Hitler e il suo romanzo familiare

L’origine e l’evoluzione delle tendenze aggressive, criminali ed omicide e la possibilità di modificarle hanno costituito per molti anni, e costituiscono tuttora, il principale oggetto di studio per molti psicologi e psicoterapeuti, motivati dal desiderio di capire chi sia il criminale e quali siano i fattori che facilitano la concretizzazione di un pensiero in un atto violento.

Esistono diversi fattori predittivi del rischio di diventare criminali, tiranni, o despoti, fattori che permettono di prognosticare la pericolosità sociale di un soggetto patologico o infermo di mente (P. De Pasquali, 2001).

Esistono “indicatori di contesto”, attinenti all’ambito psicosociale, ed “indicatori individuali”, connessi alla personalità ed alla patologia del soggetto.

Gli “indicatori di pericolosità sociale”, appartenenti alla categoria degli indicatori di contesto, si riferiscono alle condizioni ambientali e familiari in cui vive il soggetto e possono agire come spinta al delitto o al crimine: basso status socio-economico, ambiente di vita scadente, disponibilità di armi proprie ed improprie, ambiente sociale povero di opportunità relazionali ed occupazionali.

Gli indicatori che rientrano nella seconda tipologia sono:

  • relativi a fattori individuali: giovane età, essere stato vittima di violenza precoce, scarsi modelli genitoriali, non aver completato la scuola, bagnare il letto (enuresi), crudeltà verso gli animali, mancanza di compassione, carattere impulsivo ed aggressivo, tendenza ad appiccare incendi, marcato odio, rabbia ed ostilità, gioia nell’assistere o nell’infliggere lesioni, forte risentimento contro l’autorità, grave autocommiserazione, vita solitaria, antisociale, disoccupazione, intolleranza allo stress;
  • relativi a disturbi psichici: bassa autostima, alto grado di eccitazione ansiosa, depressione cronica, presenza di una sintomatologia di tipo delirante-allucinatorio, gravi disturbi della personalità, della sessualità o del comportamento con messa in atto di condotte aggressive, uso ed abuso di sostanze, scompensi comportamentali ravvicinati, progressione di gravità nelle condotte di scompenso, fantasie o propositi violenti, con minaccia scritta o verbale di compiere un grave reato, totale assenza di consapevolezza verso la malattia, scarsa risposta o rifiuto nei confronti di eventuali terapie praticate.

Questi indicatori sono tutti validi e devono essere conosciuti per poter prevenire i fenomeni di aggressività patologica.

Hitler

È interessante analizzare tramite la figura di Hitler e il suo romanzo familiare i fattori relativi alla deformazione del modello paterno e materno, ma anche della coppia genitoriale e della famiglia, che contribuiscono a determinare il fenomeno del criminale.

In I delinquenti per senso di colpa (1916) Freud afferma che i criminali compiono azioni delittuose per alleviare il loro angoscioso stato intrapsichico dovuto, in ultima analisi, a fantasie di parricidio e di accoppiamento con la madre, derivanti dalla mancata risoluzione del complesso edipico. Adolf Hitler rientra pienamente in questo tipo di dinamica descritta da Freud, anche se nel vasto panorama della letteratura psichiatrica è stato diagnosticato come “paranoico psicopatico”, “bambino sadico amorale”, “vigliacco che ipercompensava”, “nevrotico sotto coazione omicida” (E. H. Erikson, 1975).

Spesso questi paroloni della psichiatria classica ed attuale, usati nella diagnosi di simili soggetti, servono più a placare la paura (come per dire a se stessi: “è accaduto ad altri, ma non accadrà mai a noi”), che a dare una chiara visione di quali forze psichiche hanno agito in questi personaggi per renderli così patologici e criminali.

Usando la terminologia psicoanalitica e il materiale prezioso che Erik H. Erikson, quale vero e proprio tecnico della psiche di Hitler, ci ha tramandato nel suo scritto La leggenda dell’infanzia di Hitler forse sarà più semplice comprendere la psicopatologia relazionale che Hitler ha avuto con suo padre, con sua madre e con la sua famiglia.

Fotografia di Hitler bambino, datata intorno al 1891.

In questa cittadina sull’Inn, dorata dai raggi del martirio tedesco, bavarese di sangue, austriaca secondo lo Stato, sul finire degli anni ottanta del secolo scorso abitavano i miei genitori: mio padre, come impiegato statale zelante del dovere; mia madre, tutta dedita alla casa e, ancor prima, devota a noi figli con sempre uguale sollecitudine amorosa.

