L’Io infantile delinquente

Quando si parla di Io infantile delinquente si fa riferimento a ragazzi con una forte impulsività per quel che riguarda l’odio e la distruttività, o a ragazzi con un autocontrollo del tutto inadeguato: il loro Io risulta scarsamente sviluppato, imperfetto nel suo funzionamento fino al punto di essere incapace di svolgere la propria funzione.

Non è sempre così. In alcune situazioni ci troviamo di fronte, inaspettatamente, a funzioni dell’Io che sembrano addirittura sovrasviluppate: in questo caso il problema sta nel fatto che esso funziona al servizio del padrone sbagliato.

Si parla di “Io infantile delinquente” nella situazione in cui un ragazzo è impegnato a difendere a tutti i costi la gratificazione degli impulsi invece di svolgere una sintesi tra i desideri, le esigenze di realtà e la forza dei valori sociali: l’Io sta tutto dalla parte dell’impulsività, si butta con tutto il suo peso a rendere possibile la gratificazione dell’impulso, contro il mondo esterno come pure contro ciò che può essere rimasto della voce della coscienza. Si deve essere consapevoli che il termine “delinquente”, se pure è lecito usarlo, andrebbe più propriamente riferito al Super-Io dell’adolescente che non al suo Io.

Il concetto clinico di delinquenza opera una netta differenziazione tra la valutazione del comportamento delinquenziale rilevato in un determinato caso e il problema della base su cui esso ha avuto luogo, ossia il suo sfondo.

Supponiamo che un ragazzo di dodici anni abbia commesso un furto: dal punto di vista giuridico questo comportamento rientra indubbiamente nella categoria dei comportamenti delinquenziali, e così pure dal punto di vista culturale. A questo punto, è però possibile che il clinico scopra che in quel caso l’atto del rubare era semplicemente parte di una nevrosi di gelosia: dal punto di vista clinico saremmo portati a considerare il suo gesto un “furto a sfondo nevrotico“.

A confronto con questo ragazzo, l’adolescente che ha rubato semplicemente perché ha visto qualcosa che gli piaceva e non si è minimamente preoccupato che appartenesse a qualcun altro ha compiuto un atto che non solo può essere classificato delinquenziale ma che anzi si può dire essersi verificato su uno “sfondo delinquenziale“.

Tale distinzione, mentre non avrebbe molta importanza nel determinare il valore giuridico o culturale del comportamento in questione, ne ha invece moltissima per determinare il tipo di disturbo da cui il ragazzo è affetto e le misure da adottare per curarlo e impedirgli al tempo stesso di compiere azioni analoghe.

Il tipo specifico di disturbo della personalità a cui si fa riferimento quando si afferma che il furto di un ragazzo è a sfondo delinquenziale può variare a seconda dei casi. Si potrebbe pensare a un “disturbo del carattere”, oppure contemplare la possibilità che un determinato bambino rubi “a causa della sua completa identificazione con il codice delinquenziale del suo quartiere”. Si potrebbe addirittura scoprire che il ragazzo che cresce in certe condizioni tenderà con ogni probabilità a sviluppare un “Super-Io delinquente” per “l’identificazione con” gli adulti con i quali è vissuto.

Comunque in entrambi i casi ci troviamo di fronte a ragazzi che odiano. Ben lungi dall’essere impotente l’Io di questi ragazzi dimostra inaspettatamente di essere un giudice piuttosto acuto di quella realtà che può essere d’impedimento all’esplicarsi della loro impulsività e diviene un efficiente manipolatore del mondo che li circonda, nonché un energico difensore, contro la voce della loro stessa coscienza morale, dei piaceri dell’atto delinquenziale. Il tentativo dell’Io è dunque di assicurare il godimento, libero dall’angoscia, dal senso di colpa e da tutti i limiti morali.

