I codici “segreti” dei tratti infantili disturbati

Con quali criteri e con quali tecniche di osservazione siamo in grado di prevenire nel bambino la nascita di un sintomo, riconoscendolo prima che si strutturi e si renda manifesto? Quali sono i metodi per percepire il pericolo prima che il sintomo inizi ad agire?

Nel rispondere a queste domande si cercherà di usare un linguaggio semplice, così da permettere all’educatore (esperto o genitore che sia) di comprendere nozioni di solito inaccessibili ad un’esatta comprensione per la complessità dei termini usati o delle dinamiche descritte. D’altronde i fraintendimenti dovuti alle difficoltà di comunicazione fra gli psicoanalisti e coloro che ne applicano le conclusioni sono estremamente frequenti.

Quando un osservatore esperto, ad esempio un terapeuta, osserva un bambino che nella prima infanzia mostra dei problemi, dirige la sua attenzione su un’ampia gamma di fattori quali:

  1. le cure della madre e le espressioni del suo amore;
  2. la partecipazione di genitori ed insegnanti ai giochi e alla vita quotidiana del bambino;
  3. la comprensione delle gioie e del dolore del bambino;
  4. nel bambino, la tolleranza nella privazione o la felicità nel ricevere un dono;
  5. il grado di indulgenza e di privazione che genitori ed educatori hanno esercitato verso il bambino.

L’ultimo punto, in fondo, sottintende una domanda: quanta indulgenza e quanta privazione deve somministrare un genitore al proprio figlio? Intanto diciamo subito che più il bambino cresce ed acquista indipendenza più il genitore deve mantenere equilibrato il rapporto tra indulgenza e privazione: un genitore deve saper privare il bambino di un piacere, per capire se quest’ultimo tollera la frustrazione, ma deve anche saper indulgere, in altri casi, per comprendere se suo figlio sa godere, essere felice, gioire di qualcosa che gli è stato donato e, soprattutto, mostrare gratitudine.

C’è un modo sicuro per gestire il premio o la punizione – perché di questo si sta parlando – e fa capo all’Io maturo del genitore ed alla sua capacità di essere un buon modello.

In un bambino con disturbi il terapeuta indaga sugli atteggiamenti parentali. È sull’atteggiamento materno e sull’ampio spettro di sfumature (amorevole, caloroso, seduttore, freddo, rifiutante ed iperprotettivo) che si concentra gran parte della sua attenzione. Dell’atteggiamento materno non si considerano solo i gesti ed il loro significato, né la solo superficie di un comportamento, ma si analizzano soprattutto le motivazioni inconsce che danno colore a tale comportamento e ne determinano le sfumature.

Per esempio si cerca di capire quelle che sono state le motivazioni, soprattutto nel loro significato più profondo, che hanno portato a generare un figlio. Le domande più comuni sono:

  • il figlio è stato voluto o non voluto?
  • il figlio è nato per suggellare un’unione felice?
  • il figlio è nato per cementare un’unione che si va disgregando?
  • il figlio è nato in una famiglia con basi solide, in cui i sacrifici necessari per allevarlo sono accettati di buon grado, o è nato da genitori che presi dalla propria lotta per l’indipendenza o per l’esistenza risentono del carico che si impone loro?

È fondamentale indagare sul malessere dei genitori se si vuole comprendere anche in parte il malessere dei figli: Helene Deutsch, per esempio, ha richiamato l’attenzione sul gioco di fantasie distruttive spesso inconsapevoli di un genitore, che possono minacciare l’integrità psichica del figlio.

