Hitler e il suo romanzo familiare

L’origine e l’evoluzione delle tendenze aggressive, criminali ed omicide e la possibilità di modificarle hanno costituito per molti anni, e costituiscono tuttora, il principale oggetto di studio per molti psicologi e psicoterapeuti, motivati dal desiderio di capire chi sia il criminale e quali siano i fattori che facilitano la concretizzazione di un pensiero in un atto violento.

Esistono diversi fattori predittivi del rischio di diventare criminali, tiranni, o despoti, fattori che permettono di prognosticare la pericolosità sociale di un soggetto patologico o infermo di mente (P. De Pasquali, 2001).

Esistono “indicatori di contesto”, attinenti all’ambito psicosociale, ed “indicatori individuali”, connessi alla personalità ed alla patologia del soggetto.

Gli “indicatori di pericolosità sociale”, appartenenti alla categoria degli indicatori di contesto, si riferiscono alle condizioni ambientali e familiari in cui vive il soggetto e possono agire come spinta al delitto o al crimine: basso status socio-economico, ambiente di vita scadente, disponibilità di armi proprie ed improprie, ambiente sociale povero di opportunità relazionali ed occupazionali.

Gli indicatori che rientrano nella seconda tipologia sono:

  • relativi a fattori individuali: giovane età, essere stato vittima di violenza precoce, scarsi modelli genitoriali, non aver completato la scuola, bagnare il letto (enuresi), crudeltà verso gli animali, mancanza di compassione, carattere impulsivo ed aggressivo, tendenza ad appiccare incendi, marcato odio, rabbia ed ostilità, gioia nell’assistere o nell’infliggere lesioni, forte risentimento contro l’autorità, grave autocommiserazione, vita solitaria, antisociale, disoccupazione, intolleranza allo stress;
  • relativi a disturbi psichici: bassa autostima, alto grado di eccitazione ansiosa, depressione cronica, presenza di una sintomatologia di tipo delirante-allucinatorio, gravi disturbi della personalità, della sessualità o del comportamento con messa in atto di condotte aggressive, uso ed abuso di sostanze, scompensi comportamentali ravvicinati, progressione di gravità nelle condotte di scompenso, fantasie o propositi violenti, con minaccia scritta o verbale di compiere un grave reato, totale assenza di consapevolezza verso la malattia, scarsa risposta o rifiuto nei confronti di eventuali terapie praticate.

Questi indicatori sono tutti validi e devono essere conosciuti per poter prevenire i fenomeni di aggressività patologica.

Hitler

È interessante analizzare tramite la figura di Hitler e il suo romanzo familiare i fattori relativi alla deformazione del modello paterno e materno, ma anche della coppia genitoriale e della famiglia, che contribuiscono a determinare il fenomeno del criminale.

In I delinquenti per senso di colpa (1916) Freud afferma che i criminali compiono azioni delittuose per alleviare il loro angoscioso stato intrapsichico dovuto, in ultima analisi, a fantasie di parricidio e di accoppiamento con la madre, derivanti dalla mancata risoluzione del complesso edipico. Adolf Hitler rientra pienamente in questo tipo di dinamica descritta da Freud, anche se nel vasto panorama della letteratura psichiatrica è stato diagnosticato come “paranoico psicopatico”, “bambino sadico amorale”, “vigliacco che ipercompensava”, “nevrotico sotto coazione omicida” (E. H. Erikson, 1975).

Spesso questi paroloni della psichiatria classica ed attuale, usati nella diagnosi di simili soggetti, servono più a placare la paura (come per dire a se stessi: “è accaduto ad altri, ma non accadrà mai a noi”), che a dare una chiara visione di quali forze psichiche hanno agito in questi personaggi per renderli così patologici e criminali.

Usando la terminologia psicoanalitica e il materiale prezioso che Erik H. Erikson, quale vero e proprio tecnico della psiche di Hitler, ci ha tramandato nel suo scritto La leggenda dell’infanzia di Hitler forse sarà più semplice comprendere la psicopatologia relazionale che Hitler ha avuto con suo padre, con sua madre e con la sua famiglia.

Fotografia di Hitler bambino, datata intorno al 1891.