Con questi suoni dolci e seducenti Hitler parla in Mein Kampf della sua infanzia.

Il padre

Ancora in Mein Kampf:

…mio padre, come impiegato statale zelante del dovere…

Fotografia di Alois Hitler, padre di Adolf, in uniforme militare.

Erikson commenta:

Malgrado questo quadro sentimentale del padre, Hitler dedica parte del suo primo capitolo all’osservazione eccitata, ripetuta, che né suo padre, né altra potenza in terra, avrebbe potuto fare di lui un impiegato statale. Fin da fanciullo la vita di impiegato statale non possedeva nessuna attrattiva per lui. Quanto era diverso da suo padre! Suo padre si era ribellato e a tredici anni era fuggito di casa per diventare qualcosa di “superiore”, ma, tornato ventitré anni dopo, si era trasformato in un modesto impiegato statale. E nessuno ricordava il ragazzo d’un tempo! Hitler racconta che, per questa vana ribellione, il padre invecchiò precocemente, e passa a esporre punto per punto una tecnica della ribellione superiore a quella del padre.

Per Hitler il padre, che fra l’altro era un ubriacone e un aggressivo violento, un vero e proprio tiranno – immagine perfetta del padre tedesco di quell’epoca – , non ha mai rappresentato un ideale o un modello in cui identificarsi. Egli non ha mai guardato suo padre con un misto di ammirazione e di invidia, non ha mai aspirato a raggiungere le sue stesse mete, non si è mai confrontato, assumendo dolorosa coscienza delle sue deficienze: questo modello, ricavato dalla realtà, non ha avuto influenza sulla formazione della personalità del giovane. La mancanza di un modello di idealizzazione maschile – di un’immagine gigantesca alla quale inchinarsi – ha determinato l’assenza di un Ideale dell’Io (Ichideal) e quindi l’assenza totale della vergogna.

Continua Erikson:

Quando rincasa il padre, perfino le pareti sembrano “mettersi sull’attenti”. La madre, sebbene spesso faccia da padrone non ufficiale in casa, ora si comporta tanto diversamente che perfino un bambino non può non avvertirlo. Si affaccenda per assecondare desideri e umori del padre ed evita tutto quanto potrebbe indispettirlo. I figli trattengono il fiato, perché il padre non tollera nessuna “stupidaggine”: né gli umori femminili della madre, né le maniere scherzose dei bambini. Fin quando lui è a casa, la madre deve stare a sua disposizione; il suo atteggiamento esprime disapprovazione per l’unità di madre e figlio, di cui hanno goduto in sua assenza. Sovente si rivolge alla madre come si rivolge ai figli, cioè si attende ubbidienza e taglia corto ogni risposta. Il bambino ha la sensazione che tutti i legami gioiosi con la madre sono una spina nell’occhio del padre e che l’amore e l’approvazione di lei – modelli di tante mete e appagamenti successivi – possono essere ottenuti solo all’insaputa del padre o contro la sua esplicita volontà.
La madre, se e quando le pare, favorisce questi sentimenti tacendo al padre talune “stupidaggini”, talune disubbidienze del bambino. Mostra invece di disapprovarli quando accusa il bambino al padre, il quale, rincasando, è costretto spesso ad eseguire periodiche punizioni fisiche per malefatte i cui particolari non gli interessano. I figli sono impertinenti, e una punizione è sempre giustificata. Più tardi, quando il ragazzo ha occasione di osservare il padre in società, quando lo scopre sottomesso nei confronti dei superiori, eccessivamente sentimentale nel bere e cantare con i colleghi, allora manifesta le sue prime inclinazioni al dolore universale: un profondo dubbio sulla dignità umana o, in ogni caso, su quella del “vecchio”. Tutto quanto, ovviamente, s’accompagna a rispetto e amore per il padre. Nelle tempeste del periodo di maturazione, però, quando l’identità del ragazzo entra in conflitto con l’immagine del padre, si giunge alla critica
pubertà tedesca che, nelle sue forme difficili, è una strana mescolanza di aperta rivolta e “segreto peccato”, di cinica decisione per il male e di ubbidienza sottomessa, di romanticismo e irrimediabile disperazione, e può definitivamente spezzare il coraggio e lo spirito d’iniziativa del ragazzo.

