo se sono evidenti alcune patologie associate all’avvenimento – la nascita del fratellino o la rivalità fraterna – allora si dirà che il bambino ha subito un effetto traumatico. Anche in questo caso però è necessario essere cauti riguardo la diagnosi perché un clinico infantile realmente esperto nel valutare la portata di questo sintomo non confonde “un episodio traumatico con il suo potenziale risultato, cioè la nevrosi traumatica” (A. Freud, 1972). Questo significa che, per quanto riguarda il lavoro con i bambini, la valutazione diagnostica è qualcosa di più che un esercizio intellettuale e che per il clinico indagare la sintomatologia di un bambino significa sgombrare il terreno dai tanti sensi comuni, proprio perché lo stesso disturbo può derivare da cause diverse: ambientali, evolutive, nevrotiche, psicotiche.

Partendo da queste premesse, per giungere ad una migliore comprensione del disturbo e delle manifestazioni patologiche legate alla rivalità fraterna useremo la classificazione, ancora attuale, che H. Nagera (1967) propone in un saggio sulle nevrosi infantili, e diremo che la rivalità infantile si può presentare come conflitto di sviluppo o interferenza di sviluppo – quando la nascita del fratellino avviene in un ambiente che già pone al bambino richieste non ragionevoli né adatte alla sua età reale, che l’Io infantile non può sostenere senza presentare turbamenti e disagi – o come conflitto evolutivo, quando la nascita di un fratellino aumenta i conflitti propri di quell’età evolutiva o mette in crisi i livelli maturativi raggiunti creando specifici disturbi.

La rivalità che determina un conflitto di sviluppo può essere diagnosticata in quei bambini che già vivono una massiccia interferenza ambientale: una prolungata ospedalizzazione di uno dei due genitori, un’estrema povertà materiale della famiglia, una famiglia numerosa con scarse possibilità economiche ed altre situazioni di questo genere. In questo contesto la nascita del fratellino/sorellina rappresenta un evento che determina un ulteriore disturbo introdotto nell’Io fragile di questi bambini, con un’influenza il più delle volte negativa.

Un esempio tratto dalla mia clinica può illustrare ciò che è stato appena detto. Come al solito naturalmente il nome è fittizio, così come in parte alcune situazioni descritte, al fine di evitare qualsiasi possibilità di identificazione.

Carla aveva tre anni quando fu sistemata dalla madre in un orfanotrofio. Un bel giorno a Carla fu presentata una bambina: le fu detto che si trattava di sua sorella e la somiglianza era sorprendente. Nei fatti si trattava proprio di sua sorella, che la madre aveva pensato di mettere nello stesso orfanotrofio. In Carla la rivalità all’epoca fu subito evidente: si rifiutava di starle accanto, di giocare con lei, di avere un minimo dialogo affettivo. All’età di cinque anni, Carla fu adottata da una famiglia e fu subito evidente che, anche in quella situazione, continuava a mostrare segni di forte rivalità e un acceso senso di estraneità verso la sorella, anch’essa adottata dalla stessa famiglia.

Oggi la ragazza ha dieci anni e continua ad avere un forte senso di ostilità verso tutta la famiglia, ma in particolare verso la sorella. È evidente che Carla, a causa delle massicce interferenze avvenute nell’ambiente, vive la rivalità verso la sorella come sottrazione continua di cibo e di affetto: in lei Carla proietta la sua realtà interiore e i suoi pressanti bisogni, intrisi di paura e di necessità. Di questi bisogni uno in particolare invade la sua giovane psiche e lo possiamo così raccontare: se per Carla la “madre-cibo-affetto” è un evento inesistente ed insieme traumatico, la presenza e l’interazione affettiva con la sorellina le rinnova, soprattutto nel profondo, il ricordo di quella dipendenza dal seno e dal latte della madre, tanto desiderata e mai ottenuta, che ha poi dovuto perfino dividere con un’altra “bocca da sfamare”.

