L’attaccamento del bambino alla madre

La pausa fa parte di un ritmo autentico. Se è lunga rischia di diventare inerzia, quindi va declinata con il movimento: solo così il ritmo che ne deriverà sarà continuo e armonioso. Nulla è meglio di un articolo corposo per ricominciare.

Ricerche ultime dimostrano la correlazione persistente tra schemi di attaccamento lungo l’arco della vita e il loro influsso sullo sviluppo degli aspetti caratteristici della personalità e della psicopatologia. In base a ciò, si è andato intensificando l’interesse per la teoria dell’attaccamento, la quale venne elaborata inizialmente da John Bowlby per spiegare alcuni schemi di comportamento caratteristici nelle relazioni tra i bambini piccoli e i loro genitori.

Storicamente la teoria si è sviluppata a partire dalla psicoanalisi delle relazioni oggettuali ed ha incorporato concetti tratti dalla teoria dell’evoluzione, dall’etologia, dalla teoria del controllo e dalla psicologia clinica (Bowlby, 1988).

Bowlby elaborò il concetto di comportamento di attaccamento, che “è quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1989).

Il comportamento di attaccamento è evidente soprattutto nella prima infanzia, anche se può essere osservato lungo tutto l’arco della vita, per esempio negli adolescenti e negli adulti. Riesaminando la natura del legame del bambino verso la madre, Bowlby trovò che “fosse utile considerare tale legame come la risultante di un preciso e in parte preprogrammato sistema di schemi comportamentali che nell’ambiente normale si sviluppa durante i primi mesi di vita e ha l’effetto di mantenere il bambino in una più o meno stretta prossimità con la figura materna”(1989).

Scopo del comportamento di attaccamento, per Bowlby, è ricevere protezione.

Le ricerche che Mary Ainsworth condusse, a partire dagli anni Cinquanta, aprirono la seconda fase degli studi sull’attaccamento.

Dopo aver lavorato inizialmente alla Tavistock Clinic di Londra con Bowlby, la Ainsworth trascorse un paio di anni a studiare le madri e i bambini in Uganda (1963, 1967).

Fu colpita dal fatto che i bambini, una volta in grado di muoversi autonomamente, usavano le madri come una base sicura da cui partire per le loro esplorazioni. A otto mesi di età, quasi tutti i bambini che avevano una figura materna stabile nei cui confronti sviluppare un attaccamento, si allontanavano dalla madre per escursioni esplorative e a lei ritornavano di tanto in tanto. Se, invece, la madre si assentava, tali escursioni diventavano molto meno evidenti o cessavano. A partire da queste osservazioni, la Ainsworth sviluppò i concetti di “base sicura” (sure base) e di “porto fidato” (safe haven):

  • una madre normalmente attenta fornisce al figlio una base sicura da cui egli può partire per esplorare;
  • un porto fidato a cui può far ritorno quando è turbato o spaventato.

Secondo Bowlby (1988), questi concetti sono cruciali per capire come una persona emotivamente stabile si sviluppi e funzioni per tutta la vita.

La Ainsworth classificò i bambini in tre gruppi principali, utilizzando due criteri discriminanti:

  1. quanto o quanto poco essi esplorassero in presenza della madre o in sua assenza;
  2. come trattassero la madre quando era presente, quando si allontanava e, soprattutto, quando ritornava dopo essere stata assente.

Il primo gruppo è quello dei bambini che mostrano un attaccamento sicuro:

  • il bambino ha fiducia nella disponibilità, nella comprensione e nell’aiuto che la madre gli darà in caso di situazioni avverse o terrorizzanti. Grazie a questa sicurezza, si sente ardito nell’esplorare l’ambiente esterno;
  • utilizza la madre come una “base sicura”, tenendo conto dei suoi spostamenti e tornando a lei di tanto in tanto. Questo comportamento viene promosso quando la madre è facilmente disponibile, sensibile ai segnali del bambino, e pronta a rispondere con amore alle richieste di protezione e/o conforto del bambino;
  • quando la madre si assenta per un breve periodo, al suo ritorno viene accolta con calore.

L’attaccamento dei bambini del secondo gruppo è definito di resistenza angosciosa o di resistenza ambivalente:

  • questi bambini esplorano poco e presentano, invece, comportamenti stereotipati come il succhiarsi il pollice o il dondolarsi. Sono costantemente angosciati per gli andirivieni della madre, piangono molto in sua assenza, ma sono oppositivi e difficili al suo ritorno;
  • il bambino non ha la certezza che la madre sia disponibile o pronta a rispondere e a fornire aiuto. A causa di questa incertezza, il bambino è sempre incline all’angoscia di separazione, tende a piagnucolare e ad aggrapparsi, e l’esplorazione del mondo esterno gli crea ansietà;
  • questo schema comportamentale viene favorito da una figura materna che solo in alcune occasioni è disponibile ed aiuta, e viene facilitato anche dalle separazioni e dalle minacce di abbandono usate come mezzo di controllo.

