Madri piccolo-infantili: un fenomeno di ostilità madre-figlio

Therefore, since I cannot prove a lover
I am determined to prove a villain.

E così, dacché io non posso far l’innamorato
Sono risoluto a dimostrarmi uno scellerato.

Riccardo III
William Shakespeare

A causa delle sue deformità Riccardo III non può amare; a causa di esse egli viene odiato e parte da ciò per prendersi vendetta.

Accade a molte persone quando il piacere è bloccato da una morale, da una censura o semplicemente da una rimozione. Madri intolleranti verso ogni diminuzione del piacere abituale assomigliano molto ai bambini “viziati”. Il loro corpo pretende incessantemente il soddisfacimento abituale. Di conseguenza esse diventano completamente dipendenti e reagiscono con grande scoramento se devono fare a meno di tutto ciò che può produrre piacere.

La derivazione dei disturbi in madri patologiche è da ascrivere alla loro sessualità piccolo-infantile, come abilmente ci fa notare K. Abraham: la posizione assunta da tali madri rispetto alla propria femminilità ci rivela un aspetto contraddittorio o decisamente di rifiuto. Tale rifiuto può essere ricondotto all’epoca in cui la bambina scopre la differenza tra i sessi, dopo cui la conformazione fisica femminile le appare come una specie di evirazione e il genitale stesso come una ferita.

Nel corso dello sviluppo normale ai desideri di virilità si sostituisce l’adattamento alla realtà; quando invece lo sviluppo è patologico, nella donna che sta diventando madre con l’incremento degli impulsi materni riemergono tutti i desideri e i conflitti originari. Spesso la futura madre può viverli in perfetta inconsapevolezza, e le accentuazioni delle forme femminili e della maturazione sessuale, tipiche di una donna che sta diventando madre, sono vere e proprie ferite collegate all’antica rappresentazione dell’evirazione.

Si dovrebbe dare più attenzione alle conseguenze di tale disturbo: occorre anzitutto sottolineare quanto sia il diventare madre, sia la possibilità di avere un figlio di sesso maschile siano punti pericolosi. I sintomi di origine psichica e i fenomeni corporei provenienti da tale disturbo sono già visibili prima della gravidanza sottoforma di frigidità, vaginismo, rifiuto della sessualità intensificato fino al disgusto, fenomeni di prurito nevrotico nella regione genitale. Parimenti da non trascurarsi sono i frequenti disturbi con forte carattere di angoscia nervosa nella donna prima del matrimonio: un intervento tempestivo può prevenire gravi conseguenze. Le stesse donne avranno disturbi particolarmente gravi nella menopausa.

Nel corso della gravidanza mostrano:

  1. Vomito, che è in parte determinato da una resistenza inconscia a portare a compimento la gravidanza;
  2. L’arresto improvviso dell’allattazione, corrispondente ad una ostilità inconscia della madre verso il bambino;
  3. Il rifiuto dei compiti femminili, che se effettuati possono dar luogo ad una molteplicità di sintomi.

Tutti i disturbi sopracitati si trovano accanto a sintomi organici di tipo ginecologico. È chiaro che il ginecologo non può comprenderli, non avendo una considerazione psicoanalitica, né si può pretendere che egli apprenda la tecnica psicoanalitica, ma conoscere e approfondire questi quadri clinici, magari coordinandosi con altre idonee professionalità, può essere per lui una valida indicazione per procedere guardingo.

