Dimenticare Freud non paga

Morbide pantofole decorate con una caricatura di Freud

“Freudian Slippers”

 

Si assiste in questi giorni a raccapriccianti uccisioni di donne che, con sadismo feroce, vengono fatte a pezzi e come al solito si fa veramente poco per comprendere le cause patogene profonde che agiscono in tali assassini. Con una enorme letteratura psicoanalitica a disposizione è altrettanto raccapricciante assistere allo spettacolo in cui in molti si accaniscono a non comprendere i meccanismi che governano lo psichismo e a obliterare le chiavi psicoanalitiche di lettura, costringendoci a sorbire il loro galleggiare in superficie e ad osservare passivamente le conseguenze della loro interessata ignoranza.

Anche per i più recenti casi di cronaca saremo subissati di informazioni male elaborate dai soliti rappresentanti, clinici e non, con le solite ripetizioni di teorie trite, veri e propri tentativi di superare l’aggressività sublimandola, cioè portandola ad un livello mentale e dissolvendola poi con un gioco di concetti o con uno sforzo della volontà. Questi tentativi si sono sempre risolti in un radicale fallimento, poiché non forniscono un quadro chiaro e clinico su chi uccide e soprattutto non aiutano a comprendere i perché.

Mi viene in mente “L’uomo furioso” di Fausto Antonini, pubblicato nel 1970 da Sansoni, che spiega quale belva spietata e feroce ci sia nell’uomo e quanto poco basti per scatenare quella belva. Lo stesso concetto di “belva” – osserva Antonini – è improprio e offensivo per il mondo animale, in cui sono rari i casi di ferocia gratuita paragonabile a quella dell’uomo e l’aggressività non giunge mai a quella malvagità che sembra caratterizzare invece l’odio umano.

Pochi vogliono vedere più da vicino, più direttamente e più chiaramente l’aggressività umana: rendersi conto di quanto odio ci sia in tutti gli uomini, a partire da ciascuno di noi, dà ansia e scardina tutte le ideologie. Seguendo la legge della minima sofferenza, l’uomo preferisce, non con una decisione presa a tavolino, ma con un riflesso profondo di tutto il suo psichismo, non prendere atto del male che è in sé.

Per non sentirsene sopraffatto o per non morire di paura, l’uomo inventa il nemico: distruggendolo avrà finalmente eliminato tutto il male del mondo. Esiste un ottimismo nevrotico e gli ottimisti sono coloro che negano o non vedono gravità e realtà del male e dell’odio: sono pertanto gli individui più pericolosi e aggressivi. Bisognerà quindi prendere le mosse da ciò che è ovvio, ciò che è davanti agli occhi di tutti, quotidianamente. Ma – diceva Goethe – “la cosa più difficile di tutte è vedere ciò che si ha sotto il naso”.

Nei frequenti casi di crimine selvaggio prevale un sadismo delinquenziale in cui l’associazione dell’aggressività con la sessualità è più che evidente. “Il sadismo – dice Krafft-Ebing – nel quale il bisogno di soggiogare il sesso opposto rappresenta un elemento essenziale, è una intensificazione patologica del carattere sessuale maschile; inoltre gli ostacoli che si oppongono all’espressione di questo istinto mostruoso sono più forti nelle donne che negli uomini” (R. v. Krafft-Ebing, Psychopathia sexualis, Manfredi, Milano 1951, p. 151-152).

Alla base di crimini selvaggi è il sadismo il carattere patogeno centrale. Il termine “sadismo” risale al nome del Marchese de Sade, che descrisse nei suoi romanzi il piacere che si ricava dal torturare altri eccitandosi sessualmente. Nei suoi racconti ricchi di scene sadiche egli cerca di dimostrare che il vizio è migliore della virtù, il male è migliore del bene, l’impulso di far soffrire è più originario, potente, autentico, naturale di quello di far godere, che la massima eccitazione possibile, il vero riconoscimento di sé, la più profonda realizzazione del proprio io si ha nell’osservare, nel gustare voluttuosamente quanto si è capaci di far soffrire la vittima.

L’essenza del sadismo sta in una ricerca disperata del proprio io, nel bisogno di affermarsi, di far reagire gli altri alla propria realtà. Per Antonini il sadico dice: “Io ci sono, sono qui, tu devi accorgerti di me; se non te ne accorgi amandomi, te ne dovrai accorgere soffrendo, perché io ti faccio soffrire; con la tua sofferenza riconosci la mia esistenza, la mia presenza; quanto più soffri, tanto più mi fai esistere”.