In questo brano Erikson evidenzia la crisi di identità propria della tarda adolescenza e della prima maturità di Hitler. Il suo senso di identità si perde nelle fughe e si sovverte nei deliri schizofrenici di identità in cui, tipicamente, un fondamentale senso di inesistenza è compensato da deliri di grandezza. Molti dei problemi relativi alla diminuzione del senso di identità in Hitler dipendono dal fatto che egli non è riuscito ad identificarsi con il genitore del proprio sesso, e ciò ha reso completamente nulla la propria consapevolezza.

È forse questo tipo di padre – duro esteriormente, ma con assenza totale di un’autentica autorità interiore e di giusti metodi educativi, semplicemente quel padre medio che rappresentava “troppo spesso solo le abitudini e l’etica del sergente o del piccolo impiegato statale che, vestito di un po’ di autorità di breve durata, non sarebbe stato mai di più” (Erikson) – a determinare in Hitler questa impotenza emotiva e questa natura fortemente repressa?

Il deficit identificatorio con suo padre, quale “bambino invecchiato”, impose a Hitler, quale invece “eterno giovane” che non accettò mai di diventare a sua volta padre, di essere diverso da lui fino all’estremo, spingendosi a servirsi del suo enorme potere per distruggere la vita di milioni di suoi simili pur di dichiarare al mondo di non sottostare ad alcuna regola fondamentale sovraimposta. La relazione transferale irrisolta verso il padre provocò in lui ribellione, protesta e forte distacco dalle regole fondamentali di un vivere e lasciar vivere; l’irrisolto legame affettivo ambivalente verso di lui non gli consentì alcun pensiero libero da pregiudizi, alcuna libera scelta nella rielaborazione dell’aggressività, della rabbia e della gelosia vissute nella sua infanzia.

La madre

Torniamo sul passo di Mein Kampf sopracitato: “…mia madre, tutta dedita alla casa e, ancor prima, devota a noi figli con sempre uguale sollecitudine amorosa…”.

Fotografia di Klara Pölzl, madre di Adolf Hitler.

Hitler racconta poco di sua madre. Dichiara di aver rispettato il padre e di aver invece amato la madre.

La storia racconta che la madre di Hitler era di ventitré anni più giovane del padre e, come leggeremo, da brava sposa del suo tempo, restava strenuamente al fianco del marito che, di quando in quando, la picchiava.

Erikson:

…egli divide abilmente la figura di sua madre tra due categorie, che sono di massimo valore propagandistico: la cuoca amorevole, infantile e un po’ martire, che ha il suo posto nello sfondo familiare, intimo, e la vergine di marmo o di ferro, colossale, la statua dell’ideale. […] Dietro questo mondo di metafore, di madri sovrumane, si scorge in agguato l’immagine delle due facce della maternità: la madre appare scherzevole, infantile, generosa e poi traditrice, in combutta con oscure forze. Penso che qui ricorra un fenomeno frequente nelle società patriarcali, dove la donna, che sotto molti aspetti deve rimanere irresponsabile e infantile, necessariamente diventa un interpolo, un essere intermedio: accade quindi che il padre odia in lei i figli che lo evitano e gli sfuggono, e i figli odiano in lei il padre inaccessibile. Come sappiamo, la madre puntualmente diventa e rimane l’inconscio modello del mondo, e cosi l’ambivalenza verso la donna materna divenne sotto Hitler uno dei tratti più spiccati del pensiero ufficiale tedesco.
Questa ambivalenza ufficiale nei confronti delle donne, Hitler la trasferì nel suo rapporto con la Germania come immagine di desiderio. Sebbene detestasse apertamente la massa dei suoi concittadini, che pure formavano la Germania, egli si ritrovava dinanzi a loro delirante e, con il fanatico grido: “Germania, Germania, Germania”, li implorava di credere alla mistica unità nazionale.

In effetti Hitler aveva due rappresentazioni mentali separate di sua madre: una di “madre buona” che acconsentiva a tutti i suoi desideri e un’altra di “madre cattiva” che lo obbligava a subire penosissime frustrazioni da parte di suo padre.