In questa cittadina sull’Inn, dorata dai raggi del martirio tedesco, bavarese di sangue, austriaca secondo lo Stato, sul finire degli anni ottanta del secolo scorso abitavano i miei genitori: mio padre, come impiegato statale zelante del dovere; mia madre, tutta dedita alla casa e, ancor prima, devota a noi figli con sempre uguale sollecitudine amorosa.

Con questi suoni dolci e seducenti Hitler parla in Mein Kampf della sua infanzia.

Il padre

Ancora in Mein Kampf:

…mio padre, come impiegato statale zelante del dovere…

Fotografia di Alois Hitler, padre di Adolf, in uniforme militare.

Erikson commenta:

Malgrado questo quadro sentimentale del padre, Hitler dedica parte del suo primo capitolo all’osservazione eccitata, ripetuta, che né suo padre, né altra potenza in terra, avrebbe potuto fare di lui un impiegato statale. Fin da fanciullo la vita di impiegato statale non possedeva nessuna attrattiva per lui. Quanto era diverso da suo padre! Suo padre si era ribellato e a tredici anni era fuggito di casa per diventare qualcosa di “superiore”, ma, tornato ventitré anni dopo, si era trasformato in un modesto impiegato statale. E nessuno ricordava il ragazzo d’un tempo! Hitler racconta che, per questa vana ribellione, il padre invecchiò precocemente, e passa a esporre punto per punto una tecnica della ribellione superiore a quella del padre.

Per Hitler il padre, che fra l’altro era un ubriacone e un aggressivo violento, un vero e proprio tiranno – immagine perfetta del padre tedesco di quell’epoca – , non ha mai rappresentato un ideale o un modello in cui identificarsi. Egli non ha mai guardato suo padre con un misto di ammirazione e di invidia, non ha mai aspirato a raggiungere le sue stesse mete, non si è mai confrontato, assumendo dolorosa coscienza delle sue deficienze: questo modello, ricavato dalla realtà, non ha avuto influenza sulla formazione della personalità del giovane. La mancanza di un modello di idealizzazione maschile – di un’immagine gigantesca alla quale inchinarsi – ha determinato l’assenza di un Ideale dell’Io (Ichideal) e quindi l’assenza totale della vergogna.

Continua Erikson:

Quando rincasa il padre, perfino le pareti sembrano “mettersi sull’attenti”. La madre, sebbene spesso faccia da padrone non ufficiale in casa, ora si comporta tanto diversamente che perfino un bambino non può non avvertirlo. Si affaccenda per assecondare desideri e umori del padre ed evita tutto quanto potrebbe indispettirlo. I figli trattengono il fiato, perché il padre non tollera nessuna “stupidaggine”: né gli umori femminili della madre, né le maniere scherzose dei bambini. Fin quando lui è a casa, la madre deve stare a sua disposizione; il suo atteggiamento esprime disapprovazione per l’unità di madre e figlio, di cui hanno goduto in sua assenza. Sovente si rivolge alla madre come si rivolge ai figli, cioè si attende ubbidienza e taglia corto ogni risposta. Il bambino ha la sensazione che tutti i legami gioiosi con la madre sono una spina nell’occhio del padre e che l’amore e l’approvazione di lei – modelli di tante mete e appagamenti successivi – possono essere ottenuti solo all’insaputa del padre o contro la sua esplicita volontà.
La madre, se e quando le pare, favorisce questi sentimenti tacendo al padre talune “stupidaggini”, talune disubbidienze del bambino. Mostra invece di disapprovarli quando accusa il bambino al padre, il quale, rincasando, è costretto spesso ad eseguire periodiche punizioni fisiche per malefatte i cui particolari non gli interessano. I figli sono impertinenti, e una punizione è sempre giustificata. Più tardi, quando il ragazzo ha occasione di osservare il padre in società, quando lo scopre sottomesso nei confronti dei superiori, eccessivamente sentimentale nel bere e cantare con i colleghi, allora manifesta le sue prime inclinazioni al dolore universale: un profondo dubbio sulla dignità umana o, in ogni caso, su quella del “vecchio”. Tutto quanto, ovviamente, s’accompagna a rispetto e amore per il padre. Nelle tempeste del periodo di maturazione, però, quando l’identità del ragazzo entra in conflitto con l’immagine del padre, si giunge alla critica
pubertà tedesca che, nelle sue forme difficili, è una strana mescolanza di aperta rivolta e “segreto peccato”, di cinica decisione per il male e di ubbidienza sottomessa, di romanticismo e irrimediabile disperazione, e può definitivamente spezzare il coraggio e lo spirito d’iniziativa del ragazzo.

