Cari genitori, l’amore non basta

Forte è l’esigenza di affrontare tanti disagi di natura psichica del bambino e dell’adolescente, ma è meglio sicuramente prima fondare problemi di varia natura e poi risolverli con calma.

Quindi vi pongo un altro quesito: può bastare l’amore a curare l’angoscia del fanciullo?

Come può fare un genitore, con il solo amore, a far fronte a insicurezze, paure ed angosce, ossia a tutte quelle situazioni in cui la psiche del fanciullo è alterata? I genitori conoscono ben poco di come sono in realtà questi disturbi e questa scarsa conoscenza porta loro ad avere reazioni che sono spesso nocive per il benessere del figlio o ad esprimere un amore, che per quanto positivo è ben lungi dall’essere risolutivo. Ad essi spesso manca un atteggiamento più consapevole di fronte ai vari disturbi psichici che il loro figlio può mostrare. Si rifugiano in un comportamento di ansia o, semplicemente, non sanno come far fronte a tali disagi e quali sono le strategie globali per affrontarli. Come possiamo aiutare sia il genitore a superare le situazioni traumatiche del proprio figlio, sia il figlio stesso?

Può una madre conoscere codici minimi di significazione di normalità o patologia, tramite i quali prevedere in suo figlio un sintomo di suicidio, di depressione, situazioni di droga o di disagio sociale? Sicuramente esistono indizi e segni che ci preavvisano del futuro comportamento di nostro figlio. Basta conoscerli!

Vari sono i livelli di intervento.

L’emissione di linee-guida tendenti a creare una prevenzione non solo medica ma anche psicologica, sembra essere un primo passo per creare un’atmosfera terapeutica che non lasci il genitore solo e spaesato, ma sappia orientarlo verso un piano di intervento terapeutico predisposto per le varie patologie psichiche.

Formare i genitori alla psicologia familiare, per permettere il superamento delle difficoltà intrinseche del “mestiere” di genitore.

Usare mezzi di comunicazione di massa, rivolgendosi direttamente ai genitori e partendo dalla convinzione che essi desiderano realmente fare del loro meglio per i figli.

Conversare con i genitori: i famosi “colloqui di intervento” di cui parla Winnicott. Psicologi, mediatori familiari e counselor devono incontrare i genitori tramite strutture locali, sociosanitarie o le scuole stesse per rendere meno temibile la base scientifica dell’accudimento dei figli e le problematiche psicopatologiche di alcuni problemi infantili.

7 commenti

  1. tiziana
    Pubblicato il 20 maggio 2005 alle ore 8:23 | Permalink

    Non solo l’amore non basta, ma è addirittura nocivo, ho sentito e sento tutt’oggi teorie e comportamenti assurdi assunti da genitori apprensivi e incapaci, accanirsi sui figli con la scusa di questo pseudoamore, non si può lottare per trent’anni per vedersi riconosciuta la propria identità di Uomo!!!. Magari imparassero a conoscere codici di significazione e ad affidarsi a linee guida per questa difficile professione, visto che l’istinto sano li ha abbandonati da un bel pò (parlo ovviamente della maggioranza a me nota). Vi chiedo però se non sia necessario preventivamente dare a loro dei codici di significazione per valutare se stessi in modo che comincino a mettersi in discussione creando così una predisposizione più seria all’assorbimento e crescita di questi nuovi concetti… o forse sono troppo coinvolta con l’argomento?

  2. alessandro
    Pubblicato il 20 maggio 2005 alle ore 18:36 | Permalink

    Sono d’accordo. Credo che sia difficile identificare il problema nella sola quantità d’apporto dell’amore verso un figlio. Talvolta sa educare, a livello più istintuale, una ragazza madre di una veterana della famiglia! Parlo per assurdo, ma credo che chi si appresta ad essere genitore debba sentire tutta l’angoscia di mettere al mondo un figlio,per carità niente nevrosi, ma di sapere che con un’altra vita non è errare umano est.
    Ci vuole responsabilità, facciamo vivere a questi bambini la loro infanzia sacrosanta ed inevitabilmente saremo noi tutti un po’ più bambini

