I conflitti dell’anima infantile: le ossessioni

Anna, 10 anni, disegna la sua famiglia.

Anna, una bambina di 10 anni con tratti ossessivi, disegna la sua famiglia: pensa di essere stata perfetta nel suo disegno, di aver messo tutti gli elementi della sua famiglia, ma quando le si fa notare che nel disegno manca la madre si irrigidisce e non vuole più disegnare, lasciando incompleta la raffigurazione di sé (mancano le scarpe). Inoltre, quando le si chiede se crede di aver scritto tutto in modo corretto, lei risponde di essere certa di sì, pur avendo sbagliato a scrivere la parola “famiglia”.

Questa bambina, che qui chiameremo Anna, richiama i casi clinici di alcuni bambini ossessivi-coatti analizzati da Lewis L. Judd. Secondo uno dei tratti fondamentali tracciati da Judd uno o entrambi i genitori diventano per il bambino l’oggetto di sentimenti fortemente ambivalenti e apertamente aggressivi (P. L. Adams, 1980). Anche Anna ha una cattiva relazione con la madre, parla di lei come di una madre che non la comprende e si rifiuta di disegnarla, scegliendo al suo posto la coppia dei nonni a cui si sente più intimamente legata.

Anna rientra nei casi analizzati da Lewis L. Judd che nel suo pregevole saggio intraprese il compito di esaminare il quadro clinico di alcuni bambini ossessivi-coatti e darne un resoconto descrittivo: secondo uno dei tratti fondamentali tracciati da Judd uno o entrambi i genitori diventano per il bambino l’oggetto di sentimenti fortemente ambivalenti e apertamente aggressivi (P. L. Adams, 1980). Nella realtà clinica Anna mostra una cattiva relazione con la madre, che fra l’altro ha omesso nel disegno.

I bambini con personalità ossessive e compulsive sono dominati da ordine, perfezionismo e controllo mentale e interpersonale a spese della flessibilità, dell’apertura mentale e dell’efficienza. L’ordine e il perfezionismo che il bambino pensa di avere non corrispondono alla realtà: quasi sempre costituiscono soltanto una sua idea.

Nei fatti, la malattia ossessiva nei bambini comprende tre elementi che costituiscono la base del quadro clinico:

  1. idee, immagini, fantasie o impulsi intrusivi;
  2. un sentimento di costrizione o di coazione;
  3. una sensazione di non dover cedere alla coazione.

Purtroppo non sempre nel bambino ossessivo queste esperienze appena descritte sono visibili: possono essere interne, i suoi sintomi possono essere strettamente mentali e non comprendere alcun comportamento visibile che si possa definire patologico. In molti di questi casi, il bambino ossessivo mostra funzioni cognitive altamente sviluppate ed un comportamento sociale più che corretto, ma all’interno si sente assediato e nel suo profondo desidera ardentemente di essere liberato da tale assedio, così come ogni adulto colpito da ossessione sente un pensiero o un sentimento increscioso e penoso di cui riconosce il carattere estraneo e irreale. In entrambi, comunque, l’ossessione è accompagnata dalla lotta con cui essi cercano di escluderla dal campo della coscienza, e questa lotta determina ansia. Per S. Lebovici e R. Diatkine l’ossessione ha dei caratteri propri: costrizione, lotta, angoscia e coscienza della malattia (P. L. Adams, 1980).

Nel bambino ossessivo:

  • l’espressione e il portamento sono tipicamente infelici;
  • prevale un atteggiamento sempre serio e privo di senso dell’umorismo, una mancanza di allegria e di esuberanza;
  • emerge una sensazione di tormento ed angoscia.

I suoi tratti più salienti sono:

  • una costante ponderatezza;
  • una persistente rigidità;
  • una tensione sempre evidente;
  • una mancanza grossolana di spontaneità e di naturalezza;
  • un comportamento ritualistico, anche in assenza di rituali;
  • completa assenza di grazia ed armonica coordinazione;
  • presenza di goffaggine e pseudomaturità.

Uno sguardo attento al bambino ossessivo permette di mettere in evidenza uno stato cronico di infelicità in cui prevale assenza di spontaneità e naturalezza, di eterna noia: P. Federn ci ricorda che ogni sua azione sembra un lavoro forzato e denota mancanza di entusiasmo, avversione e disgusto per la vita. Nei fatti il bambino ossessivo è forzato o costretto a fare certe cose, ad avere certi pensieri, a ripetere certi rituali, a disegnare all’infinito gli stessi tratti che persino a lui sembrano stupidi ed insulsi: eppure non può fare a meno di agire e di comportarsi così, in quanto il non farlo gli produrrebbe un senso di paura, che spesso sfiora il panico, devastante e disintegrante.