In ultimo l’indagine si fa più strutturata e si passano in esame le situazioni di pericolo tipiche a cui il piccolo essere umano può essere sottoposto:

  • le condizioni ambientali sfavorevoli, specie quelle di un certo spessore (morte della madre o del padre, abbandono del figlio, ospedalizzazione, separazione traumatica di uno dei genitori, ecc.): purtroppo queste ed altre condizioni ambientali, creano un inevitabile effetto negativo sulla psiche del bambino;
  • le inclinazioni di attaccamento morboso, ascrivibili al periodo definito “orale”, in cui il bambino dipendeva totalmente dalla madre e dall’ambiente circostante;
  • le inclinazioni di irrequieta aggressività o di forte possesso, ascrivibili al periodo definito “anale”, in cui al bambino sono stati educati gli sfinteri e sono stati dati i primi limiti;
  • le inclinazioni alla chiusura e al ritiro eccessivi, ascrivibili al periodo definito “fallico-narcisista”, in cui si promuoveva nel bambino la ricerca dell’altro e l’esplorazione dell’ambiente esterno;
  • il tipo di relazione oggettuale che il bambino ha vissuto nel passato e tuttora vive: la paura di perdere l’oggetto amato o al contrario l’indifferenza verso l’oggetto significativo;
  • gli impulsi distruttivi verso un fratellino o un amichetto, la capacità di far fronte alla paura, o ancor peggio all’angoscia, nel vivere nuove situazioni e ricercare nuovi amici.

Queste ed altre situazioni possono essere sintetizzate secondo un quadro molto orientativo, di facile consultazione. Se un bambino intorno ai quattro-sei anni di età:

  • ha continui terrori notturni;
  • è manifestamente o continuamente distruttivo e violento;
  • ruba, morde e si comporta con crudeltà verso bambini più piccoli;
  • è eccessivamente dipendente e lamentoso;
  • presenta ansie manifeste e frequenti fobie;
  • ha notevoli disturbi del linguaggio come balbuzie e mutacismo ostinato;

allora, anche in presenza di uno solo di questi tratti, è possibile prevedere un futuro disturbo infantile strutturato.

Ci sono poi casi in cui l’osservazione clinica di certi altri tratti in un bambino suggerirebbe la presenza di un disturbo psichico, ma troppo spesso dai genitori, o addirittura dagli stessi educatori, quegli stessi tratti sono accolti con gioia, come segni di un buon sviluppo, soprattutto morale, oppure ingenuamente come prove di eccentricità o di precocità infantili.

Secondo Susan Isaacs, tra i tratti più comuni troviamo:

  • un’acquiescente docilità;
  • assenza di ostilità e di aperte provocazioni;
  • estrema precisione nel ripiegare e riporre i vestiti prima di andare a letto;
  • sforzi attenti e continui per non versare acqua, nell’atto di bere o di lavarsi;
  • intolleranza assoluta per il benché minimo sporco su mani, bocca o vestiti;
  • un’attenta e premurosa sollecitudine per la mamma o il papà, che siano ritornati a casa e non gli sia capitato niente di spiacevole;
  • una gentilezza meticolosa;
  • una smisurata ed enfatica avversione ad atteggiamenti altrui caratterizzati da una sana aggressività verso altri bambini o verso gli animali, che dal bambino vengono invece vissuti come crudeli;
  • attenzione rituale alle preghiere;
  • frequenti tenerezze e manifestazioni di affetto;
  • un desiderio ardente di essere buono e bravo;
  • una grande ambizione a fare da solo;
  • docilità alle punizioni;
  • la buona educazione da salotto;
  • voce bassa e movimenti controllati.

Tutti questi tratti, che sono gli effetti di un profondo sentimento di colpa e di un’ansia nevrotica nel bambino, spesso inorgogliscono o, peggio ancora, divertono il genitore.

Per dare più senso a quanto detto finora e per meglio convalidare quello che si ritiene sia davvero accaduto nell’infanzia di questi bambini con tratti disturbati e quali siano realmente le esperienze soggettive attraversate dagli stessi è utile narrare la storia di un bambino con tratti nevrotici, il quale, curato tempestivamente, ha conquistato un’infanzia felice. Si tratta della storia di quello che Daniel N. Stern definirebbe un “bambino clinico”, ossia quel bambino che si fa conoscere giorno dopo giorno nelle varie sedute di terapia. Questa narrazione può essere utile come riferimento per il genitore che vuole saperne di più, ma naturalmente in nessun caso deve essere utilizzata per diagnosticare autonomamente il proprio figlio.

