Latte, latte delle mie brame…

Spesso è difficile comprendere che in un bambino la fase orale (0-1 anno), ossia la fase dell’allattamento, rappresenta il primo e forse il più importante presupposto di un comportamento futuro normale, dal punto di vista sia sociale che sessuale. Il piacere orale del neonato significa – e significherà anche in età adulta – piacere di prendere, di ricevere. Le deviazioni quantitative dal processo usuale di conquista del piacere tramite il succhiare il seno e il mordere gli oggetti possono dar luogo a disturbi, legati ad alcuni fattori.

Come si allatta e si alleva:

  • il primissimo desiderio di piacere viene soddisfatto in modo manchevole;
  • la beatitudine dell’età neonatale non è goduta a sufficienza;
  • la stessa epoca è straordinariamente ricca di piacere;
  • il bambino, nella sua richiesta di piacere, è viziato dalla madre, che acconsente ad ogni suo desiderio;
  • svezzamento difficoltoso, che non di rado riesce soltanto dopo anni;
  • eccessiva riduzione del contatto fisico, soprattutto con riguardo al tenere in braccio il bambino troppo poco;
  • cambiamenti eccessivi di baby-sitter;
  • mutamenti improvvisi nella routine;
  • brusca separazione dalla madre;
  • trascuratezza concreta (per esempio, dimenticare di allattarlo);
  • assenza d’amore.

Chi allatta e alleva, ossia il tipo di madre, il cui comportamento nevrotico determina una atmosfera sfavorevole per il piccolo:

  • madri assenti con psiche frigida, il cui seno diventa “congelato” per il bambino;
  • madri martiri che ricordano di continuo al proprio figlio tutto ciò che hanno fatto per lui e quello che hanno dovuto sacrificare: tale impulso è così intenso e irrefrenabile che viene trasmesso fin dai primi giorni al proprio figlio tramite un “seno-dolore“;
  • madri da “mammismo”, la cui aggressiva presenza si traduce in un ostinato seno in bocca al bambino, pensabile più come “seno-tappo“.

La costellazione dei tratti orali che può emergere in età adulta comprende le più svariate manifestazioni di ambivalenza (copresenza di espressioni positive e negative di desideri pulsionali) e/o di tendenze ostili e mordaci:

  • manifestazioni amplificate di desiderio e forti aspirazioni, presenza di impulsi avidi, forte generosità, tendenza a succhiare cibi dolci, desiderio intenso, pulsionale di cibi dolci (specie se si tratta di uomini!), anormali sintomi di fame cosiddetta nevrotica (specie se si tratta di donne!), presenza di “attacchi di fame da lupo” (specie di notte!);
  • rifiuto di nutrirsi, per esempio inappetenza, disgusto per il cibo, nausea e vomito con connotazioni isteriche, rifiuto del cibo associato alla paura di morire di fame.

Se nella prima infanzia la beatitudine dell’età neonatale non è goduta a sufficienza (latte negato, amore negato), in età adulta l’individuo potrà evidenziare una inibizione del desiderio degli oggetti, con forte angoscia di poter perdere anche soltanto una minima parte di quel che possiede.

Se nella prima infanzia l’epoca orale è stata deludente (madre assente, carezze carenti), in età adulta l’atteggiamento sarà quasi sempre apprensivo verso la vita, con l’inclinazione “a darsi pena” per qualunque cosa e a rendere più difficili del necessario anche gli eventi più semplici dell’esistenza.

Se nella prima infanzia l’epoca orale è straordinariamente ricca di piacere (bambini viziati nel periodo dell’allattamento: troppo latte e troppi oggetti) in età adulta prevarrà la convinzione profondamente radicata che le cose debbano andare sempre bene, sospinta da un ottimismo imperturbabile e fatalistico (ottimismo nevrotico), che se spesso aiuta tali soggetti nell’effettiva realizzazione di scopi pratici, potrebbe però anche condannarli all’inattività. Bambini viziati durante l’allattamento saranno individui adulti la cui libido pretende incessantemente il soddisfacimento abituale e non tollera la minima frustrazione.

