Il piccolo bambino e il suo educatore

Finora l’orientamento professionale degli insegnanti di scuola materna si è dedicato particolarmente all’idoneità intellettuale, mentre è di fondamentale importanza indagare e stabilire l’impostazione psicologica che una determinata persona ha verso la sua professione.

Il pozzo di Gravina in Puglia in cui furono ritrovati i fratellini Pappalardi

Il pozzo di Gravina in Puglia in cui furono ritrovati i fratellini Pappalardi

A che cosa serve un insegnante con abilità straordinarie per la sua professione che nello stesso tempo provi un’avversione insormontabile, che del resto può perfino essergli completamente incomprensibile?

L’indagine dell’impostazione psicologica verso la professione di insegnante tenta di mettere in chiaro se questa professione viene scelta per cause oggettive oppure affettive.

In questo senso ideale professionale e disposizione devono coincidere per evitare che tendenze estranee al lavoro possano inquinarlo, determinando effetti catastrofici. Questi ultimi, ricordiamolo, influiscono senz’altro sull’anima infantile e sulla vita interiore del bambino in maniera spesso irreversibile.

 

L’ideale professionale non deve pertanto corrispondere unicamente ad un impulso entusiastico, che di per sé può essere volubile e passeggero, ma deve basarsi su di una scelta concreta in cui siano reali e visibili alcuni fattori che sono veri e propri presupposti indispensabili su cui fondare l’esercizio di una professione seria, che permetta all’insegnante di diventare un “buon insegnante” agli occhi del bambino.

Scrive Jung:

“Nessuno nega, o anche soltanto sottovaluta, l’importanza dell’infanzia; sono fin troppo evidenti i gravi guasti provocati da una educazione balorda ricevuta in famiglia o nella scuola, che possono durare anche tutta la vita, e fin troppo inderogabile appare la necessità di metodi pedagogici più ragionevoli. Tuttavia, volendo prendere questo male veramente alla radice, ci si deve seriamente domandare: perché è accaduto e continua ad accadere che si utilizzino metodi educativi stupidi ed ottusi? Evidentemente solo e unicamente perché esistono educatori stupidi che non sono esseri umani, bensì macchine pedagogiche fatte persona. Chi vuole educare, deve essere egli stesso educato. Ma la pratica, oggi ancora in uso, di imparare a memoria i metodi e di applicarli meccanicamente non è educazione, né per il bambino, né per l’educatore stesso. Si parla incessantemente del fatto che il bambino dovrebbe essere educato in modo da sviluppare la sua personalità.

Naturalmente io ammiro questo alto ideale educativo. Ma chi educa allo sviluppo della personalità?”

Il “buon insegnante” deve possedere nel suo lavoro una sorta di “gioia professionale” fatta di fermezza, integrità e maturità: se la sua personalità è intrisa di conflitti interni e tensioni inconsce verso il ruolo che esercita sarà rischiosa ed empia per i bambini. Nessun insegnante può educare ad acquisire una personalità matura, se non la possiede egli stesso.

Il detto “Molti sono chiamati, e pochi gli eletti” è particolarmente vero in questo caso, in quanto molti sono gli insegnanti “posa  e apparenza”, intrisi di ideale pedagogico, pochi i modelli di vita e le figure esemplari adatti a promuovere nel bambino attaccamento ed identificazioni positive.

È essenziale superare il diffuso preconcetto che i bambini siano stupidi, poiché essi avvertono invece molto bene che cosa è autentico e che cosa non lo è, e soprattutto avvertono gli atteggiamenti nevrotici spesso inconsapevoli dell’adulto – facili isterismi, rabbie ingiustificate, oscillazioni dell’umore, attenzioni selettive – che scatenano senz’altro traumi psichici che saranno fonte di conflitti nell’adolescenza o perfino nell’adultità.

Se poi questi avvenimenti provengono da educatori incapaci di amare e con un carattere fortemente rigido, il bambino riceverebbe il “colpo di grazia” che sconvolgerebbe definitivamente il suo equilibrio già instabile. Spesso questo tipo di educatori, deformi e dalla personalità luciferina, dediti a metodi punitivi e selvaggi sono incuranti delle possibili conseguenze derivanti dal loro modo di agire e portano il piccolo a pensare: “Mi trattano male, allora me ne vado!”. Dato che questa soluzione è impossibile, la collera diventa una specie di lusso superfluo e il bambino si sente obbligato – davanti agli educatori sgraditi visti come potenze estranee e aventi forza superiore alla sua – a ricorrere all’identificazione. Una forma ben nota di questa identificazione si osserva nei bambini quando tendono a far proprio il compito malvagio dell’educatore, imitando i suoi gesti o le sue abitudini selvagge: in questa identificazione il bambino, proprio come il suo educatore, tratta, per esempio, un giocattolo così come l’educatore ha trattato il suo corpo.

Questa identificazione è preceduta da un’ostilità che si manifesta con dichiarazioni del tipo: “Io sono grande e tu sei il più piccolo!”, laddove l’espressione “il più piccolo” può essere rivolta verso un giocattolo ma anche verso un fratellino o un amichetto. Il vero problema sta nel fatto che il bambino considera il “più piccolo” come qualcosa di male, di cattivo, di malefico da distruggere a tutti i costi:  ma il “più piccolo” altro non è che sé stesso: emerge così un istinto autodistruttivo che porterà il piccolo ad odiare sé stesso. Il cattivo educatore ha dunque insegnato con grande maestria a distruggere ciò che la vita ha prodotto.