Un bambino troppo buono

Un bambino di 4 anni, che qui chiameremo Gianni, figlio unico, di costituzione esile, biondo dagli occhi azzurri, è stato portato in terapia dai genitori: essi percepiscono il loro figlio come un bambino buono e trattabile, ma incapace di mostrare ostilità o forme positive di aggressività. Gianni di recente ripeteva ossessivamente un certo gioco in presenza delle insegnanti della scuola materna, e ciò ha preoccupato ancora di più i suoi genitori e li ha determinati ad agire.

La domanda principale che entrambi pongono a se stessi e alla terapeuta è volta a sapere se l’eccessiva acquiescenza, l’assenza assoluta di ostilità e ribellione nel bambino, e infine la tendenza a ripetere quel gioco, fossero da inquadrare come tratti infantili disturbati dal carattere temporaneo, che con la crescita sarebbero venuti meno così come erano nati perché legati ad un timore fisiologico del bambino, oppure se fossero tratti legati ad un’ansia conflittuale con al di sotto angosce ancora più profonde, che col tempo sarebbero inevitabilmente cresciute. L’interrogarsi di questi genitori è stato fondamentale e risolutivo: fin da subito essi hanno saputo dare il giusto peso ad indizi comportamentali disturbati del proprio figlio senza attardarsi ad attendere l’emergere di sintomi e comportamenti patologici, ma soprattutto escludendo senza indugi la possibilità di accogliere con gioia e orgoglio il fatto di avere un bambino “troppo buono”.

Nel colloquio iniziale furono da subito evidenti le qualità positive della madre nell’occuparsi di Gianni e nello stesso ambito essa riferì della preoccupazione provata nei primi contatti con il piccolo (Mangiava abbastanza? Restava sveglio abbastanza a lungo per mangiare? Poteva sopportare ora il bagnetto o era meglio farlo crescere?): per i primi quattro mesi di vita fu descritto da tutti come un bebè affascinante, bello, il classico bimbo pieno di vita, ma in seguito appariva fiacco, con un relativo ritardo nello sviluppo della motricità grossolana.

La madre in quella fase leggeva numerosi libri di puericultura e poneva molte domande al pediatra, esprimendo una quantità di preoccupazioni molto maggiori del consueto circa la salute del bambino. Il marito, con cui era sposata da cinque anni, era un libero professionista ed ella descriveva questi anni come i più felici della sua vita. Nello stesso colloquio il marito riferiva che nell’educazione del figlio “faceva fare alla moglie” che “se la cavava abbastanza bene”. Inoltre, entrambi raccontano che le insegnanti della scuola materna avevano riferito che, nonostante Gianni si facesse notare per il suo vivace e attraente senso dell’umorismo, ed era capace di mettersi a provocare con la più bella risata da bricconcello – ma forse quello che già sfuggiva alle stesse insegnanti era che la risata costituiva in realtà lo sfogo principale delle sue ansie in quella fase – ripeteva un gioco spiritoso, inventato da lui, che lo divertiva moltissimo: disegnava su di un foglio bianco delle linee orizzontali intersecate da linee verticali, quasi a voler raffigurare delle larghe cancellate, poi tagliava il foglio in tanti riquadri e raccontava che stava aprendo quel grande cancello.

In terapia Gianni ripete lo stesso gioco. I suoi disegni:

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Gianni, 4 anni, disegna liberamente.

Puntualmente dopo aver disegnato “i suoi cancelli” divide il foglio in tante parti esclamando: “ora il cancello è aperto!”. All’esclamazione seguiva una risata cordiale e contagiosa.

