Bambini deprivati, adulti depravati!

Non tutti i bambini hanno vissuto una fusione primaria ottimale con la madre o con l’ambiente: essa è l’illusione di essere un tutt’uno con la madre-seno, nutrita nei primissimi mesi di vita e alimentata da sensazioni di contatto e olfattive, visive e uditive che lo legano alla madre, che lo contiene empaticamente.

Da queste sensazioni corporee di fusione primaria emergerà il Sé del bambino, fatto all’origine di esperienze corporee destinate a diventare in seguito psichiche e mentali.

Il Sé del bambino si forma grazie alla continuità delle prime cure e all’holding, che è semplicemente “il tenere”, “il sostenere”, ma soprattutto “il contenere” il bambino da un punto di vista psicofisico. È l’holding che delimita la realtà interna del bambino e protegge la continuità del suo essere da rotture che lo esporrebbero ad “un’impensabile angoscia”, minacciando il suo Sé e l’acquisizione di realtà e stabilità personali.

Ma che cosa succede ad un bambino quando vive la rottura della continuità e la mancanza di un holding appropriato?

Prima ad emergere è la privazione di questi elementi, vissuta come fallimento delle cure.

Tale fallimento dell’holding ha la caratteristica di essere imprevedibile per il bambino, soprattutto per quel bambino che ha vissuto una prima fase positiva di accettazione piena ed una successiva intrisa di neutralità emotiva e indefinibilità del rapporto madre-figlio, e segnata da una evasione emotiva da parte dei genitori. La situazione si complica ancora di più se da un iniziale rapporto di amore il bambino passa ad un rapporto vissuto dalla madre con dubbi, ansia e insicurezza. Il bambino sviluppa così un rapporto con l’oggetto cattivo in cui prevalgono odio, rancore, rottura, ostilità, distruttività, grave insufficienza relazionale.

Questa reazione di aggressività distruttiva e di profonda ostilità non appare immediatamente nel bambino perché l’Io fragile non gli permette di evidenziare questi tratti, ma con la crescita sarà sempre più evidente lo sviluppo di una “tendenza antisociale”.

Deprivazione invece equivale a mancanza di speranza. Quando il bambino deprivato ruba, dietro alla sua coazione al furto opera la speranza (inconscia) di ritrovare sua madre, che all’inizio era stata sufficientemente buona da rispondere alla creatività primaria del bambino: rubando, il bambino cerca di riprendersi ciò che è suo e che gli è stato tolto.

È necessario che non solo gli psicoterapeuti, ma anche coloro che si occupano di giustizia minorile, sappiano riconoscere il valore positivo dell’elemento di speranza connesso all’agire: ciò che il ragazzo antisociale spera, senza saperlo, è di poter ritrovare qualcuno che si prenda cura di lui e che lo ascolti, qualcuno con cui poter tornare al momento della sua deprivazione, o alla fase in cui la deprivazione si è consolidata in maniera inevitabile.

Il “lavoro terapeutico” con i ragazzi asociali è infatti un paziente tornare indietro per capire la loro perdita e far riconquistare loro un nuovo ambiente di fiducia, che possa facilitare il rapporto con gli altri.

Il primo presupposto per non fare di un bambino che ha subito una perdita nella relazione con la madre un bambino deprivato è capire che:

  1. Un bambino che ha avuto cure adeguate è capace di vedere “la sua distruttività” e di sospenderla tramite il senso di colpa;
  2. Un bambino che ha un vero padre, un padre reale, si accorge assai presto che può pensare di ferire la madre, ma che questa sopravviverà ai suoi attacchi, perché il padre la protegge;
  3. Un bambino che va verso la normalità deve esprimere apertamente i suoi sentimenti distruttivi nei confronti di quelle persone che sono in grado di contenerlo;
  4. I genitori “sani” accettano volentieri una certa distruttività nei propri figli, quasi li sentissero più reali nel momento in cui non sono perfetti.

Forse il genitore deve “crescere verso il basso” e capire che il rapporto con un figlio non è fatto solo di splendidi desideri e di pie accettazioni ma comporta necessità e bisogni del bambino fatti di pianti, capricci, di una crescita difficile, della richiesta di ricevere una educazione con al centro emozione e personalità.

Alla base di ogni forma di deprivazione vi è aggressività.

Quando le forze crudeli o distruttive minacciano di sopraffare quelle dell’amore, allora si vira verso tendenze antisociali.

Una aggressività distruttiva:

  1. è dettata dalla paura di non essere amati,
  2. comporta un mondo interno troppo spaventoso.

Lo scopo di questa aggressività è trovare un controllo tramite “l’atto asociale”.

È compito dell’adulto impedire che tale aggressività sfugga al suo controllo, attraverso l’esercizio di un’autorità sicura. È compito di genitori e insegnanti fare in modo che i bambini non trovino mai un’autorità così debole da concedere alla loro aggressività di finire fuori controllo.

È inutile dire che la scelta di delegare all’angoscia l’esercizio dell’autorità può definirsi senza esitazione una vera e propria dittatura.

Riferimenti bibliografici

Ainsworth, Mary D. Salter (2006). Modelli di attaccamento e sviluppo della personalità. Scritti scelti (Raffaello Cortina, Milano 2006).

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