Esistono comunque livelli diversificati di patologia delinquenziale:

  • alcuni ragazzi, il cui Io si è già identificato completamente con un codice di comportamento e con valori delinquenziali, non proveranno neppure il fastidio del senso di colpa: il compito dell’Io sarà dunque quello di “farla franca” e di difendere la loro natura delinquenziale dalla minaccia del mondo che li circonda;
  • altri invece non sono ancora arrivati a questo punto: qua e la scatta l’identificazione del loro Io nei valori delinquenziali, ma la voce della loro coscienza morale riesce ancora a farsi sentire;
  • in altri casi ancora, né l’identificazione con i valori né l’Io delinquente sono molto sviluppati: si tratta di ragazzi il cui Io sembra avere principalmente una funzione di “manipolazione della realtà”.

Nel prossimo post approfondiremo la relazione di questi ragazzi con i propri impulsi aggressivi.

3 commenti

  1. Armando
    Pubblicato il 21 aprile 2006 alle ore 18:30 | Permalink

    Mentre leggevo l’articolo ho iniziato a ricordare alcuni eventi di quando ero adolescente, situazioni in cui in una normale passeggiata pomeridiana nel centro cittadino si potevano verificare spiacevoli incontri di “bande” di ragazzini poco raccomandabili (scenario frequente nella mia città) e di come l’unica soluzione, se non si riusciva ad evitarli, era apparire e reagire “delinquenti” quanto e come loro!
    Credo che la prima causa di nascita di tali elementi sia l’ambiente, sia quello strettamente legato all’individuo, sia quello che lo circonda più a livello macroscopico. Infatti, ma potrei anche sbagliarmi, ho sempre notato che tali individui si presentano quasi sempre in gruppo più che singolarmente.
    Nascono così i “sciuscià” o i “boys of the road”, bambini delinquenti, reietti, figli dell’abbandono e della miseria (economica o culturale).
    Come racconta Jorge Amado in un suo libro (tratto da una storia vera) molti di questi ragazzi vengono travolti dalla crudeltà di una società nemica o dalla logica perversa dell’autodistruzione, ma ci sono tra loro anche quelli che la fortuna (gli adulti, la storia) può assistere.
    In ogni caso, sarebbe saggio che un genitore al primo segnale “delinquenziale” del figlio, a prescindere della gravità, si attivi a indagare sulla natura di tale gesto per capire fino a che punto l’Io si è identificato con un codice comportamentale totalmente sballato.

  2. Alessandro I.
    Pubblicato il 22 aprile 2006 alle ore 12:27 | Permalink

    A mio avviso, quello che sconcerta di certi comportamenti dell’ Io infantile delinquente, è che la maggiore fortificazione di essi si abbia in luoghi in cui le regole sono manifestamente e sistematicamente violate dagli adulti. Si prendono ad esempio manifestazioni di presunto “arrogante dominio sul prossimo” per poter continuare a vivere in questa società. Non è strano come questi fenomeni siano più evidenti in città meridionali piuttosto che settentrionali dove l’affermazione del rispetto sociale del prossimo è sacrosanta. Credo che il compito di curare queste patologie delinquenziali sia prima di tutto a carico di chi ha il ruolo di far applicare la legge, ma non in forma sterile e fine a se stessa, piuttosto in assoluta sinergia con chi può, nel vero senso della parola, curare la patologia di questi ragazzi che hanno il diritto e la possibilità di vivere nella legalità, anche psicologica!

  3. Pubblicato il 25 aprile 2006 alle ore 19:01 | Permalink

    In medicina l’eziologia è più importante del sintomo, è infatti inutile o palliativa una terapia sintomatica se non si va a debellare l’agente patogeno.
    Concetto chiaro, logico, persino banale. Allora mi chiedo: com’è possibile che questo principio non viene adoperato anche nella giustizia? che senso ha punire il furto (sintomo) senza capirne la causa (agente patogeno)? In questo modo sembra che non si può far più nulla per guarire un bambino ormai così “malato” che può essere curato solo con una terapia palliativa.

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