Esistere e resistere come donna

Acacia = affetto puro; amor platonico.

Acacia = affetto puro; amor platonico.

Dopo aver lasciato ad altri l’onere di celebrare con stile enfatico e solenne il mito della donna nel giorno della sua festa, con ciò lasciando al suo destino pure Zarathustra e la sua superdonna futura, eterna, in cui tutto finisce e tutto comincia, occupiamoci qui della donna in due momenti concreti e decisivi per la sua vita: esistere e resistere, appunto.

Esistere è dare importanza alla natura femminile e alla voglia della donna di essere nata non solo felice ma anche uguale all’uomo.

Resistere è porre l’accento sulla cultura femminile e su una “terapia della cultura”, poiché il sistema di valori, unilaterale e maschile-patriarcale, della coscienza occidentale e la basilare ignoranza della differente psicologia femminile hanno contribuito profondamente alla crisi nella comprensione del femminile.

Esistere come donna

È la preziosità di un mondo femminile che nasce e con la sua “arte” produce un lavoro culturale sotterraneo che a poco a poco trasforma il mondo. Un’arte che permette alla donna di donare all’uomo animo e cuore, ai figli coraggio e bontà, al poeta ispirazione, alle generazioni sgomento e speranza.

Esistere come donna significa superare quell’atavico senso d’inferiorità del femminile ben noto a Freud:

“La vita sessuale degli uomini è diventata ormai accessibile alla ricerca. Quella delle donne è nascosta dietro una impenetrabile oscurità” (S. Freud, 1905);

e ancora:

“La vita sessuale della donna è il continente oscuro della psicoanalisi” (S. Freud, 1926).

Queste asserzioni di Freud, da alcuni considerate di totale ignoranza del femminile, hanno rappresentato per altri una fonte preziosa di partenza per indagare e smuovere quei pregiudizi, ancora oggi presenti, che riconfermano l’opinione vecchissima che inferiore fosse un attributo sostanzialmente appropriato per la donna. La donna in molte culture rimane inferiore e si può aggiungere che, nella nostra epoca, anche la sua vera femminilità, in veste di moglie e di madre, le viene sempre più negata: la donna moderna è un garbuglio di attività, dice Clarissa Pinkola Estés, ed è spinta e costretta ad essere tutto per tutti (C. P. Estés, 1993). Si deve convenire, come sottolinea Juliet Mitchell (J. Mitchell, 1974), che il rifiuto del pensiero di Freud è fatale per l’evoluzione della donna d’oggi.

Il dogma dell’inferiorità della donna può, secondo Karen Horney, aver origine da un’inconscia tendenza maschile a proiettare un proprio senso di inferiorità sulla donna, tendenza che si basa sulla profonda invidia del maschio riguardo la capacità di generare che è appannaggio della donna (K. Horney, 1973). A questo si aggiunge che la sensibilità acuta, lo spirito gioioso e la grande devozione della donna porta l’uomo sempre più ad invidiarla.

Le posizioni della Horney furono appoggiate da Ernest Jones, al quale va il merito non solo di essersi posto il quesito se “donna si nasce o si diventa” (E. Jones, 1935), ma anche di aver ricordato una massima di saggezza:

“All’inizio, Dio, maschio e femmina li creò”.

Questa massima, che risale alla Genesi, non vuole esprimere soltanto la credenza nell’origine divina della creazione, ma affermare il fatto elementare che il genere umano è insieme maschio e femmina.

Sono del 1925 le parole di Jung:

“E in genere, può essere in grado un uomo di scrivere sulla donna, suo contrario? Voglio dire, scrivere qualcosa di vero e giusto, al di là di ogni programmatica sessuale o risentimento, al di là di ogni illusione o teoria? Io non so davvero chi potrebbe arrogarsi simile superiorità” (C. G. Jung, 1953).

Queste parole riflettono soprattutto la sua intuizione di uomo che non potrà non evolversi davanti ad una donna che si evolve, dell’uomo moderno che non può non avere problemi di crescita se la donna ha problemi di crescita.