  3. Donatella
    Pubblicato il 20 maggio 2005 alle ore 19:37 | Permalink

    Un genitore che si accorge dei movimenti di angoscia del figlio? Apriti cielo! La prima cosa che farà è circondarlo di attenzioni soffocanti (immaginate la scena: -bambino:mamma mi sento un pò ansioso -la mamma:Oh cielo! ora ti misuro la febbre) o al contrario mettersi a scherzare ridicolizzando il tutto per evitare il problema e autoconvincersi che non ci sia… peggio ancora poi se gli compra un giocattolo (il mitico gioco della playstation) o lo porta (parcheggia!) nei vari Mac Donald! E’ come se l’angoscia di un figlio scatenasse solo sensi di colpa o rifiuti nei genitori e non un momento di riflessione in cui realmente ci si chiede cosa sia meglio fare, cercando un dialogo e un confronto tra mamma e papà e un aiuto da esperti in grado di… far aprire loro gli occhi sulla realtà.
    Una cosa è certa, ed è inevitabile scoprirla frequentando i seminari di Ri-vivere, bisogna dimenticare quel modo ordinario di classificare i comportamenti dei bambini: il pianto, l’aggressività, così come la stessa ansia dei fanciulli sono essenziali in determinate fasi dello loro sviluppo, mentre la continua calma, o il perenne sorriso, quell’adultità, insomma, che così scioccamente i genitori amano vedere nel proprio figlio, dovono sembrare così innaturali da destare serie preoccupazioni… anche se da genitore non lo avresti mai pensato!
    Non per far pubblicità, ma consiglio a tutti di frequentare i seminari di Ri-vivere… soprattutto se amate farvi sorprendere!
    E ancora una volta: Viva l’immaginario!
    Un grazie immenso alla nostra docente!

  4. Daniele
    Pubblicato il 21 maggio 2005 alle ore 18:28 | Permalink

    L’aspetto innovativo di questo post è proprio quello di cercare di affrontare il problema individuando prima di tutto i livelli di intervento.
    Il primo di questi, cioè l’emissione di linee guida, è un passo fondamentale affinchè l’intervento terapeutico sia efficace e di qualità.
    A questo proposito voglio far notare che anche la Agency for Healthcare Research and Quality (www.ahrq.gov) ha recentemente suggerito di emanare linee guida scritte in linguaggio meno tecnico, per gli utenti (pazienti, familiari, scuole, etc.) in modo da offrire loro maggiori informazioni e anche maggior potere decisionale (empowerment).
    Infine credo che conoscere i codici minimi di significazione di normalità e di patologia faccia parte del vero Amore che un genitore deve al figlio…
    e allora se è così l’Amore basta, eccome!!!
    Finalmente un sito in cui imparare ad amare….

  5. Carmen B.
    Pubblicato il 22 maggio 2005 alle ore 11:34 | Permalink

    Non sono ancora madre, non conosco o comunque non ho ancora
    esperienza delle “difficoltà intrinseche del “mestiere” di genitore”. Però, come tutti, sono figlia e posso confermare le altrettante difficoltà di questo ruolo. Più che criticare le mancanze dei genitori, preferisco assumere un ruolo attivo. Quando si è capaci di riconoscere dove i genitori hanno sbagliato o peccato, si dovrebbe altrettanto essere in grado di individuare su se stessi i segni di queste mancanze. Io scelgo di partire da qui e di imparare come spezzare la catena di ignoranza nell’interpretazione delle angosce del bambino (chi dice che non siano ancora presenti nell’adulto?…)
    L’Amore non è anche una forma di umiltà nel riconoscere i propri limiti e nell’approcciarli con la volontà di imparare a superarli, per imparare ad ascoltare il figlio? Può questo comportare l’affidarsi a professionisti senza che nasca un senso di colpa, per non saper assolvere “naturalmente” al proprio compito di genitore? Ci può essere una forma di arroganza (e ottusità) nel genitore che pensa di poter risolvere tutto con rimedi faidate o con il ricorso alla psicologia più spicciola?

  6. laura
    Pubblicato il 22 maggio 2005 alle ore 21:19 | Permalink

    Amare è già tanto! Molto meglio di quel sentimento di indifferenza (forse per non aver desiderato avere un figlio) e senso di colpa perchè in fondo quel bimbo non ha chiesto lui di nascere!
    Attraverso l’amore la madre apre quel canale di istinto naturale che le permette di fronteggiare situazioni più disparate garantendo il futuro a suo figlio! Questo è ciò che accade in natura, ma la cività è un’altra cosa.
    Le istituzioni o le figure professionali elencate nell’articolo sono fondamentali soprattutto se chiamate dalle madri che si aprono al “dubbio” del loro amore e della efficacia delle loro azioni!
    Avere una formazione che permette di trasformare una esperienza antica quanto il mondo in un percorso di crescita interiore credo sia la cosa più bella del mondo.
    I pediatri che sono attuale punto di riferimento per le madri dovrebbero distribuire maggiori informazioni su questi interventi di sostegno!