La costrizione del bambino ossessivo non è simile a quella del bambino timido ed insicuro: è molto più paralizzante, è per lui una questione di vita o di morte, ed essere liberato da questa ossessione da cui si sente assediato è quello che più desidera nel profondo del suo essere. L’ossessione è spesso un pensiero o un’idea reiterante, un comportamento – si tratti di mangiare o di fare i propri bisogni, di lavarsi, di vestirsi, giocare o disegnare un tratto grafico o una figura – che deve essere tenuto necessariamente in un dato momento e che deve essere ripetuto all’infinito.

La capacità di comunicazioni verbali è il punto forte del bambino ossessivo che fa di lui un parlatore precoce ed esperto, con al tempo stesso una scarsissima capacità di dialogo, che nella profusione di parole e letterale sino alla noia dice poco o niente. Anzi tale fluidità e competenza linguistica, tanta scioltezza verbale, fanno pensare che il bambino ossessivo stia cercando di coprire sensazioni di vuoto emozionale ed evitare relazioni significative con l’altro.

Un altro fenomeno evidente nel bambino ossessivo è la capacità di passare da un argomento ad un altro diametralmente opposto: egli ha la capacità di saltare dalla debolezza all’onnipotenza, dal bene al male. E quanto più adopera questo espediente nel suo parlare tanto più grave è la sua ossessività e più vicino il rischio di un crollo.

Inoltre il bambino ossessivo spesso si propone di conoscere, in maniera scientifica, ciò che è inconoscibile, con domande come:

  • Perché Dio permette che muoiano i bambini?
  • Esiste una vita dopo la morte?
  • Si può essere certi che gli abiti siano chiusi nell’armadio?
  • Si può essere sicuri che il fulmine non colpirà mio padre?
  • Mia madre tornerà da fuori sana e salva?

Molti bambini sono impegnati per lunghi periodi di tempo su questi argomenti, ma per il bambino ossessivo la preoccupazione è sofferenza, e il rimuginare non gli permette nessuna liberazione dalla preoccupazione, né una scarica emotiva, né una deconnessione dall’ansia: al contrario, nella rimuginazione c’è solo sofferenza che si amplifica. Sono pensieri che consumano il tempo e negano al bambino vita e piacere; il bambino si sente prosciugato di molte energie, costretto ad occuparsene è spesso sfinito da questa esperienza e desideroso di una tregua.

Dietro l’esagerato interesse del bambino ossessivo per tutto ciò che è inconoscibile e di cui non può avere spiegazioni logico-razionali si cela un ardente bisogno di certezze.

Le leggi del caso fanno entrare o, peggio ancora, precipitare in maniera catastrofica il bambino ossessivo in uno stato di eccitazione e di confusione. Egli piomba nel panico al pensiero di un qualcosa che non può controllare e qui sviluppa un’angoscia che se non riesce a dialogare con l’ambiente circostante diventa grave. Da essa deriva la compulsione: quel rituale che permette di tenere sotto controllo l’angoscia stessa. È chiaro che il rituale non allenta l’angoscia, ma per il bambino diventa un’azione per così dire magico-superstiziosa, destinata cioè ad essere ripetuta. L’angoscia potrebbe diminuire se l’ambiente fosse capace di dialogare alcune fantasie o immagini che viaggiano nell’inconscio del bambino e che sono visibili sotto forma di ossessioni.

Analizziamo il caso di Italo, un bambino di 5 anni, con idee intrusive e gesti compulsivi. La sua idea intrusiva di base è la paura che la testa dei suoi genitori diventi più grande del corpo e che divori – lui usa il termine “mangi” – il corpo stesso. Il gesto compulsivo più evidente è di entrare di notte nella camera dei suoi genitori e vedere, mentre dormono, se la testa non sia cresciuta.

Italo, 5 anni, disegna una figura femminile.

Quando ad Italo si chiede di disegnare una figura femminile, lui disegna la madre. Mentre disegna si agita: la dimensione della testa della mamma deve essere molto più piccola del corpo, perché, ripete, “una testa grossa può mangiare il corpo”.

Italo, 5 anni, disegna una figura maschile.

Nel disegnare una figura maschile, Italo sceglie di disegnare il papà. Verso di lui vive la stessa problematica che ha vissuto quando ha disegnato la mamma: la testa del papà deve essere piccola perché può “mangiare il corpo”. Questa idea intrusiva è di origine divorante – J. C. Solomon direbbe che “succhia” l’idea proprio come si succhiava il pollice da piccolo – in quanto tutto il foglio gli serve per disegnare il corpo del padre e solo un piccolo spazio è dedicato alla testa, lasciata per ultima. Quando gli si chiede perché si muova tanto sulla sedia lui risponde che la testa che ha appena disegnato è troppo grande, doveva essere ancora più piccola.

Italo, 5 anni, disegna la sua famiglia.