È pertanto inconcepibile per il vissuto inconscio di Carla che proprio sua madre, che per lei rappresenta un cibo e un affetto invisibile e mai esistito, debba addirittura essere divisa con una sorella, che dipende dallo stesso seno-madre e che pretende lo stesso latte, cioè pezzi dello stesso amore.

Risolvere questo conflitto di sviluppo nella ragazza significa far rientrare la sua rivalità nella categoria più grande delle massicce interferenze ambientali che la ragazza ha subìto soprattutto in età precoce, di cui la stessa rivalità è spesso solo una delle tante espressioni possibili.

La rivalità fraterna che scatena un conflitto evolutivo sarà invece legata a fattori individuali, quali età e sesso, e relazionali, quali differenze di età e sesso, ordine di nascita (primogenito o figlio di mezzo) e preferenze, manifeste o profonde, di uno o entrambi i genitori per uno dei figli.

Tale conflitto, all’interno di una famiglia, può interessare il figlio maggiore perché, dopo aver goduto per un certo periodo di una situazione privilegiata di figlio unico, un bel giorno si ritrova defraudato. La sua reazione può dipendere da molti fattori: il carattere, l’educazione più o meno gratificante ricevuta, l’atteggiamento dei genitori alla nascita del secondo figlio, ma principalmente la differenza di età che lo separa dal fratello e la fase evolutiva in cui si trova quando nasce il fratellino.

Se la differenza è di tre o quattro anni l’adattamento del primogenito al secondo avverrà con grande difficoltà, anche se i genitori cominciano a pretendere dal maggiore che si comporti bene “perché è più grande”, che abbia il controllo delle sue funzioni corporali, che sia docile e che vada a scuola.

Nel disegno della famiglia trasformata Alessandro, figlio maggiore, si disegna come gatto e la sorellina di tre anni più piccola di lui è trasformata in topolino, “messa sotto le zampe del gatto”.

Alessandro, 6 anni, disegna la sua famiglia trasformandola

Se la differenza d’età è tra i sei e gli otto anni, molto dipende dal grado di maturità del bambino: se ha imparato a sopportare le frustrazioni inevitabili, se è riuscito a trovare un interesse nei giochi e nel lavoro di scuola, allora non sarà geloso del nuovo arrivato, ma assumerà un atteggiamento protettivo, giocando al piccolo papà o alla piccola mamma. Se manca di maturità, essendo stato viziato in eccesso fino a quel momento, la rivalità fraterna potrà essere anche molto intensa.

La rivalità apparirà in modo più evidente quando il secondogenito sarà cresciuto e comincerà a molestare il maggiore, sottraendogli o rompendogli i giocattoli: questa rivalità si esprimerà spesso in una tendenza autoritaria e imperativa.

C. Baudouin (1950) cita il notevole esempio di Charles Maurras che nei Ricordi d’infanzia scrive: “Mio padre mi aveva annunciato ballando e cantando l’arrivo del mio fratello minore… Avevo le abitudini del figlio unico e guardavo con occhi carichi di gelosia il neonato mio rivale: quante carezze perdevo! Mio padre mi prendeva per mano: ‘Su, vieni, mi diceva, noi siamo uomini!”

A. Berge (1962) osserva giustamente che la posizione di fratello maggiore è spesso resa più difficile dal fatto che i genitori molto giovani sono più severi, più esigenti nei confronti del primo figlio, mentre nel corso delle nascite susseguenti si fa strada in loro, poco a poco, una maggiore tolleranza educativa.

È necessario sottolineare che a questo si aggiunge talvolta – sottolinea L. Corman (1970) – un’intolleranza profonda della madre quando, sposatasi troppo giovane, si trova ferita nel suo narcisismo di ragazza da una maternità in fondo non accettata, che provoca in lei un rancore inconscio nei confronti del suo primo figlio.

Anche la rivalità degli altri fratelli verso il figlio preferito, che di solito beneficia di una situazione privilegiata, può sfociare in un conflitto evolutivo. Gli stessi genitori spesso accordano all’ultimo nato dei privilegi che ai fratelli maggiori erano stati rifiutati ed è frequente vedere questi ultimi accusarli apertamente o somatizzare la differenza di trattamento affettivo.