La nascita di un figlio di sesso maschile riattiva in queste madri fantasie morbose e deliranti, la cui radice ultima è narcisistica: se tali fantasie prendono il sopravvento il rischio si intensifica e la vita del bambino è in grave pericolo. Ciò avviene quando le fonti dei sintomi sono di origine narcisistica grave. È noto il quadro clinico della madre narcisistica grave:

  1. Non sa amare, ossia non riesce a trasferire il suo amore al bambino;
  2. Predominano in lei sentimenti di disgusto, assenza di pudore, assenza del senso dell’orrore, assenza di compassione e sentimenti simili;
  3. Si lamenta incessantemente delle difficoltà di essere madre, e le sue lamentele sono senza un affetto corrispondente;
  4. Accondiscende ad un “lavoro meccanico” di essere madre, ma non vi trova alcuna soddisfazione;
  5. Sviluppa idee di grandezza e di persecuzione, e l’oggetto che la perseguita (il persecutore interno) è proprio suo figlio!
  6. La reazione, spesso camuffata, alla nascita di suo figlio è ben rappresentata dall’espressione «è tutta qui la novità?», ma nello stesso tempo sente la devastazione della propria vita emotiva;
  7. Le sue parole non hanno contenuto emotivo: può parlare dei problemi del figlio e delle cose più futili con lo stesso accento e con la stessa mimica;
  8. Nell’avere comunque continuo contatto con l’intimità del proprio figlio, per esempio in un bagnetto (si veda il recente caso di infanticidio del piccolo Mirko) o nel vestirlo, si scatena in lei l’antico complesso di essere stata evirata, in contrapposizione a colui che lei stessa ha dotato di un pene (fantasmatica inconscia ed inconsapevole), e talvolta per tutto ciò la sua reazione affettiva può essere molto violenta.

In definitiva si tratta di madri che nascondono una patologia grave contrassegnata da una labilità della personalità: in loro può prendere piede l’automatismo del comando (E. Kraepelin), ossia “uccidi ciò che non ami o ciò che ti produce tanta sofferenza”. Se questo delirio di persecuzione prende piede, l’omicidio è commesso. Subito dopo l’omicidio, tali madri raccontano o negano la realtà con la massima calma con tipiche espressioni del tipo: «Voi dite che sono stata io? Visto che dite così non lo posso escludere».

Naturalmente è impossibile esaurire in un breve scritto i numerosi fenomeni patologici che sono da ricondurre a tali comportamenti psicotici. Quello che sorprende è che il disturbo è radicato molto profondamente in queste madri, ma ben pochi riescono a capirlo, in quanto esse, fino a poco prima di uccidere i propri figli, erano riuscite a farsi considerare madri perfette e dignitose.

Infine è necessario ricordare quello che K. Abraham sottolineava nel lontano 1925 nella relazione “Psicoanalisi e Ginecologia” presentata alla Berliner Gesellschaft für Gynäkologie und Geburtshilfe:

“… la conseguenza fu che le singole specialità mediche persero completamente la loro connessione con la psicologia. I nostri sforzi devono mirare a reintegrare nel suo diritto il modo di considerare psicologico accanto a quello anatomo-patologico. Entrambi si possono benissimo riunire e probabilmente tutte le singole specialità mediche riceverebbero un nuovo impulso da una più forte accentuazione del fattore psichico e acquisirebbero preziosi collegamenti tra loro.”

In verità in quasi un secolo non è cambiato molto: in Italia da una parte il cieco assetto corporativo della professione medica, legata a doppio filo all’industria farmaceutica e supportata da una ingiustificata fiducia incondizionata dell’utenza, e dall’altra il perenne complesso di inferiorità delle categorie professionali legate alla psicologia offrono un pessimo esempio di come si fa scienza, e quindi anche prevenzione.