Nel terzo gruppo, lo schema di attaccamento è definito di evitamento angoscioso:

  • durante l’assenza della madre, i bambini concentrano la loro attenzione sui giocattoli e non danno segni di pianto. Evitano attivamente la madre e la ignorano quando ritorna dopo un periodo di separazione. In casa, la maggior parte di questi bambini mostra rabbia marcata nei confronti della madre e ansia quando non sa dove si trova;
  • il bambino non si sente sicuro che quando ricercherà le cure, riceverà aiuto, ma al contrario si aspetta di essere rifiutato;
  • le madri di questi bambini respingono costantemente il figlio quando si avvicina loro per cercare conforto e protezione.

M. Main (1991), collega della Ainsworth, aggiunge un quarto tipo di attaccamento definito disorientato-disorganizzato, che si ha quando:

  • le madri sembrano arrabbiate, inespressive e non amanti del contatto fisico con il bambino. Alcune rimproverano in tono irritato, alcune scherniscono, altre parlano sarcasticamente al o del bambino;
  • i bambini non salutano la loro madre, ma la evitano deliberatamente, si avvicinano alla madre brevemente, ma voltando la faccia e poi ritraendosi da lei, o, invece di avvicinarsi alla madre, si mettono con la faccia verso l’angolo della stanza, come affrontando una punizione.

Per Bowlby (1988), l’ipotesi più plausibile “è che nel tenersi a distanza da questo tipo di madri il bambino stia in realtà evitando di venire trattato di nuovo in modo ostile”.

La teoria dell’attaccamento è stata utilizzata non solo per spiegare lo sviluppo della personalità, ma anche l’eziologia e le manifestazioni di alcune psicopatologie.

Per il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-IV) la caratteristica fondamentale del Disturbo Reattivo dell’Attaccamento (DRA) è “una modalità di relazione sociale, notevolmente disturbata e inadeguata rispetto al livello di sviluppo, che si manifesta in quasi tutti i contesti, che inizia prima dei 5 anni ed è associata ad un accudimento grossolanamente patologico” (1996).

Il DRA presenta due tipi di sintomatologia clinica che sono stati conservati anche dal DSM-IV: il Tipo Inibito e il Tipo Disinibito.

Nel Tipo Inibito, il bambino “è persistentemente incapace di dare inizio alla maggior parte delle interazioni sociali e di rispondere ad esse in maniera adeguata al suo livello di sviluppo” e “mostra modalità di risposta eccessivamente inibite, ipervigili, o altamente ambivalenti (per es., attenzione fredda, resistenza alle tenerezze o un misto di approccio ed evitamento)” (1996).

Nel Tipo Disinibito, vi è una modalità di attaccamento diffuso: il bambino mostra socievolezza indiscriminata o una mancanza di selettività nella scelta delle figure di attaccamento; prevalgono interazioni sociali scarsamente modulate con persone estranee.

Vediamo nello specifico quali sono i criteri che permettono di diagnosticare un Disturbo Reattivo dell’Attaccamento:

  1. una modalità di relazione sociale notevolmente disturbata e inadeguata rispetto al livello di sviluppo in quasi tutti i contesti, con inizio prima dei 5 anni di età;
  2. persistente incapacità di dare inizio alla maggior parte delle interazioni sociali o di rispondere ad esse in maniera adeguata al livello di sviluppo, come manifestato da risposte eccessivamente inibite, ipervigili, o altamente ambivalenti e contraddittorie (per es., il bambino può rispondere a coloro che se prendono cura con un misto di avvicinamento, evitamento, e resistenza alle tenerezze, o può mostrare un’attenzione fredda);
  3. legami diffusi come manifestato da socievolezza indiscriminata con notevole incapacità di mostrare attaccamenti adeguatamente selettivi (per es., eccessiva familiarità con parenti lontani o mancanza di selettività nella scelta dei personaggi di attaccamento).

Lieberman e Pawl (1988, 1990) definiscono i disturbi dell’attaccamento come distorsioni della base sicura e descrivono tre tipi di attaccamento disordinato che illustrano con degli esempi clinici.