  7. Pubblicato il 14 novembre 2005 alle ore 1:44 | Permalink

    Padre per sempre
    (Da : “Ancora una volta ho perso il treno” di Cosmo de La Fuente)

    Non so quante siano le donne che in un momento di rabbia dopo la separazione decidano di penalizzare i propri figli danneggiando non solo l’ex coniuge ma anche, e soprattutto, i propri figli. Figli che diventeranno adulti e probabilmente capiranno la violenza a cui sono stati sottoposti. Volenti o nolenti il padre sarà padre per sempre.

    La mamma è la persona più importante per un essere umano ma quando scompare un padre che è stato molto presente, una figura dal carattere forte, i figli improvvisamente capiscono che è giunto il loro turno d’incamminarsi lungo la tortuosa strada della vita, da soli. Orfani della sicurezza del proprio genitore e un po’ sbatacchiati nel vivere giornaliero, si avventurano come incerti tigrotti incoraggiati e spinti dalla madre per la prima caccia della loro vita.
    Mio padre era un uomo molto attivo, lo ricordo sempre intento a fare qualcosa, mi sembra di rivederlo tanti anni fa in Venezuela intento a tagliare numerosi strati di stoffa per realizzare giacche che poi vendeva ai suoi clienti proprietari di “tiendas” del centro popolare di Caracas. Le enormi forbici nere le conservo ancora, fanno parte di lui, erano il prolungamento della sua mano destra.
    Io e mia sorella ringraziamo Dio per averlo avuto durante gli anni della nostra infanzia, il suo amore e la sua protezione ci hanno fatto crescere sani e sicuri, ringraziamo soprattutto nostra mamma che, sebbene anche lei come tutte le madri avesse la possibilità di far valere il suo potere sui figli, non ci ha mai privato dell’amore di nostro padre, dolcissima e intelligente nel capire che l’amore è sempre amore.
    Quando papà tornava a casa gli correvamo incontro e buttandogli le braccia al collo urlavamo felici : -papà- anzi, alla venezuelana: – papato-. Se cucinava lui era una festa e il sapore che dava ai piatti era diverso, ci piaceva moltissimo.
    Nessuno potrà mai cancellare quei momenti che ha saputo donarci .
    Qual è il significato della morte? Non lo conosco, lui è vivo più che mai, presente nelle cose di tutti i giorni e nelle decisioni difficili, riesce sempre a farci giungere un segnale , nascosto in un ricordo, come un intricato rebus da risolvere.
    Siamo figli fortunati perché ci è stato concesso di conoscerlo a fondo e di godere dello speciale amore che un padre può dare. Chissà che sogni aveva quando diciottenne emigrò,osservo spesso la foto in cui è su quella nave che lo stava portando in quel paese dove saremmo nati noi.
    Mi torna in mente quando andavo in auto con lui per le strade di Caracas, sulla Ford Firline 500 azzurra, prova di aria condizionata, il caldo era soffocante, sentivo l’odore della finta pelle dei sedili sul punto di fondere, lui era sempre assorto nelle guida, chissà a cosa pensava. Dal finestrino osservavo le solite scene di vita venezuelana, tantissimi negozietti d’abbigliamento e cafetines, marciapiedi semi distrutti, tanta gente ferma ai chioschi per un dissetante succo di frutta tropicale o per una empanada, voci, note musicali di salsa e merengue provenienti dalle radio delle altre auto e dagli hi fi transistor che i passanti tenevano in mano. Era curioso vedere tutte quelle persone ondeggiare al ritmo di Cuando salì de Cuba, la bellissima canzone di Celia Cruz.
    Come vorrei rivedere il mio genitore scomparso mentre si arrampica sulla palma di cocco in spiaggia, – com’è forte il mio papà, sembra spider man – pensavo, quando ritornava giù era tutto graffiato nelle gambe ma cercava il mio sguardo per godersene l’ammirazione.

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