Per il sadico le sofferenze altrui sono l’unico modo che ha per godere. Non godere facendo soffrire gli altri significa per lui andare verso la paralisi totale: il sadismo, infatti, nasce soprattutto da un originario bisogno di immobilizzare, frenare, paralizzare la vita. Il sadico che tortura, che si accontenta di far soffrire la vittima senza ucciderla, realizza già un compromesso non del tutto negativo tra immobilità e movimento, tra morte e vita, tra paralisi e pulsazione: il suo bisogno nasce da un profondo senso di inferiorità e da un complesso di castrazione che coinvolge l’intera sua personalità. Se giunge all’uccisione il sadico arriva alla necrofilia, allo stupro del cadavere, al godimento della vista di ciò che è totalmente privo di vita, una vita che egli stesso, il sadico necrofilo, ha definitivamente distrutto: Erich Fromm collega la necrofilia sadica al narcisismo distruttivo e alla fissazione incestuosa alla madre.

Le analisi psicoanalitiche sulla violenza carnale hanno evidenziato che ciò che guida l’aggressore non è il desiderio di unione sessuale, ossia un pressante bisogno erotico, ma unicamente la voglia di umiliare, sporcare, mortificare, ferire, stuprare una donna in quanto tale. Questo altro non è che lo spostamento di un originario impulso distruttivo destinato alla propria madre, che lo ha privato di amore.

Sinteticamente Freud definisce così il sadismo: “In ogni organismo la libido è in aperto conflitto con l’istinto di morte. Alla libido spetta il compito di rendere innocuo l’istinto di distruzione e vi riesce dirigendolo, in gran parte e fin dall’infanzia, verso gli oggetti del mondo esterno. Si crea così ciò che si chiama istinto di distruzione, volontà di dominio e di potere, una parte di questo istinto è posta direttamente al servizio della funzione sessuale, dove ha un importante ruolo da svolgere: questo è vero sadismo” (in L. T. Woodward, Sadismo, SEA, Milano 1966, p. 16).

Il sadismo che conosciamo, quello dell’uomo cosiddetto civile, e che abbiamo fin qui descritto consiste in un asservimento dell’eros alle tendenze distruttive e richiama in toto la definizione freudiana di sadismo in cui la distruzione è il fine, il sesso è il mezzo.

In tempi in cui è di moda “superare Freud”, senza averlo mai applicato seriamente o almeno decentemente conosciuto, dimenticare la teoria freudiana sul sadismo è come restare chiusi fuori casa mentre essa va in fiamme, equivale cioè a smarrire il significato delle cause primarie indispensabile per poterlo risolvere.

1 commento

  1. giovanni
    Pubblicato il 7 gennaio 2008 alle ore 13:58 | Permalink

    Alla luce di questo post ho avuto la conferma di quello che ho sempre pensato. Vedo esempio, in ogni omicidio particolare, un grande spiegamento di risorse nazionali quali polizia, carabinieri, magistratura con il solito criminologo, al fine solo di dimostrare il colpevole, ognuno per il proprio mestiere, tutto andra’ avanti tra accusatori e difensori, ad ognuno interessa fare solo il proprio mestiere. Dopo tutto cio’ sarebbe la cosa piu’ semplice che una Nazione possa fare nei confronti di un cittadino, tutelando i buoni e schiacciando i cattivi. A nessuno gli puo’ fregare la sua infanzia, la sua adolescenza anche se certe storie possono essere la chiave nel ricercare un colpevole. I colpevoli siamo noi, chiudiamo gli occhi ogni minuto ogni giorno della nostra vita di fronte a tutte le cose che succedono, quasi non ci appartenessero, ci chiudiano in noi stessi, nelle nostre religioni, nelle nostre sfere sociali. Sto parlando essenzialmente di una profilassi psichica e di un benessere economico da applicare sin dalla prima infanzia, a tutti i cittadini di uno Stato, i soldi uscirebbero certemente, es. diminuzione di farmaci, non coivolgimento in guerre estere che non interessano la Nazione. Penso fermamente che la belva esistente in ciascuno di noi possa ridimensionarsi e iniziare a ragionare quale aminale evoluto. Si potrebbero diminuire parecchie sofferenze del vivere sociale, ognuno con la propria consapevolezza di essere se stesso.

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