Se predominava la “madre buona” egli sviluppava onnipotenza e riunione oceanica con essa, ossia la voglia di mantenere la paradisiaca esistenza infantile uterina, in cui gli era risparmiata la fatica di mangiare e respirare e, al contrario, gli erano permesse continue regressioni alla primaria onnipotenza narcisistica e megalomania. È tipico di questi individui reagire ad ogni offesa narcisistica nella vita più adulta nello stesso modo in cui cercavano di reagire alla prima offesa narcisistica, quando furono posti di fronte al fatto che non erano onnipotenti e che dovevano vivere: urlano, aggrediscono, mordono, divorano, fanno a pezzi, dissanguano, frammentano, castrano. E Hitler era proprio quell’urlatore che divorava, facendo a pezzi, i poveri ebrei, vissuti nel suo scenario fantasmatico delirante come i “fratelli più forti” che l’avrebbero ostacolato e privato del suo amore primario materno: egli pretendeva di poter disporre in modo assoluto del corpo della madre e di avere possesso dei suoi seni e del suo latte.

Se predominava la “madre cattiva”, che certo non rimaneva isolata ma, al contrario, si impossessava spesso della sua personalità, Hitler viveva uno scenario fantasmatico ancor più devastante: l’utero della madre negativizzato diventava container o forno crematorio in cui eliminare quei “fratellini ebrei” tanto temuti.

Conclusioni

In sintesi si può dire che il regime totalitario della sua famiglia, l’arbitrio del padre e il suo potere costituivano l’unica istanza giuridica per il bambino Hitler, che dimostrò poi nel Terzo Reich la misura assoluta in cui introiettò questo sistema (A. Miller, 1993).

Durante tutta l’infanzia nel caso di Hitler come dei suoi immediati collaboratori mancò ogni alternativa alla durezza, alla violenza, alla freddezza e all’ottuso esercizio del potere, ogni forma di debolezza, tenerezza e vivacità era disprezzata, la violenza usata e subita era colta come perfettamente giusta. E Hitler aveva, tramite un’identificazione con l’aggressore, idealizzato i persecutori e più tardi andava in cerca di proiezioni, per scaricare su altre persone o popoli, per il proprio sollievo, la propria colpa supposta (A. Miller, 1993).

L’ostilità alla vita e il potere devastante della famiglia Hitler emergono da tutta la gran copia di documenti finora rintracciati. La loro evidenza è stata resa accessibile al vasto pubblico da un testo teatrale che mostra come ogni gioia del gioco, della fantasia e della creatività fu soffocata in Hitler mediante l’imposizione dell’ubbidienza e dell’addestramento bestiale (N. Radström, 1983).

E la madre a cosa servì? Il carattere remissivo di questa donna verso il padre accrebbe nel figlio una violenta scissione ed ambivalenza, e un vuoto di emozioni e sentimenti. I colori vivaci che suscitavano sentimenti ed emozioni e che erano un chiaro richiamo al corpo materno erano da Hitler considerati pericolosi, malfamati, “quasi ebrei”. Anche le linee non perfette che potevano simbolicamente tracciare lo spazio del corpo della madre, vissuto come spazio della fantasia, erano considerate ignobili.

Ogni vitalità doveva venire distrutta sul nascere, radicalmente, come era accaduto a suo tempo al bambino nella casa dei genitori, in cui era prevalso un trattamento brutale, spietato e distruttivo del bambino-Hitler, destinato così a diventare il mostro-Hitler.

Riferimenti bibliografici

De Pasquali, P. (2001). Serial killer in Italia. Un’analisi psicologica, criminologica e psichiatrico-forense. (Franco Angeli, Milano 2001).

Erikson, E. H. (1975). Die Legende von Hitlers Kindheit in Kindheit und Gesellschaft (Stuttgart: Klett, 1965). Trad. it.: La leggenda dell’infanzia di Hitler in Cremerius, J. (cur.), Nevrosi e genialità (Boringhieri, Torino 1975).

Miller, A. (1993). Der gemiedene Schlüssel (Frankfurt am Mein: Suhrkamp Verlag, 1988). Trad. it.: La chiave accantonata (Garzanti, Milano 1993).

19 commenti

  1. armando
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 8:51 | Permalink

    ora si spiega perché diversi amici di infanzia provenienti da ambienti troppo popolari, potevano usare certi giochi soltanto in casa di altri, altrimenti riferivano che sarebbero stati “uccisi di botte” dal papà. molti di questi in età adulta sono diventati dei teppistelli. è ancor più scioccante pensare che da una famiglia che magari all’esterno risulta “normale” o comunque non più problematica di tante altre, possa venire fuori un mostro come hitler.