In questo brano Erikson evidenzia la crisi di identità propria della tarda adolescenza e della prima maturità di Hitler. Il suo senso di identità si perde nelle fughe e si sovverte nei deliri schizofrenici di identità in cui, tipicamente, un fondamentale senso di inesistenza è compensato da deliri di grandezza. Molti dei problemi relativi alla diminuzione del senso di identità in Hitler dipendono dal fatto che egli non è riuscito ad identificarsi con il genitore del proprio sesso, e ciò ha reso completamente nulla la propria consapevolezza.

È forse questo tipo di padre – duro esteriormente, ma con assenza totale di un’autentica autorità interiore e di giusti metodi educativi, semplicemente quel padre medio che rappresentava “troppo spesso solo le abitudini e l’etica del sergente o del piccolo impiegato statale che, vestito di un po’ di autorità di breve durata, non sarebbe stato mai di più” (Erikson) – a determinare in Hitler questa impotenza emotiva e questa natura fortemente repressa?

Il deficit identificatorio con suo padre, quale “bambino invecchiato”, impose a Hitler, quale invece “eterno giovane” che non accettò mai di diventare a sua volta padre, di essere diverso da lui fino all’estremo, spingendosi a servirsi del suo enorme potere per distruggere la vita di milioni di suoi simili pur di dichiarare al mondo di non sottostare ad alcuna regola fondamentale sovraimposta. La relazione transferale irrisolta verso il padre provocò in lui ribellione, protesta e forte distacco dalle regole fondamentali di un vivere e lasciar vivere; l’irrisolto legame affettivo ambivalente verso di lui non gli consentì alcun pensiero libero da pregiudizi, alcuna libera scelta nella rielaborazione dell’aggressività, della rabbia e della gelosia vissute nella sua infanzia.

La madre

Torniamo sul passo di Mein Kampf sopracitato: “…mia madre, tutta dedita alla casa e, ancor prima, devota a noi figli con sempre uguale sollecitudine amorosa…”.

Fotografia di Klara Pölzl, madre di Adolf Hitler.

Hitler racconta poco di sua madre. Dichiara di aver rispettato il padre e di aver invece amato la madre.

La storia racconta che la madre di Hitler era di ventitré anni più giovane del padre e, come leggeremo, da brava sposa del suo tempo, restava strenuamente al fianco del marito che, di quando in quando, la picchiava.

Erikson:

…egli divide abilmente la figura di sua madre tra due categorie, che sono di massimo valore propagandistico: la cuoca amorevole, infantile e un po’ martire, che ha il suo posto nello sfondo familiare, intimo, e la vergine di marmo o di ferro, colossale, la statua dell’ideale. […] Dietro questo mondo di metafore, di madri sovrumane, si scorge in agguato l’immagine delle due facce della maternità: la madre appare scherzevole, infantile, generosa e poi traditrice, in combutta con oscure forze. Penso che qui ricorra un fenomeno frequente nelle società patriarcali, dove la donna, che sotto molti aspetti deve rimanere irresponsabile e infantile, necessariamente diventa un interpolo, un essere intermedio: accade quindi che il padre odia in lei i figli che lo evitano e gli sfuggono, e i figli odiano in lei il padre inaccessibile. Come sappiamo, la madre puntualmente diventa e rimane l’inconscio modello del mondo, e cosi l’ambivalenza verso la donna materna divenne sotto Hitler uno dei tratti più spiccati del pensiero ufficiale tedesco.
Questa ambivalenza ufficiale nei confronti delle donne, Hitler la trasferì nel suo rapporto con la Germania come immagine di desiderio. Sebbene detestasse apertamente la massa dei suoi concittadini, che pure formavano la Germania, egli si ritrovava dinanzi a loro delirante e, con il fanatico grido: “Germania, Germania, Germania”, li implorava di credere alla mistica unità nazionale.

In effetti Hitler aveva due rappresentazioni mentali separate di sua madre: una di “madre buona” che acconsentiva a tutti i suoi desideri e un’altra di “madre cattiva” che lo obbligava a subire penosissime frustrazioni da parte di suo padre.