Francesco, dieci anni, viziato e preferito (soprattutto dalla madre) perché affetto da un problema fisico, disegna la sua famiglia chiusa in una nuvola-fumetto che esprime il suo pensiero; egli si disegna all’esterno per evidenziare la sua unicità, ma anche la sua diversità.

Francesco, 10 anni, disegna la sua famiglia

Se la differenza d’età fra il preferito ed il fratello che lo precede non è molto grande, essi formeranno tra di loro la solita coppia in cui si mescolano affetto e rivalità.

Se invece la differenza è significativa il preferito si troverà isolato e allora si compiacerà di rimanere nella calda atmosfera di piccino protetto in cui lo mantengono i genitori, oppure cercherà la compagnia dei più grandi, sviluppando a volte un atteggiamento masochista.

Anche il figlio di mezzo, o cadetto, si trova spesso in una situazione di rivalità fraterna che può sfociare in un conflitto evolutivo: questo dipende largamente dalla distanza che lo separa dal fratello che lo precede e da quello che segue.

Si può osservare come “certi secondogeniti sembrano attirati verso l’alto, cioè verso i più grandi, e altri verso il basso, cioè verso i più piccoli” (A. Berge, 1962).

Quando la differenza d’età è piccola, avviene che “il secondo si è appena impegnato nell’identificazione progressiva con il maggiore che già gli tocca far fronte alle tentazioni regressive combattute di essere il più piccolo; di qui le manifestazioni di sgomento, il bisogno di interesse, la regressione, l’aggressività e la rinuncia, manifestazioni assai vistose, che spesso contribuiscono a fare di lui la pecora nera della famiglia” (J. L. Faure, 1979).

Il figlio unico non è affatto al riparo né dai sentimenti della rivalità fraterna, né dai probabili conflitti evolutivi. Scrive M. Klein (1980): “È molto più sensibile degli altri all’angoscia che suscita la continua attesa di un fratello o di una sorella e ai sensi di colpa che prova nei loro confronti per le pulsioni aggressive inconsce che dirige contro la loro esistenza immaginaria all’interno della madre, poiché non gli è possibile adottare nella realtà un atteggiamento positivo nei loro confronti”. Inoltre la stessa aggressività contro il rivale immaginario non è temperata dall’affetto, come avviene quando il rivale esiste per davvero.

Francesca di sei anni, figlia unica, esprime tramite le sue bambole un desiderio di competizione immaginaria all’infinito.

Francesca, 6 anni, disegna una figura femminile

I gemelli hanno problemi diversi dagli altri bambini, soprattutto se monovulari. Si è spesso insistito sull’amore fraterno dei gemelli che vivono e si sviluppano in una strettissima unione affettiva per il fatto stesso della loro reciproca identificazione: non è raro invece che a questo affetto sottostiano dei sentimenti di rivalità solitamente molto carichi di senso di colpa e che pertanto si manifestano pochissimo.

Pietro, sette anni, nel disegnare la famiglia mette tra sé e suo fratello gemello il fratellino maggiore, nascondendo così in maniera legittima i suoi sentimenti di rivalità contro il fratello gemello.

Pietro, 7 anni, disegna la sua famiglia

È noto anche in quest’ultimo caso che tali sentimenti di ostilità non risolta possono deviare verso conflitti evolutivi e determinare sintomi di ogni genere.

Il conflitto evolutivo espresso nei vari esempi sopracitati non è necessariamente di facile risoluzione, ma essendo specifico di una fase evolutiva può essere transitorio. In circostanze normali generalmente scompare più o meno completamente una volta che è passata la fase specifica e che sono avvenuti ulteriori movimenti di sviluppo.

Quando questi conflitti evolutivi sono attivi, possiamo osservare angoscia di diversi tipi, qualche formazione temporanea di sintomi, alcuni disturbi del comportamento, qualche paura specifica di quella fase (orale, sadico-anale o fallica). In ogni caso un buon livello di consapevolezza dell’ambiente circostante può contribuire con successo al completo superamento di tali conflitti infantili.