Tuttavia Jung ha insistito sulla necessità per la donna di individuarsi e raggiungere la totalità della propria personalità femminile. Per giungere a ciò, la donna deve essere capace di riconoscere in sé non solo il sentimento ma anche il proprio principio maschile (Animus), ossia quella parte che si manifesta con l’indipendenza, la rivendicazione, l’ambizione, la lotta intellettuale e altre qualità che, in un’ottica maschile, non sembrano adatte alla donna, e che l’uomo considera come virtù soltanto quando appartengono a lui.

Il saggio di Emma Jung del 1931 sul principio femminile e sulla psicologia della donna (E. Jung, 1992) esprime la conferma di quanto Jung stesso aveva asserito, e cioè che solo una donna può parlare della donna. Emma Jung descrive poi con particolare chiarezza le difficoltà cui va incontro la donna moderna nel suo sviluppo. Le soluzioni da lei offerte hanno anche oggi una natura realistica e quindi operativa: le donne non consce dovrebbero diventare coscienti delle loro qualità maschili, e le donne consce dovrebbero non perdere il contatto con il principio femminile, anche aprendosi ad una maggiore amicizia e solidarietà fra donne.

Resistere come donna

Rispecchia gli ostacoli che una donna deve superare quotidianamente per non essere vittima di una paura che le debilita il corpo, per non vivere la tentazione verso un mero pellegrinaggio nel mondo maschile, per non essere costretta a vivere un odio che la impegna nel desiderio di vendetta.

Resistere come donna significa per lei dare vita ad un’autentica realizzazione e non sviluppare i propri rapporti evolutivi solo in casa o in famiglia.

La creatività della donna, il campo reale del potere creativo femminile, in questa società ne esce minimizzato invece di arricchirsi. È soprattutto lo sviluppo dei rapporti con l’esterno che la donna dovrebbe cercare a tutti i costi di curare, sbarazzandosi prima di tutto del fastidioso sospetto di ghettizzazione, e poi dell’oscillazione continua tra l’essere sepolta nell’addomesticamento eccessivo, l’essere messa fuori legge dalla cultura circostante, e l’essere modellata ad uomo in una cultura inconsapevole.

Esther Harding, nel suo ricchissimo ed esauriente studio sul simbolismo della luna (E. Harding, 1973), vorrebbe che questo approccio al femminile iniziasse dopo essersi liberati di tutte le idee preconcette su che cosa sia la donna e su che cosa sia veramente femminile, e cioè cercando di avvicinarsi ad esso con mente il più possibile aperta. Dagli scritti della Harding, traspare uno sforzo minuzioso e appassionato per ridare al principio femminile tutta la dignità e la regalità perdute:

“La nostra civiltà è stata così a lungo patriarcale, con il predominio dell’elemento maschile, che la nostra concezione di ciò che è femminile è quasi del tutto frutto di pregiudizi. È ad esempio un fatto risaputo che il maschile è forte e superiore, e la donna debole e inferiore. Questo dogma è stato scosso soltanto ultimamente dalla rivolta delle donne le quali non si sono limitate a mettere in dubbio la teoria ma hanno dimostrato nella pratica che si tratta di una convinzione fasulla. Tuttavia ancora resiste il preconcetto che gli uomini, in un qualche modo a loro peculiare che non dipende dalle realizzazioni personali, dal carattere o dalla forza, siano superiori alle donne, che l’uomo in quanto uomo è superiore alla donna come tale”.

Anche Robert Grinnell ha sentito intensamente la preoccupazione, a suo tempo espressa dalla Harding, di ridare al femminile tutta la maestà e la levatura che le compete, offrendo del principio femminile un’interpretazione profondamente elaborata e per non pochi aspetti consolante (R. Grinnel, 1989). Partendo da un caso clinico, analizza la problematica tipica di una giovane donna emancipata, di una donna cioè che si crede e si fa simile all’uomo perdendo così completamente il contatto con il femminile, con se stessa e con le donne nel loro insieme quale riflesso del suo femminile disprezzato. Grinnel descrive un tipo odierno di donna fortemente logorata tra leali forme materne e una mentalità maschile proiettata nel mondo esterno. La conseguenza è una specie di effetto ombra nell’essere donna e nell’essere madre. Come risultato la donna sarà posseduta dalla propria mascolinità inconscia, pervasa da un modo di pensare scadente, da mancanza di rapporti con gli altri, dal rifiuto di sintonizzare i propri pensieri con i propri sentimenti e succube suo malgrado di stati d’animo opprimenti e depressi e di irretimenti coatti e comportamenti ripetitivi: la sua personalità avrà pertanto un carattere particolarmente rigido e dogmatico che la porta a indossare una maschera di superiore e distaccata intellettualità, ad un virtuoso e rigido interesse per i fatti, ad una sfrenata efficienza, ad un eccessivo realismo. Ad esprimere insomma soltanto la sua parte virile, piegando la sua parte femminile per obbligarla a vivere in modo unilateralmente sbilanciato.