  2. Laura
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 11:00 | Permalink

    E’ un’interpretazione agghiacciante perchè il dramma di 1 famiglia determinerà il dramma di milioni di famiglie.
    La responsabilità di un uomo e di una donna è quella di ricercare se stesso e se stessa rielaborando emozioni e vissuti del passato solo per evitare ai propri figli, dipendenti nelle organizzazioni, cittadini della propria nazione di cui si diventa guida (metafore rappresentative di rapporti di dipendenza tra gli esseri umani) danni spesso irreversibili.
    Un’altra considerazione che scaturisce in me dalla letture di questo brano è che queste situazioni sono più vicine a noi di quanti si pensi. Quanti Hitler ci sono nelle famiglie di cui non si direbbe (mi riferisco a contesti socioeconomici assolutamente rispettabili)? La mancata consapevolezza di simili risvolti “patologici” in uomini normali porta a compimento tragedie “annunciate” ma che “nessuno” aveva mai visto. Dare per scontato che davanti ad un conflitto simili personalità non dimostrino tutta la loro mostruosità è un vero problema. Personalmente dico che è meglio “sbagliare per eccesso di rinunce” e rimanere col dubbio che forse in un conflitto familiare si sarebbe potuto chiedere di più, piuttosto che “sbagliare per difetto” e non avere la possibilità di raccontarlo più a nessuno, come accade nei racconti di cronaca.

  3. carmen b.
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 12:23 | Permalink

    Per quanto il padre di Hitler abbia avuto la sua parte nella formazione del mostro-Hitler, la mia avversione è tutta verso quella madre servizievole, remissiva e depressa, che mi sembra la più grande responsabile dell’assenza di emozioni e delle perversioni omicide di Hitler adulto (ma forse già dell’Hitler bambino?…)
    E’ proprio vero come si dice nel post che questa storia in realtà potrebbe appartenere a chiunque. In questa interpretazione psicoanalitica mi sembra che il nome “Hitler” faccia ben poca differenza per la psiche rispetto al nome di un qualsiasi bambino-uomo-criminale con gli stessi indicatori individuali e di constesto.
    L’immagine dell’utero = forno crematorio è agghiacciante e come donna mi responsabilizza verso il figlio che verrà.

  4. Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 12:26 | Permalink

    L’aspetto che mi ha colpito e che trovo veritiero è come effettivamente la maggior parte delle ‘spiegazioni’ storiche siano evidentemente motivi di tranquillità.

    Il contenuto di questo post offre molti spunti di riflessione su come sia necessario affrontare la problematica storica da diverse prospettive per realmente cogliere il messaggio universale degli avvenimenti passati che per me corrisponde col non ripetere errori già commessi.

    Gli storici affermano che ci vogliono almeno vent’anni prima di dare un’interpretazione storica ad un avvenimento. Un approccio psicoanalitico aiuterebbe ad arrivare a conclusioni molto più pregne di significato umano e in maniera più veloce.

  5. Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 14:06 | Permalink

    Credo che la figura di Hitler sia un po’ l’incarnazione del mondo odierno pieno di “padri” assenti, falsi, ubriaconi e scissi. Con la parola padri, voglio sottolineare soprattutto quella trasmissione di valori, regole e comportamenti verso i propri figli che da un po’ pare si sia interrotta. Credo che il supremo dovere di un padre sia quello di impegnarsi col corpo e con la testa affinchè il proprio figlio veda e apprenda un comportamento lineare ed equilibrato, impari l'”amore” e la stima che lo stesso padre ha della moglie o partner, impari la serenità del gioco, si senta sicuro ed amato dai propri genitori.
    Se Hitler è stato l’emblema storico europeo riconosciuto di questi assurdi comportamenti, del cui ancora si tende pericolosamente a smentire il compimento di certe azioni xenofobe, secondo il mio parere, senza catastrofismi, oggi invece c’è un “Hitler mondiale” che si nasconde sotto processi deviati che si vogliono far passare per normali portando pericolosamente alla deriva il pianeta terra ed i suoi abitanti.