Che cosa ci sta dicendo Gianni con questo gioco? Molteplici sono i significati, ma faremo riferimento solo ai più evidenti:

  1. Gianni, tramite questo rituale grafico, ci sta mostrando la sua aggressività inibita (il cancello disegnato);
  2. nello strappare il foglio (l’ambiente) su cui ha visualizzato la sua inibizione (il cancello), il bambino ci suggerisce che è dotato di una buona dose pulsionale per penetrare nell’ambiente;
  3. nella “coazione a ripetere” (Wiederholungszwang) il gioco è visibile, come ci ricorda Freud (J. Laplanche – J.-B. Pontalis, 2003), la funzione diretta a far primeggiare il trauma, ad emanare dei messaggi che spesso l’ambiente non recepisce. Nei fatti clinici è molto semplice intuire quello che Gianni ci sta dicendo: ripetendo il gioco lui tenta di superare il suo trauma (chiusura) e quando strappa il foglio dicendo che il cancello è aperto crede di aver superato il problema. È chiaro che tutto ciò avviene nella sua fantasia, mentre nella realtà Gianni avrebbe bisogno di un appoggio che gli dia protezione e sicurezza, altrimenti le sue paure tenderebbero ad aumentare, fino a temere la perdita dei suoi oggetti d’amore.

Ma vediamo quello che Gianni disegna quando la terapeuta gli mostra la sagoma di un corpo femminile¹ e lo invita a disegnare nel corpo tutto ciò che vede con la sua fantasia.

Gianni, 4 anni, disegna su una sagoma predisegnata di un corpo umano femminile.

Intanto il bambino colora interamente il corpo umano femminile definendolo “il corpo della mia mamma”. L’immagine interiore del corpo materno è disegnata dal bambino come spazio colorato e i colori vivi che egli usa farebbero pensare che disponga di una vita affettiva intensa con la madre, ma ben presto ci si rende conto che il corpo colorato della madre serve al bambino solo per meglio nascondere quello che fra un po’ disegnerà: al centro della pancia materna Gianni disegna se stesso dicendo che per magia è ritornato dentro al corpo di sua madre. In effetti raffigura il suo corpo quasi al centro del ventre materno e si presenta sotto forma sia di oggetto allungato, una forma che esprime la potenza del suo agire e l’esplosione del suo desiderio, che di oggetto annerito (le gambe e i suoi piedi sono scuri), quasi a voler esprimere la forza delle sue parti basse e corporee, di voler stare lì dove si è posizionato. Il corpo colorato della madre, segno di eccitazione affettiva in Gianni, è quindi usato per nascondere la sua vera fantasia regressiva: voler instaurare con la madre un’antica (cioè legata all’infanzia) unità duale, per vivere il tutt’uno con lei.

In questo modo il bambino desidera avere con la madre una forma di relazione oggettuale molto infantile e primitiva (M. Balint, 1991) che gli garantisca protezione e sicurezza. Questa situazione è nota come “regressione al grembo materno” (M. Balint, 1991), l’unica capace di dare quiete, calore, oscurità, conforto di suoni monotoni, assenza di desideri, fine della coazione a verificare costantemente la realtà, eliminazione di ogni sospetto, ecc. È l’essere del bambino nella pancia materna, per poter rivivere quella sensazione oceanica come il paradiso che con la nascita è andato perduto. Questo spiegherebbe nel piccolo Gianni il suo amore oggettuale passivo (S. Ferenczi), ossia il desiderio di essere amati piuttosto che amare, ma anche il suo istinto ad aggrapparsi (I. Hermann), condizioni che inevitabilmente lo portano a non avere nozione dell’ambiente esterno e a non vivere neanche la minima voglia di percepire gli altri.

Vediamo invece che cosa disegna quando gli si presenta la sagoma di un corpo maschile:

Gianni, 4 anni, disegna su una sagoma predisegnata di un corpo umano maschile.