8 commenti

  1. Vincenzo C.
    Pubblicato il 3 giugno 2005 alle ore 5:25 | Permalink

    Leggendo questo post non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto sia sottile la differenza tra comportamenti “normali” e comportamenti “patologici” di alcune madri o donne che si approcciano a diventarlo. Proprio per questa labile differenza troppo spesso si tende a catalogare certe anomalie comportamentali che spesso, come sottolineato appunto nell’articolo, sfociano anche in veri e propri sintomi fisici, come facenti parte di una normalità caratteriale della persona stessa, oppure ci si rivolge a medici che spesso, a causa della mancanza di strumenti di analisi psicologica, finiscono per avere un approccio farmacologico blando che non risolve affatto il problema. Ad ogni modo, senza voler entrare nel discorso delle vere e proprie patologie di certe madri che poi sfociano anche in delitti orribili, la mia riflessione è rivolta soprattutto al fatto che molte madri non si rendono neanche conto di avere dei comportamenti anomali o scorretti nei confronti del loro bambino e che ciò si rifletterà sull’educazione e sul carattere del bambino stesso e in questo non vengono neanche aiutate dai familiari o dalle persone vicine. Credo che sia necessario per un genitore avere un approccio educativo sempre più rivolto verso una formazione psicologica e pedagogica, in modo da avere una maggiore conoscenza e soprattutto coscienza dei propri comportamenti e dei comportamenti del bambino stesso.

  2. Aussie Connection
    Pubblicato il 4 giugno 2005 alle ore 6:04 | Permalink

    L’aspetto più preoccupante che desta l’argomentazione proposta è la scarsità di supporto che la società odierna offre a patologie conosciute dai primi del novecento.

    Il mio campo di formazione mi permette di aggiungere un tassello importante nella ricostruzione della problematica, analizzando il problema da un angolatura differente, quella dell’informazione.

    Il lobbysmo della medicina tradizionale ha fatto si che gli Italiani siano tra i primi consumatori al mondo di farmaci con gli “ottimi” risultati descritti in precedenza. Questo dato dovrebbe far rinsavire molti operatori della salute mentale e fisica che tutt’ oggi credono in un approccio farmaceutico al problema psichico.

    Il problema è supportato sopratutto in termini di biasismo dei mezzi di comunicazione, i quali esaltano questo tipo di intervento, godendo sia dei proventi della pubblicazione degli spot/articoli che del ritorno mediatico di eventi come l’uccisone di un neonato.

    Io vivo in una realtà un pò diversa da quella italiana e un pò più simile a quella anglosassone britannica. Le problematiche qui sono molto presenti e molto forti anche se di natura differente. Nonostante questo ho la fortuna di poter vedere una televisione che alle 19,45 (l’orario più seguito sia da voi che da noi) propone dibattiti seri e proficui su argomenti come questo.

    Di contro tutti si rendono conto di come i mass media italiani sostengano un approccio patologico al corpo femminile fomentando castrazione nel marito che consuma il mezzo in termini voyeuristici e della moglie che cerca di arrivare in quegli studi televisivi e sfondare nello spettacolo. In questo manipolativo vuoto contenutistico il risultato più auspicabile e che l’iconsapevolezza di situazioni descritte precedentemente come di labiltà si trasformino in furiosi rush psicotici.

    E’ sotto gli occhi di tutti la tipica assenza delle istituzioni made in Italy, sempre intente a perpetrare gli interessi dei burocrati che le riempiono piuttosto di offrire al cittadino conoscenza e consapevolezza tramite informazione e formazione, sfruttando magari la notevole influenza sui mezzi di comunicazione.

    In questo senso ri-vivere è il neonato di una cultura dell’informazione che manca e che è necessaria, che ha bisogno dell’intervento di tutti, tecnici e non, perchè il cittadino sia sempre meno imbambolato dai fonsochiena televisivi e sempre più consapevole di cosa sta avvenendo nel suo habitat.

    Si tratta della vita dei più piccoli e del futuro della nostra nazione!