  1. Il primo tipo, caratterizzato da imprudenza e propensione agli incidenti, descrive i bambini piccoli che non si girano indietro a controllare l’agente delle cure nei momenti in cui i loro sistemi di attaccamento dovrebbero essere attivati.
  2. Nel secondo, il cui tratto saliente è l’inibizione dell’esplorazione, il bambino piccolo non sembra desiderare di allontanarsi dalla base sicura che l’agente di cure gli offre.
  3. I bambini del terzo tipo, infine, mostrano una competenza precoce nel badare a se stessi e nell’autoproteggersi, ma sembrano invertire la relazione con i loro genitori, in quanto tendono a farsi carico della responsabilità di prendersi cura di loro.

Nella Classification of Mental Disorders (Criteri ICD-10) i disturbi dell’attaccamento tracciati prima dei 5 anni di età sono:

  • risposte sociali ambivalenti fortemente contraddittorie che si estendono in vari contesti sociali (ma che possono variare da relazione a relazione);
  • disturbi emozionali pieni di infelicità, assenza di risposte emotive, reazioni di evitamento, risposte aggressive in situazioni stressanti proprie o altrui, e/o ipervigilanza timorosa;
  • evidenza di incapacità di stabilire relazioni sociali reciproche;
  • attaccamento ed aggressività infantile.

Greenberg, Speltz, e De Klyen (1993) hanno elaborato un modello che pone quattro fattori all’origine dei disturbi del comportamento aggressivo nel bambino:

  1. le caratteristiche individuali del bambino, come il temperamento o problemi neurologici;
  2. le relazioni di attaccamento;
  3. la presenza di eventuali fattori di stress all’interno della famiglia;
  4. il tipo di disciplina.

Alcune ricerche longitudinali della Ainsworth (1978), avevano evidenziato l’esistenza di un legame tra l’attaccamento evitante nell’infanzia e i comportamenti aggressivi o non compiacenti nei confronti dei genitori o dei pari durante l’infanzia stessa o durante il periodo prescolare. Altri studi di Matas, Arend e Sroufe (1978) hanno rilevato le relazioni che intercorrono tra l’attaccamento evitante e la rabbia repressa per la mancanza di contatto fisico o di tenerezza, per l’invadenza insensibile o il rifiuto di comportamenti di attaccamento da parte dell’agente di cure.

Quindi nella situazione di attaccamento del bambino alla madre si identificano i fattori di vulnerabilità e i fattori protettivi che interagiscono e indirizzano lo sviluppo del bambino verso percorsi adattativi o verso traiettorie patologiche. Più questi fattori sono noti più si permette ad una madre, ad un padre e soprattutto ad educatori orientati alla psicoanalisi di sciogliere i conflitti legati all’attaccamento e promuovere nuove soluzioni per risolvere l’angoscia infantile.

D’altra parte ignorare o peggio ancora non conoscere questi fattori significa esercitare la loro influenza nei vari sistemi evolutivi del bambino: fisiologico, affettivo, cognitivo e comportamentale-sociale.

A voi la scelta!

Riferimenti bibliografici

Brody, S. – Axelrad S. (1979). Anxiety and Ego Formation in Infancy (New York: International Universities Press, Inc., 1970). Trad. it.: Angoscia e formazione dell’Io (Boringhieri, Torino 1979).

Bowlby, J. (1999). Attachment and Loss, 1, Attachment (London: Hogart Press, 1982). Trad. it.: Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre (Bollati Boringhieri, Torino 1999).

Bowlby, J. (2000). Attachment and Loss, 2, Separation: Anxiety and Anger (London: Hogart Press, 1982). Trad. it.: Attaccamento e perdita. Vol. 2: La separazione dalla madre: angoscia e rabbia (Bollati Boringhieri, Torino 2000).

Bowlby, J. (2000). Attachment and Loss, 3, Loss: Sadness and Depression (London: Hogart Press, 1980). Trad. it.: Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre: tristezza e depressione (Bollati Boringhieri, Torino 2000).

Ainsworth, Mary D. Salter (2006). Modelli di attaccamento e sviluppo della personalità. Scritti scelti (Raffaello Cortina, Milano 2006).

3 commenti

  1. STEFANIA
    Pubblicato il 6 aprile 2011 alle ore 23:38 | Permalink

    UN ARTICOLO UTILE, MA SOPRATUTTO CHIARO… PER NESSUN MOTIVO NOIOSO E REALISTICO AL 100% COMPLIMENTI

  2. Marina
    Pubblicato il 16 marzo 2012 alle ore 14:29 | Permalink

    salve, bellissimo articolo… ma per avere la bibliografia degli autori mensionati come bisogna fare?

  3. Nunzia Tarantini
    Pubblicato il 20 marzo 2012 alle ore 8:40 | Permalink

    Grazie per la segnalazione e per i complimenti, provvedo a integrare l’articolo al più presto.

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