Se il maschile invece di starsene lassù discendesse verso la sfera della vita ad incontrare il femminile, e se il femminile invece di starsene laggiù risalisse da dove è sprofondato per incontrare il maschile, in quel punto d’incontro che è la sfera della vita verrebbe a trovarsi il posto di una nuova coscienza, non più lontana dalla vita, ma restituita alla sua armonia originaria.

Il superamento di questo contrasto in una nuova sintesi si assapora ne Il Flauto magico di W. A. Mozart: al centro di quest’opera e del suo strano libretto si trova un confronto fra mondo matriarcale e mondo patriarcale che culmina nella realizzazione di un’armonia indimenticabile.

Sviluppare una sintesi di questo tipo nella realtà psichica del singolo e del collettivo è uno dei compiti futuri essenziali, individuali e di terapia della cultura, del nostro tempo.

Riferimenti bibliografici

Freud, S. (1905). Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie (1905). Trad. it.: Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere – Vol. 4 (Bollati Boringhieri, Torino 1989).

Freud, S. (1926). Die Frage der Laienanalyse (1926). Trad. it.: Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale, in Opere – Vol. 10 (Bollati Boringhieri, Torino 1989).

Estés, C. P. (1993). Women who run with the wolves (London: Rider, 1992). Trad. it.: Donne che corrono coi lupi (Frassinelli, Milano 2008).

Mitchell, J. (1976). Psychoanalysis and Feminism. Freud, Reich, Laing and Women (1974). Trad. it.: Psicanalisi e femminismo. Freud, Reich, Laing e altri punti di vista sulla donna (Einaudi, Torino 1976).

Horney, K. (1973). Feminine Psychology (New York: W. W. Norton & Company, 1967). Psicologia femminile (Armando Editore, Roma 1973).

Jones, E. (1935). Early female sexuality (1935), in Papers on psycho-analysis (London: Baillière, Tindall & Cox, 1948). Trad. it.: La sessualità femminile primaria, in Teoria del simbolismo. Scritti sulla sessualità femminile e altri saggi (Astrolabio Ubaldini, Roma 1972).

Jung, C. G. (1953). La donna in Europa (1953), in Realtà dell’anima (Bollati Boringhieri, Torino 1970).

Jung, E. (1992). Animus und anima (Zürich: Rascher, 1967). Trad. it.: Animus e anima (Bollati Boringhieri, Torino 1992).

Harding, E. (1973). Women’s mysteries (Putnam Adult, 1972). Trad. it.: I misteri della donna (Astrolabio Ubaldini, Roma 1973).

Grinnell, R. (1989). Alchemy in a modern woman (Dallas: Spring Publications, 1989).

1 commento

  1. Viviana De Giglio
    Pubblicato il 10 marzo 2010 alle ore 22:01 | Permalink

    Il primo pensiero che ho avuto, finito di leggere l’articolo, sembra uno slogan: tutte noi esistiamo, quante resistono?
    La visione della Horney mi solleva il morale, anche se poi credo che il senso d’inferiorità sia radicato, dotato di sfaccettature che toccano molteplici ambiti della vita e, soprattutto, trans-generazionale. In pratica una specie di bestia nera da combattere ogni giorno.
    Sono ‘spaventata’ anche dalla ricerca dell’equilibrio tra parte femminile e Animus, perché sento che vivere lo sbilanciamento verso una parte o l’altra sia troppo facile!!
    Quindi, come donna che esiste soltanto, cercherò quel punto d’incontro tra le parti (sperando di trovarlo), quella sfera della vita con la quale vivere una nuova coscienza, superiore.

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