Quando ad Italo si chiede di disegnare la sua famiglia, lui rifiuta di disegnare i membri della sua famiglia e traccia una circonferenza che chiama “la grande testa”, all’interno della quale ripone tre ombre che definisce “mamma”, “papà”, “io”.

Da un punto di vista clinico è legittimo chiedersi se la fantasia inconscia deformata che emerge da quest’ultimo disegno non abbia origine dall’atmosfera familiare intorno a Italo. La famiglia di Italo è “normalissima”, ma lui la sente noiosa. Il bambino dice spesso che gli manca un fratellino, che il padre e la madre sono sempre a lavoro e lui non ha amichetti per giocare: resta solo con la babysitter e vede cartoni animati per ore.

La famiglia è per Italo una “grande testa” e costituisce nell’inconscio una fantasia distruttiva pienamente attiva nella sua mente, e già diventata idea intrusiva. Grazie all’uso del disegno è emersa tale idea – la “testa che divora” – che deve essere quanto prima capita e rielaborata modificando la realtà. Quale realtà va subito trasformata? La realtà familiare in cui Italo vive, portando i genitori a vivere un rapporto più corporeo con il bambino, a cambiare tipo di atmosfera, a permettergli giochi più continui con i coetanei. Se questo cambiamento avviene, anche la fantasia maligna andrà verso una regressione. Al contrario, l’atmosfera familiare sarà l’agente patogeno che irradierà mille altre fantasie maligne nella mente di Italo, le quali, se non capite si trasformeranno in idee intrusive tipiche del bambino ossessivo.

Nelle famiglie dei bambini ossessivi si possono notare alcuni atteggiamenti specifici:

  • I genitori danno un’impronta fortemente verbale alla famiglia. Questi genitori sono ipoattivi sotto l’aspetto motorio, ma iperattivi sotto l’aspetto verbale e possiamo ripetere per un genitore di bambini ossessivi ciò che H. S. Sullivan (1956) disse a proposito dell’eloquio di un’adulta ossessiva: “sembra, a sentirla, normalissima e invece non comunica nulla, anzi comunica il falso, informa alla rovescia, mette fuori strada”. “Questi genitori si comportano come se il dialogo, purché involuto, sadico, ipocrita o inutile, possedesse un potere magico capace di disperdere tutte le forze sinistre” (P. L. Adams, 1980). Da questi genitori l’attività fisica viene completamente svalutata.
  • Una valutazione eccessivamente positiva dell’etichetta e della correttezza convenzionale: i genitori venerano all’estremo la rettitudine e la pubblicizzano in tutte le forme possibili di esibizione narcisistica. In particolare la madre è sempre fortemente legata alle convenzioni, pronta a magnificare la nobiltà del suo carattere e quella della sua famiglia di origine. Ritiene che il proprio figlio o la propria figlia sia moralmente superiore o più profondo degli altri.
  • Eccessivo valore attribuito a forme di ritiro o di isolamento sociale: i genitori non apprezzano rapporti interpersonali cordiali, non sono socievoli, hanno pochi amici con cui dialogare, si considerano molto selettivi. Il tono è caustico specie quando il proprio figlio intraprende una nuova amicizia.
  • Un’importanza fuori misura è data alla pulizia, che in molti casi si avvicina ad un tipo di moralità sfinterica che uguaglia la pulizia alla religiosità.
  • Infine una qualche forma di abdicazione alla mascolinità è particolarmente evidente nell’atteggiamento dei padri, che sovente appaiono persone dotate di scarse energie istintuali e di scarso entusiasmo e vigore, messi a confronto con le loro mogli più energiche: le mogli-madri sono pertanto descritte spesso come femmine castranti più aggressive del padre.

Il numero dei bambini che soffrono di disturbi ossessivi è purtroppo destinato ad aumentare in una società che si fonda su uno pseudo-benessere, “in cui gli adulti sembrano concordare su un punto, e cioè su una netta ambivalenza nei confronti dei bambini. La preoccupazione che si professa pubblicamente per il benessere dell’infanzia viene seppellita frettolosamente nell’indifferenza e nella noncuranza” (P. L. Adams, 1980).

Riferimenti bibliografici

Adams, P. L. (1980). Obsessive children. A Sociopsychiatric study (New York: Brunner/Mazel, 1973). Trad. it.: Le ossessioni nei bambini. Uno studio sociopsichiatrico (Boringhieri, Torino 1980).

Avvertenza

È indispensabile sottolineare che per questi e altri casi esposti, i disegni sono test psicodiagnostici che consentono solo un orientamento alla diagnosi, e non la diagnosi stessa.

1 commento

  1. tiziana
    Pubblicato il 8 settembre 2010 alle ore 10:40 | Permalink

    questo articolo è meraviglioso!

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