  3. tiziana
    Pubblicato il 4 giugno 2005 alle ore 14:50 | Permalink

    Viene difficile credere che una coscienza sociale possa nascere e strutturarsi in una realtà come la nostra in cui l’economia e i falsi valori hanno ormai travestito l’esistenza. Si, se la classe medica fosse più sensibile e accettasse l’integrazione della “Scienza psicologica” sarebbe un passo avanti visto che la medicina ufficiale a quanto vedo salva e toglie vite sulla bese di budget da raggiungere. Si convinceranno che la Psicologia è una scienza che può curare anche se non vende medicine o forse vincerà il lexotan…Poi mi spaventa vedere lo scempio di una madre, tanto quanto la gente che si accoda nella caccia alle streghe e non si accorge degli istinti che viaggiano all’interno… la tv non informa, i soliti psichiatri dicono la loro e la coscienza si allontana da quella donna semplice che ascolta la notizia con distacco mentre avrebbe potuto capire qualcosa di se stessa. Non sarebbe meglio insegnare nelle scuole qualcosa sull’igiene della mente? Un’ora alla settimana di cultura della psiche non potrebbe aiutare il futuro medico,? o forse diventerà un’altra ora di manipolazione delle masse?
    Intanto chiedo di approfondire l’argomento, vorrei saperne di più, capire come si individua un soggetto patologico e cosa può accadere se lo stesso problema esiste in misura meno grave…

  4. alessandro
    Pubblicato il 4 giugno 2005 alle ore 16:49 | Permalink

    Come prevenire certi fenomeni? Quali strumenti ci offre oggi questa società troppo gonfia di TV? Appare evidentemente chiaro che chi si accinge ad essere genitore, salvo eccezionali casi, non abbia la più pallida idea di che cosa sia crescere un figlio, ma soprattutto, di volere realmente un figlio.
    Troppo pochi sono gli strumenti per valutare se una persona, soprattutto madre, ha il giusto equilibrio per sostenere ed integrare un tale peso. La giustizia italiana, ambito di cui mi occupo, pensa semplicemente a relegare una persona, probabilmente malata, in un istituto psichiatrico, certamente ad oggi non può fare altro che adottare una misura cautelare e cautelativa, ma come risolve il problema? Non è solo colpa di medici o psicologi negligenti, c’è anche una classe politica e giudiziaria assente sulle grandi questioni sociali. Mi fa vergognare di diventare un giurista, la marea di famosi avvocati che si è precipitata alla corte della Sig.ra di Lecco, per offrirle una difesa e per garantirsi una pagina in più su qualche giornale! Per carità non voglio colpevolizzare nessuno, ma è ora che si mettano le mani sulla deontologia professionale di quelle persone che trattano con la salute della gente. Per finire vorrei porre a ri-vivere un quesito:”come mai nella stagrande maggioranza di questi casi ad essere vittima o carnefice è sempre la madre? grazie.

  5. Daniele
    Pubblicato il 5 giugno 2005 alle ore 13:32 | Permalink

    Vi raccconto una mia esperienza clinica: qualche tempo fa si presenta da me una madre eccesivamente preoccupata per la salute del figlio. Dopo aver visitato il figlio noto che ha soltanto la gola un po’ arrossata, non ha dolore alla deglutizione nè febbre nè lifonodi gonfi; non posso far altro che dire alla madre che non potrò prescrivere alcun farmaco al bambino e quindi consiglio di comprargli delle caramelle alla propoli. Non l’avessi mai fatto!!! La madre ha in tutti i modi cercato di convincermi a prescrivere almeno un leggero antibiotico (uno dei farmaci più pericolosi se prescritti male!!) e di fronte al mio rifiuto se ne è andata sbattendo la porta…credo che qualche medico un po’ più “buono” le avrà prescritto poi il farmaco che desiderava.
    Avrei voluto prescrivere anche un po’ di tisana di tiglio alla madre e consigliarle un supporto psicologico ma non era chiaramente il caso.
    E’ inutile dire che è quasi sempre così: se non prescrivi non sei un barvo medico. Non lo sei agli occhi dei pazienti, dei colleghi, degli informatori farmaceutici.
    E’ difficile rimanere a galla in questo sistema, meno male che ho qualcosa di concreto a cui aggrapparmi saldamente per non affogare e anzi ri-vivere…

    Ps credo che avrei potuto fare anche di meglio per contenere la paziente me non avevo ancora letto gli ultimi post!