La felicità dell’infanzia viene così mutilata e l’infanzia stessa è resa il periodo più infelice della vita del bambino. Lo stesso asilo, vissuto un tempo come camera dei giochi, è diventata la camera delle paure e degli incubi, con un’atmosfera surriscaldata e satura di istinti distruttivi. Gli effetti dannosi e le sofferenze ignote di questa “camera” saranno tali al punto che il bambino entrando nella sua camera reale la vivrà con paura, sovrastato da proibizioni e restrizioni: in essa proietterà tutte le sue incertezze, ma anche i suoi desideri ormai spenti. Da adulto, entrando nella sua casa attuale, sentirà un brivido di freddo e paura, talvolta anche un vero e proprio panico, e se ne chiederà probabilmente il perché, non consapevole che essa richiama quella antica ma mai vinta camera degli orrori.

Alice Balint ci ricorda:

“[…] il fatto che la psicoanalisi non sia giunta che con un giro tortuoso alla conoscenza dei dati esatti sulla vita dell’infanzia, per quanto il suo obiettivo fosse già, fin dall’inizio, la scoperta dei momenti psicologici più nascosti. Le prime rilevazioni in questo campo furono fornite non già dall’infanzia, bensì dagli adulti nevrotici, l’analisi dei quali ha dimostrato che l’origine dei loro mali era legata a certi avvenimenti della loro prima infanzia.”

Tutto ciò spiega ancora una volta il grande successo di massa della teoria dell’ereditarietà, così come l’espressione turbata e sgradevole dei tanti patetici ultraorganicisti quando costretti loro malgrado ad accettare un assunto psicoanalitico, ma persino come mai tanti illuminati psicologi biasimano la pesantezza della psicoanalisi, ansiosi di superarla senza nemmeno conoscerla decentemente, tacendo infine degli psichiatri, che la prendono e la mollano a proprio piacimento: si tratta di modalità differenti per scaricare altrove una buona parte di responsabilità, che aumenterebbe invece considerevolmente se cambiassero opinione.

Resta, comune, l’incapacità di apprezzare il grado a cui può giungere nei bambini la sofferenza causata dai metodi educativi.

Riferimenti bibliografici

Jung, C. G. (1991). Über die Entwicklung der Persönlichkeit (Olten: Walter-Verlag, 1972). Trad. it.: Lo sviluppo della personalità (Bollati Boringhieri, Torino 1991).

Bálint, A. (1948). A gyermekszoba pszichologiája (Budapest: Pantheon, 1931). Trad. it.: La vita interiore del fanciullo (Astrolabio, Roma 1948).

4 commenti

  1. Carmen
    Pubblicato il 16 dicembre 2009 alle ore 19:50 | Permalink

    da un punto di vista personale e professionale è stimolante confrontarsi sulla ‘gioia professionale’ di cui si parla nel post mentre leggevo applicavo questi concetti al mio lavoro e notavo tante connessioni tra il ruolo dell’educatore verso il bambino e il ruolo di chi educa al rispetto dell’ambiente. ritengo fondamentale il presupposto di essere educati per poter educare , quante persone parlano a vuoto e non riescono mai a penetrare con un messaggio positivo! ecco la risposta, mancanza di gioia professionale e completa ineducazione dell’educatore in primo luogo.

  2. Pubblicato il 17 dicembre 2009 alle ore 9:45 | Permalink

    Condivido a pieno questo articolo, penso infatti che sia assolutamente necessario uno screening psicologico a monte di un inquadramento come insegnante. Del resto in ogni azienda, prima di un’assunzione, si valutano le capacità psico-attitudinali del candidato, per cui a maggior ragione, ciò dovrebbe essere fatto per chi è a contatto con i bambini. Si eviterebbero situazioni catastrofiche come quelle che leggiamo in questi giorni sui giornali oppure, e prendo la mia esperienza personale, non si andrebbe incontro a situazioni come quelle di una maestra che trattava i propri alunni di scuola elementare come se avessero tutti delle forme di disturbo, scoprendo invece che era solo lei che ne aveva, avendo avuto una figlia con gravi problemi mentali.

  3. viviana
    Pubblicato il 17 dicembre 2009 alle ore 12:04 | Permalink

    Trovo in questo articolo un presupposto fondamentale: manca una formazione consapevole del personale a diretto contatto col bambino. Sicuramente c’è la formazione pedagogica con i suoi contenuti da trasferire, l’aspetto trascurato è la valida e reale selezione basata sulle modalità d’approccio al bambino e sulle personali attitudini ad avere un contatto con l’età infantile, per natura delicata, critica e decisiva.
    Il dato sul quale mi soffermo è questo: il tempo che il bambino trascorre con queste figure, può addirittura superare quello trascorso con i propri genitori. Cosa succede se questo insegnante somministra i “suoi atteggiamenti nevrotici, spesso inconsapevoli”? Io rabbrividisco!
    La mia esperienza scolastica è stata costellata da molti professori validi nei contenuti, ma scadenti nell’insegnamento e nel modo di relazionarsi. Solo un pugno di questi ha saputo trasferire in me una passione, un metodo o un “insegnamento di vita”.

  4. Valeria
    Pubblicato il 11 febbraio 2010 alle ore 18:37 | Permalink

    Trovo molto interessante il discorso, rispetto alla mia esperienza di educatrice spero di conservare per sempre la capacità di mettermi in discussione che spesso ai miei docenti è mancata, oppure avevano semplicemente perso per strada ormai tronfi sotto il peso di una cultura sterile.

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