Riferimenti bibliografici

Freud, A. (1979). Opere 1945-1964 (Bollati Boringhieri, Torino 1979).

Nagera, H. (1967). Early childhood disturbances, the infantile neurosis, and the Adulthood disturbances (New York: International University Press, 1967). Trad. it.: Nevrosi infantile (Armando, Roma 1969).

Berge, A. (1962). L’écolier difficile: l’ecole et les defauts de l’enfant (Paris: Bourrellier-Colin, 1962). Trad. it.: Lo scolaro difficile: la scuola e i difetti dello scolaro (Edizioni paoline, Roma 1966).

Baudouin, C. (1950). L’ame enfantine et la psychanalyse (Neuchatel: Delachaux & Niestlé, 1950). Trad. it.: L’anima infantile e la psicanalisi (Astrolabio, Roma 1950).

Faure, J. L. (1979). Voce “Fratrie, Rivalité fraternelle” in Lafon, Robert (cur.) Vocabulaire de psychopedagogie et de psychiatrie de l’enfant (Paris : Presses universitaires de France, 1979). Trad. it.: Enciclopedia di psicopedagogia . Il bambino (Laterza, Roma-Bari 1983).

Corman, L. (1970). Psychopathologie de la rivalité fraternelle (Bruxelles: Charles Dessart, 1970). Trad. it.: Psicopatologia della rivalità fraterna (Astrolabio, Roma 1971).

Klein, M. (1980). The psychoanalysis of children (The Melanie Klein Trust, 1980). Trad. it.: La psicoanalisi dei bambini (G. Martinelli, Firenze 1988).

2 commenti

  1. tiziana
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 18:26 | Permalink

    Mi sorprende sempre scoprire la delicatezza del mondo psichico, mi riferisco in particolare al caso clinico riferito di cui mi hanno colpito i mille simbolismi che il mondo interno può tirare fuori per denunciare il suo male, la sua insoddisfazione e sofferenza… Un gioco di associazioni sottili che raccontano meglio della parola, ciò che sta all’interno, spiegano il conflitto (a chi sa leggerlo) dando chance altrimenti impensabili…
    Da sorella minore ho spesso vissuto su me stessa l’incapacità degli adulti di comprendere ciò che noi bambini-fratelli stavamo vivendo soprattutto nel conflitto, troppo spesso liquidato con parole di circostanza lasciando ai noi il compito di gestire il peso più grande e troppo difficile da esprimere…
    leggendo questo post comprendo molto molto di più…

  2. Donatella
    Pubblicato il 22 aprile 2008 alle ore 11:13 | Permalink

    Credo che sia proprio vero che la nascita di un fratellino sia avvertita dal primogenito più come un’invasione che come una sorpresa! Anzi, anche quando sembra che ci sia contentezza da parte del primo figlio, l’aggressività che realmente prova sia molto spesso più forte del desiderio di unione! Nell’ iniziare a leggere il post ho pensato che la cosa migliore per un bambino sia essere figlio unico, fino a quando non ho letto cosa scrive la Klein! l’idea di non avere un fratello con cui confrontare la proprio rivalità, ma vivere questa rivalità nell’attesa che la madre possa o meno generare un altro figlio è di sicuro più angosciante!
    Mi chiedo allora quale sia la soluzione!
    personalmente ho un fratello più grande di me di tre anni, quando sono nata, dai racconti fatti in famiglia, non faceva altro che ammalarsi o ingessarsi, tanto da essere il figlio da proteggere, e quando mi è capitato di vedere un bambino di tre anni, a cui da poco è nata una sorellina, con il gesso alla gamba e la madre, di conseguenza, sempre vicino, ho realizzato che la cosa è più comune di quanto pensassi!
    Sembra che una madre che desidera un altro figlio, perdonate la battuta, ma come la fa e fa non vada mai bene!
    Ma credo che, seguendo quanto scritto nel post, l’unica soluzione sia che i genitori abbiano coscienza di questa “normale” rivalità fraterna!

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