  6. Laura
    Pubblicato il 5 giugno 2005 alle ore 21:19 | Permalink

    E’ sconcertante come madri inconsapevoli del loro dramma interiore non abbiamo possibilità di essere “scoperte” per tempo. Nella psicoanalisi uno dei presupposti fondamentali è che intanto produce coscienza in quanto è l’individuo a farne richiesta; è la persona che percependo malessere o disagio o meccanisi di pensiero inceppati si rivolge allo psicoanalista. Ma resta a carico della società comunque la responsabilità di informazione di interventi clinici in grado di pre-vedere catastrofi umane, resta a carico della comunità scientifica il mancato interrogarsi sull’origine psicodinamica del comportamento omicidale e manca la responsabilità di una cultura del giornalismo che dovrebbe non essere spettacolo (grottesco, ma io lo vivo così) o opinionismo, ma diventare strumento mediatico per veicolare dubbi e interrogativi di carattere scientifico! Dicendo questo, il mio obiettivo non è quello di scaricare la responsabilità sulla società come è costume fare, ma diffondere quel minimo di “individuazione sociale” (lo so che è una frase paradossale) che serve a non soffocare l’individuo con migliaia di idiozie, o false illusioni; andare verso una comunità capace di creare per i suoi membri miti, valori, ideali.
    Laura

  7. carmencita
    Pubblicato il 5 giugno 2005 alle ore 22:03 | Permalink

    Come mamma, mi rendo conto di come sia più complesso e difficile il rapporto con un figlio maschio nei termini di un rapporto d’amore che risulta spesso fusionale, e quanto possa essere difficile poter attuare un reale processo di separazione.
    Questa difficoltà l’ho vissuta in prima persona sin dalla nascita di mio figlio, una nascita che non è stata priva di difficoltà e problemi e che mi ha portato da sempre alla convinzione che tutto questo poteva essere legato in parte a problematiche trans-generazionali, non di meno alla gravidanza di mia madre quando era in attesa del figlio maschio.
    Quello che noto in moltissime madri, è la mancanza di coscienza ad affrontare una gravidanza e il possibile sesso del nascituro, banalizzando il tutto come voglia del figlio maschio per far contento il futuro padre o voglia della figlia femmina per soddisfare le proprie esigenze narcisistiche.
    Spesso questi temi passano sotto una rimozione generale e la donna vive la gravidanza nella completa inconsapevolezza.
    Attualmente esistono molte strutture per affrontare il parto con esercizi di rilassamento e corsi di Training Autogeno per affrontare il dolore.
    Da un punto di vista psichico è difficile, invece, trovare anche un programma televisivo serio in grado di affrontare il problema da una angolatura prettamente psicologica, che non deve servire da caccia alle streghe, ma deve aiutare molte donne ad affrontare una gravidanza con una maggiore maturità e presa di coscienza.

  8. Alessandra
    Pubblicato il 6 giugno 2005 alle ore 23:58 | Permalink

    Finalmente zia!! La gioia di questo momento, sicuramente indimenticabile, è stata però stemperata dalla delusione derivante dall’atteggiamento del personale medico e dalla poca importanza, se non del tutto assente, prestata all’aspetto psicologico dell’evento. Speravo si trattasse di noncuranza e invece ho dovuto prendere atto, con rammarico, della totale impreparazione riguardo all’argomento. La prassi è questa: vai in ospedale, ti fanno partorire e poi devi sbrigartela da sola o al massimo affidarti alle “teorie-fai-da-te” della mamma o della nonna. Ho visto madri spazientite ricorrere al latte artificiale solo perchè impreparate e incapaci di intervenire correggendo l’atteggiamento del bambino, ove necessario, durante l’allattamento, rovinando un momento bellissimo come questo. Mi domando perchè a queste mamme, oltre all’assistenza sicuramente impeccabile del personale medico non venga garantita anche un’assistenza psicologica, soprattutto in questi luoghi. E’ dovere ma soprattutto diritto di una mamma sapere. Naturalmente il mio regalo per la neo-mamma è stato un libro di Winnicott…

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