  6. tiziana
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 17:47 | Permalink

    La mia riflessione si posa sul concetto di “assenza di una immagine gigantesca alla quale inchinarsi”, un concetto che personalmente mi ha colpito molto, mi chiedo quanti padri possano rappresentare questo per i loro figli, e così facendo due conti comprendo molto di ciò che mi circonda… L’idea di un limite naturale, indiscusso e induscutibile come la preziosità dell’esistenza vissuto e tramandato tramite figure genitoriali solide che non giocano con le regole base della vita è toccante.
    Così una madre spaccata al suo interno distrugge proprio mentre crede di amare…crea il disastro irreparabile di cui questa è una conseguenza agghiacciante.
    Non posso non riflettere sul binomio vita-morte che caratterizza il nostro tempo e ancora di più all’assenza di limite: troppo pochi padri sembrano degni di inchino, e altrettante poche madri sono disposte alla chiarezza interna. Vedo attraverso questo post con occhi nuovi non solo la storia ma soprattutto il presente che mi circonda…

  7. Carmen DLV
    Pubblicato il 20 aprile 2008 alle ore 20:21 | Permalink

    Sono rimasta molto colpita dalla delusione che Adolf Hitler subisce quando ha occasione di osservare nel sociale il padre e di come lo scopra sottomesso nei confronti dei suoi superiori e estremamente sentimantale e affabile con i propri colleghi. Penso che per un figlio che ha fortemente idealizzato il padre, scoprire una figura paterna così falsamente autoritaria e quindi fragile senza una propria identità, sia una delusione catastrofica per il suo psichismo.

    A questo tradimento paterno, vedo associata una forte problematica di Hitler legata alla madre che lo fa evolvere verso una struttura di personalità con caratteri patologici. Una madre che sembra molto ambivalente nell’essere estremamente remissiva nei confronti del proprio marito e allo stesso tempo nell’essere così indulgente e amorevole nei confronti del figlio verso il quale sembra che nutra un amore fortemente incestuoso ed esclusivo. Un particolare interessante che emerge dalla biografia di Hitler, è che dei quattro figli maschi avuti dalla madre, solo lui sopravvive ai fratelli che muoiono precocemente.

    Un uomo quindi dominato dalla scissione e da una pulsione aggressiva e distruttiva così violente da far riflettere sul fatto che Hitler oltre ad aver proiettato all’esterno i propri impulsi aggressivi per sedare i sensi di colpa possa essere stato utilizzato da una inconscietà collettiva come proiezione della parte cattiva di ogni uomo. Sono d’accordo con Alessandro che parla di un Hitler attuale mondiale che con i suoi impulsi fortemente distruttivi sta portando il pianeta verso la distruzione con un meccanismo forse ancora più perverso.

  8. Viviana
    Pubblicato il 21 aprile 2008 alle ore 13:02 | Permalink

    La combinazione di madre ambivalente e padre assente, rigido e aggressivo ha prodotto il bambino-mostro-adulto, questa è purtroppo una realtà molto più comune di quanto si creda. Quello che mi ha sempre colpito è il riscontro che questa devastante personalità ha avuto in un popolo intero, quello tedesco e non solo (mi vien da dire…). Un uomo contorto e perverso può esistere; un uomo che, però, sia capace di convincere e trascinare una gerarchia di collaboratori ed assistenti nella sua follia fatta di forni crematori, associati all’utero negativizzato, nei quali bruciare i fratellini che avrebbero potuto sottrargli l’amore materno…Beh questo mi sconvolge!! Mi chiedo come possa un solo uomo risvegliare la perversione sopita negli animi di tutta quella gente che lo ha sostenuto, credendo fortemente nelle sue teorie.
    Quindi, prendendo spunto dall’affermazione “immagine perfetta del padre tedesco di quell’epoca”, mi chiedo se un tipo di società pregna d’ignoranza, in cui le figure genitoriali sono vincolate in determinati ruoli, possa produrre mostri-Hitler e una massa amorfa di seguaci fiduciosi e convinti.. La mia preoccupazione è rivolta alla società atttuale, non molto diversa da questa che ha fatto storia!!

  9. Donatella
    Pubblicato il 21 aprile 2008 alle ore 13:09 | Permalink

    Se la cultura di una interpretazione psicoanalitica fosse spiegata, anche solo accennata, nelle scuole quando si studia la storia si capirebbe molto del passato e soprattutto del presente, proprio perchè ciò che si legge in questo post può riguardare chiunque, in qualunque epoca!
    Non è difficile imbattersi in padri autoritari incapaci di ascoltare il proprio figlio riconoscendolo “stupido” in ogni suo tentativo di parlare della propria emozione, in madri remissive nei confronti del marito di fronte al quale annullano l’amore per il figlio trasformandosi in traditrici, incapaci di una proria coerenza emoziale, ma è difficile prendere coscienza di questa ambiguità dei genitori, dell’intera atmosfera familiare, totalmente rovinosa per il bambino.
    Come si legge, poi, le conseguenze sono spaventose, soprattutto nell’incapacità che hanno questi bambini, individui, futuri criminali, di abbandonare il proprio senso di onnipotenza, difendendolo nel modo più atroce, fino a commettere addirittura abomini, e nella totale assenza di vergogna, pur di non vivere in un principio di realtà, pur di non VIVERE.
    Ciò che più sconforta è la mancanza di volontà nei genitori di contrastare il senso di onnipotenza dei figli, ma anzi di fomentarlo, quasi fino ad esserne orgogliosi, incapaci di dare dei limiti seri, anche a se stessi, soprattutto rinunciando ad un prorio infantilismo perenne.
    Credo che sia agghiacciante, sempre nel nome del senso di onnipotenza, vivere nella privazione del colore di una emozione, senza mai rendersene conto.

