Ciao mamma, vado a giocare!

Quando il bambino è in grado di lasciare l’ambiente familiare per entrare a far parte di una vita di gruppo?

In uno sviluppo cosiddetto normale separarsi dalla mamma per giocare con gli amichetti è un evento vissuto dal bambino come momento di crescita in cui l’angoscia di separazione è facilmente superabile.

Gli altri bambini sono visti come compagni e come oggetti a sé stanti; il bambino sviluppa così dinamiche di ammirazione, odio o identificazione, e può condividere con loro giocattoli, rispettarli e desiderare di essere ricambiato.

Quando mostra:

  • pianto irrefrenabile;
  • facilità a sporcarsi;
  • inappetenza;
  • asocialità;
  • irrequietezza;
  • incomunicabilità;
  • inizi di malattie (anche le classiche esantematiche);

il bambino non è ancora pronto per la vita di gruppo.

In questi momenti tra le svariate manifestazioni di angoscia camuffata vi sono:

  • fobie;
  • disturbi inerenti all’alimentazione (mangiare lentamente, non masticare, disappetenza);
  • addormentarsi tardi e svegliarsi presto;
  • sonno irrequieto e leggero;
  • non riuscire a dormire il pomeriggio;
  • stranezze e rituali connessi all’ora di andare a letto.

Se il bambino durante l’esperienza di gioco mantiene intatto il controllo degli sfinteri (controlla cioè i suoi bisogni fisici), nonostante un comportamento immaturo la madre può inserirlo gradualmente, lasciandolo per poche ore (per esempio: in un asilo, con altri bambini, ecc.).

Se il bambino vive il rapporto con l’altro in modo unidirezionale – è incapace cioè di sentire gli altri come esseri animati, ma li vive solo come giocattoli che prende e getta quando vuole – non è ancora pronto per una vita di gruppo.

Compito della madre e della famiglia è avere un soddisfacente adattamento interiore, sedando le proprie ansie, per permettere in questi bambini ancora immaturi l’inserimento nella prima vita di gruppo, quindi:

  • gioco libero;
  • soddisfazione nel dare e ricevere nei rapporti con gli altri bambini e con l’oggetto;
  • fasi di costruzione e distruzione;
  • corpo coinvolto interamente senza eccitazioni locali, come rossori o irrequietezze;
  • libero fluire dell’immaginazione e della fantasia come riscoperta della propria profondità e non come negazione del mondo interno;
  • gioco non disturbato da rotture emozionali.

Più la madre si libera di legami ambivalenti o doppi verso il proprio figlio (per esempio, l’espressione “gioca, ma non farti male!”, tradisce ansia repressa, che spesso i figli finiscono per incorporare) e più il suo corpo sarà una vera e propria palestra di vita per lui.

1 commento

  1. Pubblicato il 15 gennaio 2007 alle ore 11:47 | Permalink

    “Gioca, non farti male”….. Quante ne ho sentite di espressioni così! Quella che più odiavo (anche perchè palesmente falsa) era :”Sei stato troppo in acqua a giocare! Vedi le dita che sono tutta raggrinzite”. Alzi la mano chi è mai stato male per la pelle delle mani raggrinzita!
    Comunque un bel po’ di indicazioni reali su come relazionarsi con i prorpi figli è proprio quello che serve sapere…

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