Se nella prima infanzia i bambini sono stati grandi “ciucciatori del pollice” (il pollice rappresenta il capezzolo materno da cui il bambino non vuole prendere le distanze perché gli fornisce “latte continuo”), in età adulta possono non mostrare alcuna particolare colorazione libidica dell’assunzione di cibo, che può spingersi al disgusto per il cibo, con frequenti nausee e tendenza a vomitare.

Inoltre una fase orale disturbata può determinare in fase adulta un comportamento sociale dell’individuo molto limitato, una scelta limitata della professione, delle simpatie e dei passatempi. In questo caso si avrà il dipendente nevrotico passivamente legato a mezzi di sussistenza che gli devono essere assicurati permanentemente, fino alla morte. Egli rinuncia ad ogni possibilità di affermazione personale in favore di una fonte di reddito sicura e regolare.

Altre conseguenze della fase orale disturbata si possono rilevare in individui che nel loro comportamento sociale sembrano pretendere sempre qualche cosa, ora più nella forma del chiedere, ora più nella forma dell’esigere. Il modo in cui manifestano i loro desideri ha in sé qualcosa del succhiare insistente: non si lasciano distogliere né dalla realtà dei fatti, né da obiezioni razionali, ma continuano a incalzare e insistere. Essi sono particolarmente sensibili allo stare soli, anche per poco tempo.

Se la fase sadico-orale, ossia quella del mordere, in cui il bambino porta gli oggetti alla bocca e li morde, è disturbata da una madre ansiosa che toglie ogni tipo di oggetto dalla bocca del bambino, o al contrario lo lascia con lo stesso oggetto per ore senza limitarlo, in fase adulta essa può evolversi nel bisogno di dare attraverso la bocca. Troveremo perciò accanto al desiderio continuo di ricevere tutto, un impulso continuo a comunicare con gli altri per via orale: da ciò deriva un impulso ostinato a parlare. Ad esso si collega il senso di “straripamento” e/o “strascicamento” e le persone di questo tipo hanno l’impressione di essere inesauribili nel produrre pensieri, attribuendo alle loro espressioni linguistiche un particolare influsso o tono, o un qualche valore straordinario.

Conseguenze più gravi della fase orale mal riuscita si hanno nei nevrotici depressi, che ricevono spesso un influsso benefico dal semplice ingerimento di un farmaco il cui effetto suggestivo della “boccetta” non dipende soltanto dal medico curante, ma dalla proprietà di offrire alla bocca del malato qualcosa che suscita in lui echi dei più antichi ricordi piacevoli. E pensare che lo chiamano “placebo”!

2 commenti

  1. Pubblicato il 12 aprile 2006 alle ore 9:38 | Permalink

    Ecco spiegato il mio fastidio nel vedere madri che allattano per due o tre anni i propri bambini senza curarsi delle conseguenze.
    Certo la mancanza di informazione fa loro credere che non ci possono essere ripercussioni nella crescita del loro bambino e queste, infatti, sono le mamme che, quandro si troveranno di fronte a problemi comportamentali dei loro figli, diranno:”ma come è potuto succedere? è sempre stato un bravo bambino!”; la causa quindi sarà da ricercare nella televisione o nella scuola e la terapia sarà un farmaco, spesso proprio un pacebo o, peggio, uno psicofarmaco.
    Bisogna invece prendere atto che la causa, in realtà, è in tutti quei problemi che si possono venire a creare durante l’allattamento, la soluzione è la prevenzione primaria.

  2. tiziana
    Pubblicato il 12 aprile 2006 alle ore 12:56 | Permalink

    Sull’allattamento ne sento di tutti i colori… Di fatto ho la sensazione che l’attuale società non consenta alla madre di vivere il nutrimento del proprio figlio con serenità, assillandola con continui divieti, consigli e regole di tipo meccanico.
    Sarebbe più utile diffondere linee-guida di questo tipo per consentire alle madri , che allattino naturalmente o artificialmente, di avere una solida coscienza del momento importante che il figlio sta vivendo.

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