Ai figli regalate relazioni invece di oggetti

Foto di un bimbo visto attraverso la camera di Fantz
La Camera di R. Fantz serve a misurare il punto e il tempo di fissazione di uno stimolo visivo da parte di un bambino piccolo (M. W. Battacchi, 1999).

Enormi progressi sono stati compiuti dalla ricerca negli ultimi anni, che ha messo a disposizione un nuovo corpus di conoscenze sulla prima infanzia, grazie a nuovi metodi sperimentali.

Esiste un’esperienza soggettiva che i bambini molto piccoli, addirittura appena nati, fanno della loro vita sociale? La risposta a tale quesito è affermativa e lo dimostrano:

  • sia la psicologia dell’età evolutiva, che sottolinea come il neonato sia dotato di un livello non trascurabile di competenza percettiva, quindi capace di rispondere in modo selettivo ai tanti aspetti della stimolazione ambientale (H. McGurk e J. MacDonald, 1978);
  • sia la psicoanalisi, che individua nella fusione duale madre-figlio, intrauterina e post-natale, non solo un fondamento essenziale per una buona organizzazione della vita psichica del bambino, ma anche il presupposto di una buona autonomia del piccolo con se stesso e della fiducia di base verso l’altro da sé (oggetto di interazione).

Da questa capacità umana di avviare relazioni sociali nella primissima infanzia, di cui la madre è il promotore essenziale e il padre è una sorta di allenatore, coach, il bambino ricava una prima organizzazione molto rudimentale e primitiva del proprio psichismo, che molti autori definiscono come organizzazione del Sé. (D. N. Stern, 1985).

Questa prima organizzazione del Sé rappresenta il nucleo (Sé nucleare) da cui deriveranno, grazie alla crescita, diverse ristrutturazioni dell’esperienza del Sé (soggettività) e dell’altro, e una buona capacità di stabilire relazioni con il mondo esterno (che diviene affettivamente significativo).

Entrando nei particolari, i bambini possono impegnarsi in nuovi contatti sociali quando lo desiderano, mediante sguardi, sorrisi e vocalizzi, e sono in grado di sospendere il contatto distogliendo lo sguardo, chiudendo gli occhi, guardando altrove, assumendo uno sguardo inespressivo (D. N. Stern, 1977).

La sensibilità sociale di un bambino si riscontra già nei primi mesi di vita in gesti ben precisi:

Primo mese
– sorride in modo endogeno (L. A. Sroufe, 1979);

Secondo mese
– vocalizza rivolgendosi agli altri;
– scambia gli sguardi;
– preferisce la faccia e la voce umani;
– esprime il piacere con fremiti e sorrisi;
– preferisce i toni acuti, soprattutto dal padre;
– si abitua e perde gli interessi agli stimoli proposti dai genitori;

Terzo mese
– reagisce a stimoli diversi;
– esprime un livello ottimale di eccitazione piacevole;
– guarda ciò che ascolta, associa il suono all’immagine materna;
– presenta il sorriso esogeno o sociale (sorriso agli estranei) (L. A. Sroufe, 1979; R. A. Spitz, 1958, 1959);
– capisce che lo stimolo è ripetitivo e non risponde più;
– esprime rabbia per l’impossibilità di succhiare il seno (L. A. Sroufe, 1979);

Quarto mese
– è capace di interrompere la stimolazione eccessiva stornando lo sguardo;
– prende e manipola gli oggetti con libertà estrema;
– presenta un sorriso esogeno non selettivo;
– presenta piacere e riso attivo (L. A. Sroufe, 1979; C. E. Izard, 1979);
– manifesta un’emozione negativa per l’interruzione del gioco (L. A. Sroufe, 1979);

Quinto mese
– identifica le costanti – le “isole di coerenza” (D. N. Stern, 1977) – che sono veri e propri punti di riferimento (rassicurazione e preoccupazione per la presenza di madre, padre, famiglia) che gradualmente gli organizzano l’esperienza;
– evita l’estraneo;

Sesto mese
– ha adeguate espressioni di paura;
– ha iniziativa e mostra le prime attività autodirette (L. A. Sroufe, 1979);

Settimo mese
– mostra un sorriso sociale selettivo;
– agisce con gioia e collera in base agli stimoli (L. A. Sroufe, 1979);
– esprime il “no deciso” con gesti e intonazione della voce molto forti;

Ottavo mese
– sorride e poi si nasconde tra le braccia materne;
– fissa l’estraneo e mostra paura;

Nono mese
– differenzia la paura dalla sorpresa in base allo stimolo (L. A. Sroufe, 1979);

Decimo mese
– differenzia fra esultanza e paura immediata;

Undicesimo mese
– focalizza l’attenzione sull’attività in corso (gioco);

Dodicesimo mese
– mostra esultanza e umore irato (L. A. Sroufe, 1979);

Tabella dello sviluppo sociale del bambino
Le età in mesi indicate non vanno intese né come età della comparsa iniziale, né come età della massima efficienza funzionale delle risposte sociali, ma piuttosto come età in cui, dai dati disponibili, si ha la specifica reazione.

Da questa tabella si evince che il bambino già nei primi 3 mesi di vita riesce, tramite il sorriso, lo sguardo e la capacità di rispondere a stimoli, ad avere uno scambio con la madre che non è solo un semplice contatto corporeo, ma una richiesta di relazione.