Egli dà subito un’identità alla sagoma, quindi al corpo, dicendo che è il suo papà. Inizia a colorarlo con la stessa veemenza mostrata in precedenza per il corpo femminile. Anche qui usa colori accesi, segno di una buona eccitazione affettiva verso il padre, ma il ritmo della sua mano cambia quando inizia a colorare la parte bassa del corpo padre. Il celeste diventa quasi un colore pastello, adatto a sedare le più forti tensioni, che Gianni utilizza per rappresentare il mare in cui situa ancora una volta il proprio corpo, su di una tavolozza scura. Poi racconta che nuota nell’acqua seguendo il sole, che nel frattempo inizia a disegnare all’interno del corpo paterno in alto a sinistra, i cui raggi lunghi e penetranti sembrano raggiungere il bambino. Alla fine esclama: “il bambino segue il sole!”. Dal disegno di Gianni possiamo quindi trarre più conclusioni che lo riguardano:

  1. la simbolizzazione paterna è celeste, luminosa e radiosa, segno di un grande desiderio di avere il padre con sé;
  2. il padre, con il quale il bambino si identifica, è vissuto (nella sua fantasia) mediante un’esplosione visiva del sole;
  3. il padre disegnato come sole segna il faro che Gianni vuole seguire per uscire dall’utero e costruire la sua sicurezza narcisistica, che lo condurrà verso l’ambiente esterno, non più temuto ma addirittura desiderato.

La densità degli affetti e dei fantasmi che appare nello studio di questi disegni, fa di essi una specie di fotografia istantanea dell’organizzazione psichica di Gianni. È evidente che siamo in possesso di elementi figurativi rivelatori di alcuni disturbi che col tempo possono strutturarsi al punto da rovinare la vita del bambino.

Nel corso delle varie sedute Gianni disegna, gioca, associa piccoli residui di sogni, ma soprattutto dialoga. Egli è portato dalla terapeuta alla scoperta della sua aggressività e al desiderio di usarla come strumento per divertirsi e scoprire nuove dimensioni del suo comportamento. È proprio questo l’inizio dello sblocco della sua affettività. Le insegnanti notano adesso che il gioco ripetitivo non ha più quella frequenza coatta che aveva un tempo: il bambino preferisce giocare e lottare con gli altri bambini.

La terapeuta gli presenta, dopo circa tre mesi, il disegno delle figure genitoriali.

Gianni, 4 anni, disegna sulle sagome predisegnate di una coppia genitoriale.

Gianni piuttosto che vederci i suoi genitori identifica altro: nell’uomo vede se stesso ed indica la donna come sua madre. Inizia a colorare la madre usando gli ormai consueti colori accesi e all’interno del busto disegna dei fiori, ponendovi al di sotto un cuore rosso: Gianni simbolicamente dota la madre di affetto (il cuore) e giovinezza (i fiori). Poi passa a colorare se stesso usando ancora colori accesi: all’interno del maglione sta raffigurando un cerchio di cerchi, ma improvvisamente passa a disegnare nelle sue mani un fucile che punta verso la madre. Si rassicura subito dicendo che è un giocattolo, ma nel frattempo Gianni ha “ammazzato” la dipendenza dalla madre “rompendo” di scatto il cerchio di cerchi che rappresenta proprio il circolo vizioso della dipendenza: sicuro della sua aggressività e al riparo dal senso di colpa può ora sentirsi libero di aggredire, senza paura di perdere l’oggetto amato.

È doveroso chiudere questo lungo articolo con parole che lasciano il segno.

“Quando nel nostro lavoro analitico noi vediamo costantemente come la risoluzione della precoce ansia infantile non solo diminuisca e modifichi gli impulsi aggressivi del bambino, ma procuri anche una soddisfazione ed un uso di essi più valido dal punto di vista sociale, come il bambino mostri un desiderio sempre crescente e profondamente radicato di essere amato, di amare e di essere in pace con il mondo che lo circonda, e quanto maggior piacere e beneficio, e quale diminuzione di ansia gli derivi dall’appagamento dei suoi desideri, – quando vediamo tutto questo, siamo pronti a credere che ciò che ora sembra una realtà utopistica possa veramente avverarsi in quel lontano giorno in cui, come io spero, le analisi dei bambini diventeranno una parte così importante nell’allevamento di ogni individuo quale è ora l’educazione scolastica. Allora forse quell’atteggiamento ostile, frutto della paura e della diffidenza, che è latente in grado maggiore o minore in ogni essere umano e che centuplica in lui ogni impulso di distruzione, allora soltanto forse cederà il posto a sentimenti di maggior benevolenza e fiducia verso i propri simili e le genti potranno coabitare nel mondo in un’atmosfera di pace e di affetto maggiore di adesso”. (M. Klein, 1956)