  10. Francesco
    Pubblicato il 21 aprile 2008 alle ore 19:05 | Permalink

    E’ una storia emblematica di una famiglia e di un’epoca storica, carica però di significati e di mòniti per il presente e per il futuro. La linea di demarcazione tra regole salde e valori fondamentali da rispettare (il padre) e capacità di declinare il vissuto sulle stesse tramite un dialogo intragenitoriale e familiare (madre) è estremamente delicato. La funzione di quest’ultima è fondamentale sia nella traduzione al bambino dell’importanza di quelle regole e di quei valori, (che deve ella per prima condividere), sia nel cogliere aspetti patologici del comportamento paterno (dai quali ella per prima deve prendere coscientemente le distanze): di qui, consegue l’importanza di una madre non ambivalente e non scissa.
    Per quel che concerne il padre, appare evidente come la scissione di quest’ultimo tra un “dentro” e un “fuori” del contesto familiare sia devastante per lo sviluppo del figlio (vedi comportamento del padre di Hitler in casa e fuori casa) e rappresenti il primo e manifesto sintomo-segnale di una profonda e patologica scissione dello psichismo.

  11. fabio
    Pubblicato il 22 aprile 2008 alle ore 20:41 | Permalink

    Rifletto molto su come una personalità molto particolare come quella di Hitler, abbia avuto una cosi forte presa è un fascino così coinvolgente sulle masse. Sembra come se lui fosse il precursore di un disagio generazionale futuro, infatti tuttora, benchè giustamente attualizzato, non è molto raro trovarci davanti a questo tipo di famiglie e ai suoi rispettivi frutti!?

  12. Pino
    Pubblicato il 23 aprile 2008 alle ore 10:46 | Permalink

    La storia “ufficiale”, così rassicurante, ci ha consegnato un’immagine stereotipata di personaggi quali Hitler, Himmler, Stalin ecc…: quella di “funghi” perversamente spuntati da nefasti humus storico-ideologici. Icone del Male, paranoici psicopatici figli di contesti sociali unici e storicamente limitati (“… a noi, oggi, non può accadere!). Quello che, invece, mi colpisce di questo brano è l’universale ed astorica presenza dei meccanismi psicopatologici che hanno strutturato il “mostro”: deficit identificatorio col padre e accoppiamento con la madre. Padri, autoritari ed inaccessibili, con assenza totale di “un’autentica autorità interiore” e madri infantili, remissive verso il padre e, per questo, “traditrici”, che generano figli scissi ed ambivalenti, privi di emozioni. Citando Laura: “Quanti Hitler ci sono nelle nostre famiglie?”

  13. Pubblicato il 23 aprile 2008 alle ore 12:38 | Permalink

    Quello che più mi colpisce è che alla fine basta poco a creare un mostro; una madre servizievole e un padre padrone sono molto frequenti nella società moderna.
    Hilter è certo un caso limite che ha contribuito alla sterminio di milioni di persone, ma a me fa paura quanto i casi di omicidi quotidiani che sempre più spesso invadono la cornaca dei giornali e dei telegiornali insieme all’aumento di ragazzi neonazisti e neofascisiti…

  14. GIOVANNI
    Pubblicato il 23 aprile 2008 alle ore 23:50 | Permalink

    RIFIUTO L’INTERPRETAZIONE DEL MOSTRO DI HITLER E DELLA SUA PAZZA FAMIGLIA.
    GIOVANNI

  15. Valeria
    Pubblicato il 24 aprile 2008 alle ore 18:46 | Permalink

    E’ agghiacciante scoprire la “banalità del male”, è agghiacciante vedere che dietrola drammaticità di quegli eventi non c’era una madre mostruosa, ma eventi e personalità altamente insignificanti.
    Una volta un professore ironicamente chiese se Hitler avesse venduto qualche quadro, quando da giovane intraprese l’attività di pittore, forse tutto questo non sarebbe successo…
    Forse se la madre qualche volta si fosse ribellata al padre, rivendicando il diritto di essere un comportamento più dignitosa per sè e per i suoi figli forse qualcosa sarebbe cambiato..
    E’ difficile ridare contorni di umanità alla figura Hitler e alla sua biografia, ma immagino che soltanto trovando i punti che ci uniscono, i punti che mediocremente ce lo accomunano, ce ne potremmo liberare.