Se predominava la “madre buona” egli sviluppava onnipotenza e riunione oceanica con essa, ossia la voglia di mantenere la paradisiaca esistenza infantile uterina, in cui gli era risparmiata la fatica di mangiare e respirare e, al contrario, gli erano permesse continue regressioni alla primaria onnipotenza narcisistica e megalomania. È tipico di questi individui reagire ad ogni offesa narcisistica nella vita più adulta nello stesso modo in cui cercavano di reagire alla prima offesa narcisistica, quando furono posti di fronte al fatto che non erano onnipotenti e che dovevano vivere: urlano, aggrediscono, mordono, divorano, fanno a pezzi, dissanguano, frammentano, castrano. E Hitler era proprio quell’urlatore che divorava, facendo a pezzi, i poveri ebrei, vissuti nel suo scenario fantasmatico delirante come i “fratelli più forti” che l’avrebbero ostacolato e privato del suo amore primario materno: egli pretendeva di poter disporre in modo assoluto del corpo della madre e di avere possesso dei suoi seni e del suo latte.

Se predominava la “madre cattiva”, che certo non rimaneva isolata ma, al contrario, si impossessava spesso della sua personalità, Hitler viveva uno scenario fantasmatico ancor più devastante: l’utero della madre negativizzato diventava container o forno crematorio in cui eliminare quei “fratellini ebrei” tanto temuti.

Conclusioni

In sintesi si può dire che il regime totalitario della sua famiglia, l’arbitrio del padre e il suo potere costituivano l’unica istanza giuridica per il bambino Hitler, che dimostrò poi nel Terzo Reich la misura assoluta in cui introiettò questo sistema (A. Miller, 1993).

Durante tutta l’infanzia nel caso di Hitler come dei suoi immediati collaboratori mancò ogni alternativa alla durezza, alla violenza, alla freddezza e all’ottuso esercizio del potere, ogni forma di debolezza, tenerezza e vivacità era disprezzata, la violenza usata e subita era colta come perfettamente giusta. E Hitler aveva, tramite un’identificazione con l’aggressore, idealizzato i persecutori e più tardi andava in cerca di proiezioni, per scaricare su altre persone o popoli, per il proprio sollievo, la propria colpa supposta (A. Miller, 1993).

L’ostilità alla vita e il potere devastante della famiglia Hitler emergono da tutta la gran copia di documenti finora rintracciati. La loro evidenza è stata resa accessibile al vasto pubblico da un testo teatrale che mostra come ogni gioia del gioco, della fantasia e della creatività fu soffocata in Hitler mediante l’imposizione dell’ubbidienza e dell’addestramento bestiale (N. Radström, 1983).

E la madre a cosa servì? Il carattere remissivo di questa donna verso il padre accrebbe nel figlio una violenta scissione ed ambivalenza, e un vuoto di emozioni e sentimenti. I colori vivaci che suscitavano sentimenti ed emozioni e che erano un chiaro richiamo al corpo materno erano da Hitler considerati pericolosi, malfamati, “quasi ebrei”. Anche le linee non perfette che potevano simbolicamente tracciare lo spazio del corpo della madre, vissuto come spazio della fantasia, erano considerate ignobili.

Ogni vitalità doveva venire distrutta sul nascere, radicalmente, come era accaduto a suo tempo al bambino nella casa dei genitori, in cui era prevalso un trattamento brutale, spietato e distruttivo del bambino-Hitler, destinato così a diventare il mostro-Hitler.

Riferimenti bibliografici

De Pasquali, P. (2001). Serial killer in Italia. Un’analisi psicologica, criminologica e psichiatrico-forense. (Franco Angeli, Milano 2001).

Erikson, E. H. (1975). Die Legende von Hitlers Kindheit in Kindheit und Gesellschaft (Stuttgart: Klett, 1965). Trad. it.: La leggenda dell’infanzia di Hitler in Cremerius, J. (cur.), Nevrosi e genialità (Boringhieri, Torino 1975).

Miller, A. (1993). Der gemiedene Schlüssel (Frankfurt am Mein: Suhrkamp Verlag, 1988). Trad. it.: La chiave accantonata (Garzanti, Milano 1993).

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