Note

  1. Questo strumento è noto come disegno del corpo umano. È un test proiettivo, basato sul disegno, il cui uso permette di avere indicazioni sulle fantasie primitive infantili, soprattutto su fantasie primarie di possesso, di attacco e di chiusura, la cui origine è da cercarsi nella vita istintuale della primissima infanzia e dell’infanzia stessa del bambino. Sia il contenuto delle fantasie primitive che di quelle tardive, quest’ultime ascrivibili soprattutto all’infanzia, non è espresso dal bambino tanto verbalmente (in quanto il suo Io è praticamente inesistente) quanto rivelato tramite il sogno, gli incubi, il gioco e il disegno.

Riferimenti bibliografici

Ferenczi, S. in Kris, E. (1977). Selected Papers (New Haven-London: Yale University Press, 1975). Trad. it.: Gli scritti di psicoanalisi (Boringhieri, Torino 1977)

Deutsch, H. (1977). The Psychology of Woman, A Psychoanalytic Interpretation. 1: Girlhood (New York: Grune & Stratton, 1944). Trad. it.: Psicologia della donna. Studio psicoanalitico. Vol. 1: L’adolescenza (Boringhieri, Torino 1977).

Isaacs, S. (1975). Childhood and after (London: Routledge and Kegan Paul, 1948). Trad. it: L’infanzia e dopo. Saggi e studi clinici (La Nuova Italia Editrice, Firenze 1975).

Stern, D. N. (1987). The Interpersonal World of the Infant (New York: Basic Books, 1985). Trad. it.: Il mondo interpersonale del bambino (Bollati Boringhieri, Torino 1987).

Laplanche, J. – Pontalis, J.-B. (2003). Vocabulaire de la psychanalyse (Paris: Presses Universitaires de France, 1967). Trad. it.: Enciclopedia della psicoanalisi. Tomo primo (Laterza, Bari 2003)

Balint, M. (1991). Primary Love and Psycho-analytic Technique (1952). Trad. it.: L’amore primario. Gli inesplorati confini tra biologia e psicoanalisi (Raffaello Cortina Editore, Milano 1991).

Hermann, I. in Balint, M. (1991). Primary Love and Psycho-analytic Technique (1952). Trad. it.: L’amore primario. Gli inesplorati confini tra biologia e psicoanalisi (Raffaello Cortina Editore, Milano 1991).

Klein, M. (1956). The early development of conscience in the child, in AA. VV., Contribution to Psychoanalysis (London: The Hogarth Press, 1950). Trad. It.: Sviluppo precoce della coscienza nel bambino, in Rivista di Psicoanalisi 1956-3, pp. 163-172.

 

Avvertenza
È indispensabile sottolineare che per questi e altri casi esposti, i disegni sono test psicodiagnostici che consentono solo un orientamento alla diagnosi, e non la diagnosi stessa.

 

3 commenti

  1. Viviana
    Pubblicato il 28 aprile 2011 alle ore 19:37 | Permalink

    È piacevole ritrovarsi nella lettura di questioni delicate, spiegate con tanta semplicità!
    La mia speranza è che questo modo naturale ed immediato di spiegare riesca ad aprire un varco nella frenetica indifferenza che affligge molti educatori e genitori.

  2. maria
    Pubblicato il 17 dicembre 2012 alle ore 13:15 | Permalink

    bellissimo articolo, scritto in modo semplice ed esaustivo, tale da poter essere compreso anche dai non addetti ai lavori. Grazie

  3. Maria Carrannante
    Pubblicato il 7 novembre 2016 alle ore 22:26 | Permalink

    COMPLIMENTI molto bello questo fa riflettere e sviluppare strategie come insegnante,spero che altre persone trovandosi difronte a bambini con questi problemi,dovrebbero capire che il disegno è l espressione primordiale di cui nasce nel nostro DNA e ci accompagna fino alla nostra esistenza

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