  16. Donatella
    Pubblicato il 26 aprile 2008 alle ore 21:29 | Permalink

    @Giovanni:

    Credo che il fatto, e non la mera opinione, che Hitler sia stato uno degli uomini più crudeli, un, come tu dici, MOSTRO della storia, sia un qualcosa di innegabile e inconfutabile!
    Gli abomini da lui commessi sono talmente atroci che una loro difesa va non tanto contro leggi morali, ma assolutamente contro qualsiasi istinto di vita.
    Che dire!
    La capacità di Hitler di rapire un intero popolo che si rifletteva nel suo lucido, folle progetto di sterminio, evidentemente continua ancora oggi, nonostante i chiari e unanimi giudizi della storia, nonostante un’Interpretazione come quella presente in questo post… e trovo che ciò sia disarmante e davvero preoccupante, del tutto privo di logica.

  17. GIOVANNI
    Pubblicato il 26 aprile 2008 alle ore 23:44 | Permalink

    @Donatella
    Tutto cio’ che leggo su questo blog e’ talmente bello e affascinante ma solo per pochi.
    Bisogna considerare che la sgragrande maggioranza delle persone sono indifferenti all’uomo hitler come a tutti i suoi simili contemporanei e non , alcuni scioccamente lo esaltano.
    Capisco adesso come un Mussolini e la sua compagna siano stati fucilati all’istante sul posto, senza un regolare processo, che possibilita’ abbiano dato un hitler e un mussolini agli ebrei e non, per difendersi dai loro presunti crimini? penso nessuna.
    Che ipoteticamente sia sbagliato ragionare cosi lo ammetto, ma quante possibilita’ ci sono di dialogare su piani differenti, tra l’inferiore e il superiore, tra il brutto e il bello, tra il cattivo e il buono, penso nessuna, nel momento in cui il superiore sta dialogando, l’inferiore ti ha gia’ ucciso.
    Giovanni.

  18. tiziana
    Pubblicato il 28 aprile 2008 alle ore 16:44 | Permalink

    @ giovanni

    …non ne facciamo una questione giusto o sbagliato di inferiore e superiore… abbiamo un archivio di dibattiti già troppo vasto in proposito
    In questo contesto si parla di patologie e cause di tali patologie…
    Chissà perchè quando il medico diagnostica un cancro o un qualsiasi altro male tutti si precipitano a fare le cure del caso, indagano, credono di scoprire cause ed effetti etc… Quando si parla di malattie della psiche cause e loro prevenzione allora dobbiamo diventare universali dialogatori del cosmo, integratori di opposti…. e addio scienza….

  19. patrizia l
    Pubblicato il 19 maggio 2008 alle ore 16:59 | Permalink

    credo che il vero tormento di Hitler, abbia trovato la forma di sopravvivere attraverso la musica di Wagner, di cui egli stesso è stato sommo ispiratore e grande amico.
    i due, all’epoca inseparabili, hanno avuto tratti di vita infantile in comune e, il “caso” ha voluto che nascessero nella stessa epoca, e quasi nello stesso luogo.
    Hitler ha dovuto costruire materialmente il proprio utero materno purificato, prendendo forza dalla musica sublime di Wagner.
    avevano deciso che “quella” musica, poteva essere ascoltata in un luogo incontaminato, posizionato verso l’alto.
    da qui la decisione della collina di Bayreuth.
    In cima ad essa, hanno fatto costruire uno dei più maestosi luoghi di ascolto di musica purificatrice, sacra.
    Quando è stata costruita, vi si accedeva esclusivamente a piedi, poichè il cammino necessario per raggiungere l’auditorium, rappresentava il percorso purificatore.
    si narra, che Hitler facesse dei veri ritiri spirituali nella collina di Bayreuth, prima di ogni strategia bellica.

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