La scuola della fobia

Un fattore essenziale nella problematica del bambino di fronte all’evento “ospedalizzazione” è rappresentato dalla dipendenza del bambino stesso dalla figura materna, dipendenza che viene tanto più sentita quanto più il bambino tende a regredire emozionalmente a causa della malattia.

È quindi indubbio che l’entrata di un bambino o adolescente nell’ambiente ospedaliero implichi tutta una serie di problemi, di ostacoli psicologici da affrontare, perché potenzialmente rappresenta un trauma per l’individuo psichicamente in evoluzione, e quindi particolarmente vulnerabile nel suo già instabile equilibrio emotivo.

Una bimba di sette anni, che qui chiameremo Angelica, così disegna una delle tante scene ospedaliere rimaste impresse nella sua memoria emozionale.*

Il disegno di Angelica, 7 anni.

Si notano in questo disegno parti colorate e parti non colorate, segno del particolare conflitto emozionale che la bambina sta attraversando: la necessità di curarsi coabita con la voglia di fuggire.

Colora – conferendogli significato emotivo – il suo corpo e il corpo dell’infermiera, ed evidenzia i piedi di quest’ultima semplicemente come oggetto in cui identificarsi per proiettare la propria voglia di fuggire, mentre la croce – ben evidenziata – sta a rappresentarle la necessità di terminare la cura, in altri termini il suo principio di realtà.

Lo sfondo non colorato dell’intero disegno indica che nella bambina predomina una sensazione di assenza emotiva fortemente legata ad una monotonia percettiva.

La siringa è l’oggetto fobico che lei usa come figura retorica (detta “sinèddoche”), ossia indica la parte (siringa) per rappresentare il tutto (ospedale).

Finora la pediatria e le altre scienze mediche ad essa strettamente correlate si sono occupate di ricercare sempre nuove metodiche di indagine diagnostica e nuovi mezzi terapeutici, sia farmacologici che chirurgici, atti a migliorare lo stato di salute fisica del piccolo malato, ridurre la mortalità, ed i rischi di complicanze più o meno gravi, ma poco si sono occupate di integrare nella propria visione l’aspetto psicologico del problema – aspetto peraltro ampiamente trascurato anche nel malato adulto – prendendosi di fatto la responsabilità di considerare psiche e fisico come due entità completamente separabili e quindi separatamente trattabili.

Un ragazzo di undici anni che chiameremo Fabrizio, dializzato fin dalla piccola età, scrive un tema sulla dialisi e dice: “la dialisi è una cosa molto brutta, però con la dialisi molte persone non sono morte. Perché quando non c’era questo macchinario molte persone morivano”.

E poi anche lui disegna una delle scene del suo vissuto ospedaliero:

Il disegno di Fabrizio, 11 anni.

Nel suo disegno è facile decodificare come il medico situato sullo sfondo rappresenti la propria autorità morale, ossia quell’istanza interna che gli dice “Devi curarti!”, e, proprio perché posto in profondità, è per il ragazzo fortemente temibile. In primo piano disegna la propria figura ben in evidenza, a cui associa il “macchinario medico”.

L’intreccio dei fili tra lui e la macchina segna una fusione duale che richiama l’arcaica e originaria fusione con la madre: forse rivivendo questa originaria fusione il ragazzo prende forza per andare avanti.

La successione dei tasti sul macchinario è una forte richiesta di protezione, ma probabilmente non c’è un ascolto valido per il suo vissuto.

Da qualche tempo anche nelle zone più evolute del nostro paese si sta facendo uno sforzo in tal senso, ed équipe psico-sanitarie, oltre a pediatri e personale paramedico, uniscono i loro studi e le loro osservazioni allo scopo di affrontare il problema dell’ospedalizzazione pediatrica anche sotto l’aspetto psicologico. Si parte sempre di più dalla certezza del danno psicologico prodotto in molti ragazzi dall’evento di ospedalizzazione subita, le cui conseguenze sono: appiattimento della personalità, impoverimento della vita fantasmatica, fragilità dell’Io, senso di abbandono (Bernabei P. e coll.,1976), dolore interminabile (Freud A. e Bergmann T., 1974), capovolgimento della visione del mondo, profonda insicurezza (Oliverio Ferraris A. e Calderoni Minore C., 1976).

* È fondamentale sottolineare che per questi e altri casi esposti, i disegni sono test psicodiagnostici che consentono solo un orientamento alla diagnosi, e non la diagnosi stessa.

1 commento

  1. rosa
    Pubblicato il 5 luglio 2007 alle ore 13:32 | Permalink

    Io sono una tirocinante in psicologia del policlinico di Bari, e con il mio tutor e le mie colleghe stiamo cercando di svolgere ricerche sul vissuto psicologico dei pazienti sia di pediatria che di altri reparti. Posso dire che stiamo trovando varie resistenze, non parlo delle resistenze che si incontrano nei pazienti ma di quelle che partono dalle strutture e dalla politica sottostante. Inoltre non abbiamo anbulatori di psicologia nei reparti, non abbiamo fondi e malgrado ci adattiamo il più possibile alle esigenze dei pazienti e dei vari reparti la buona volontà da sola non basta. Ci vorrebbero delle cliniche psicologiche che non siano relegate poi ad un paio di ambulatori. Il discorso è che noi psicologi, i nostri pazienti e tutte le persone che hanno a che fare con la psicologia lottassimo per scrollarci di dosso l’idea che possiamo servire solo come sostegno ad altre discipline, perchè la psicologia è una disciplina indipendente che al giorno d’oggi potrebbe essere la cura al caos collettivo che rispecchia la nostra società

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