La madre che finge amore

Una madre che non dà amore distrugge il fondamento dell’esistenza del figlio e lo danneggia seriamente. Questo atteggiamento è insito in quelle madri che considerano i primi passi che il bambino compie da solo come l’avviso che “ormai è cresciuto!”, mentre invece dal punto di vista intrapsichico il bambino non è ancora schiuso. Esse tendono a mancare al piccolo proprio nel momento in cui comincia a mettere i primi passi, abbandonandolo più o meno precipitosamente e prematuramente alle sue risorse. Sono quelle madri che reagiscono con una specie di meccanismo di relativa liberazione, vera e propria fuga dal proprio figlio.

Una madre che dà eccessivo amore al bambino, riempiendolo di tenerezze, è considerata una madre che “vizia”, o una madre che rammollisce. I danni che derivano da un esagerato amore materno sono in ogni caso infinitamente meno pericolosi di quelli derivanti dal rapporto negativo del bambino con la madre e dalla mancanza di amore.

Al contrario, se una madre “vizia simulando amore”, cioè se ama in eccesso ma solo per nascondere un proprio senso di vuoto da riempire tramite suo figlio, bloccherà pericolosamente la sua crescita e non permetterà lo sviluppo di una sana personalità. È la madre che adesca il bambino promettendogli leccornie e attirandolo nella casa di marzapane: poi, una volta dentro, lo divora. La madre che “vizia simulando amore” è una madre che ha un “comportamento possessivo simbiotico” (M. Mahler, 1968), e spesso riflette una situazione individuale particolare: la madre di un figlio unico, la madre vedova, la donna che non è stata amata, la moglie di un uomo anziano, la madre il cui figlio non è stato riconosciuto; tutti casi in cui la vera capacità di amare è irrealizzata e si riversa sul bambino, che viene viziato da un attaccamento eccessivo.

Le madri che “viziano simulando amore” sono madri la cui capacità di amore non si è mai sviluppata, oppure si è atrofizzata o avvelenata, e che perciò, cercando un surrogato che possa compensare la loro insoddisfazione e il loro vuoto, si gettano sul figlio, non per donargli un “di più” che hanno dentro, ma per riempire con il figlio il proprio vuoto. Questo pseudo-viziare non può lasciare libero il bambino amato, perché l’amore possessivo di queste madri pretende continuamente qualcosa, esige gratitudine: l’amore viene concesso come premio, viene usato come mezzo di pagamento e di pressione.

Sono madri che viziano in modo simulato: non si tratta mai di un vero amore, e la riprova sta nel fatto che una madre siffatta spinge il figlio a sentire i propri affetti inappagati (anche quando ciò non è vero) e ne distrugge la creatività, determinando nel figlio l’incapacità di amare, atteggiamento tipico delle persone viziate.

Non si possono cambiare i termini di uno sviluppo normale infantile, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo del bambino, in cui “il bisogno che il bambino ha della madre è assoluto, mentre il bisogno che la madre ha del bambino è relativo” (T. Benedek, 1959).

Il nucleo del disturbo di molti bambini viziati consiste molto spesso nella debole personalità della madre, che come partner simbiotico della relazione duale con il figlio non è in grado di funzionare come “organizzatore interiore” (R. A. Spitz, 1959).

La “madre in carne e ossa”, come J. Bowlby (1951) chiama la vera madre, è invece contemporanemente fonte di piacere e di pena per il bambino e – non avendo vuoti da riempire tramite un eccessivo amore – dà al bambino i giusti freni e le giuste inibizioni di cui ha bisogno per la propria evoluzione, visto che “una scarsa inibizione del bambino ha effetti catastrofici quanto una inibizione eccessiva” (E. Neumann, 1980).

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