Nel periodo fra i tre e i cinque mesi la madre cede al bambino il controllo sull’inizio e la fine dell’impegno visivo diretto nelle attività sociali, o meglio, è il bambino che se lo assume (D. N. Stern, 1971, 1974a,b, 1977; B. Beebe e D. N. Stern, 1977; D. J. Messer e P. M. Vietze, 1985). Il sistema visivo-motorio è praticamente maturo, sicché nei comportamenti di fissazione oculare il bambino piccolo risulta essere un interlocutore notevolmente capace, e il fissare con lo sguardo costituisce una potente forma di comunicazione sociale. Quando si osservano gli schemi di fissazione reciproca fra la madre e il bambino in questo periodo della vita, si vedono due persone di quasi pari perizia e capacità di controllo sul medesimo comportamento sociale.

Le madri sanno molto bene che i bambini sono capaci di affermare la propria indipendenza e dire un “no” deciso: distogliendo lo sguardo a quattro mesi, con gesti e intonazioni della voce a sette mesi, scappando via a quattordici mesi e verbalmente a due anni. Il tema clinico fondamentale dell’autonomia o dell’indipendenza è presente in tutti i comportamenti sociali che regolano la quantità o la qualità dell’impegno nella relazione.

Come si possono identificare gli eventi cruciali che sono validi a definire una fase specifica per il raggiungimento dell’autonomia e dell’indipendenza? Sia E. H. Erikson (1950) che S. Freud (1905) hanno indicato come momento decisivo quello in cui viene raggiunto un controllo indipendente del funzionamento dell’intestino, intorno al ventiquattresimo mese di vita. Spitz (1957) lo ha fatto coincidere con l’acquisizione della capacità di dire “no”, all’età di quindici mesi circa. Margareth Mahler (M. S. Mahler e M. Furer, 1968; M. S. Mahler, F. Pine e A. Bergman, 1975) ritiene che il momento decisivo ai fini del conseguimento dell’autonomia e dell’indipendenza sia quello in cui il bambino impara a camminare e ad allontanarsi dalla madre di propria iniziativa, ed ha inizio intorno ai dodici mesi. Queste tre diverse dislocazioni temporali coprono lo spazio di un anno. Chi ha ragione? Hanno ragione tutti. E qui sta il punto, e anche il problema.

Di fatto, altri comportamenti potrebbero essere considerati criteri altrettanto validi di autonomia ed indipendenza. L’interazione fra la madre e il bambino attraverso lo sguardo nel periodo che va dai tre ai sei mesi, per esempio, è straordinariamente simile a quella che si esplica attraverso comportamenti di locomozione nel periodo che va dai dodici ai diciotto mesi. Il modo in cui i bambini regolano il loro livello di stimolazione e di contatto sociale mediante lo sguardo è molto simile, in rapporto al problema generale dell’autonomia e dell’indipendenza, al modo in cui essi otterranno lo stesso scopo nove mesi dopo, camminando e avvicinandosi o allontanandosi dalla madre (D. J. Messer e P. M. Vietze, 1985).

A chi osserva direttamente i bambini, la presenza di fasi di sviluppo non può non apparire evidente. Inoltre esse devono essere prese in seria considerazione dalla madre che segue i mille compiti adattativi del figlio connessi alla maturazione delle sue capacità fisiche e mentali e non restare esclusivamente nozioni del clinico. Come naturale risultato si ha una progressione di problemi evolutivi che la coppia madre-bambino deve risolvere da unita perché l’adattamento possa procedere.

Se nel bambino un evento che si verifica precocemente ha un impatto maggiore e la sua influenza sarà più difficile da neutralizzare, rispetto ad un evento più tardivo o ad una mancanza, si comprende che più il bambino sviluppa un buon contatto sociale nelle primissime fasi infantili con la madre e con l’ambiente, più sarà per lui possibile in età adulta avere e gestire buone relazioni, garanzia e forza di sviluppo. Inoltre i tanti legami che in età adulta sono occasione di ansia, angoscia e tormenti saranno più gestibili se nella prima infanzia il bambino ha costruito le sue isole di coerenza, ossia stabili punti di riferimento tramite i quali ha potuto risolvere le prime frustrazioni infantili. Per cui, un bambino che riceve dalla madre e dall’ambiente circostante degli oggetti (giocattoli, ecc.) come sostituti deformati di relazioni, ne ricava un senso di fallimento primario (che agisce già nella prima infanzia) perché con essi sarà praticamente impossibile sviluppare un buon senso sociale, ma solo un onnipotente senso di possesso. Anche nella capacità di una madre di proporre al proprio figlio le mille attività che gli occupano quasi tutta la giornata (sport, corsi vari) deve essere presente l’abilità di scegliere quelle che promuovono sia le relazioni che le competenze e non quelle attività che, vissute dal bambino come passive e statiche, risultano essere, anch’esse, niente altro che dei sostituti deformati di relazioni.

Riassumendo, la vita sociale soggettiva del bambino piccolo deve essere organizzata secondo lo schema seguente.

Il bambino è dotato di capacità sociali, osservabili e soggette a maturazione. Tali capacità devono essere organizzate e trasformate, attraverso un rapporto continuo con la madre e l’ambiente, in prospettive soggettive organizzanti il senso del Sé e dell’altro. Nuovi sentimenti del Sé definiscono la formazione di nuovi campi di relazione.

Queste sono forme dell’esperienza sociale che rimangono inalterate per tutta la vita.

È così che l’esperienza sociale soggettiva della prima infanzia risulta essere fondamentale per una garanzia contro i disturbi del futuro mondo psichico del bambino, dell’adolescente, dell’adulto.

Riferimenti bibliografici

Battacchi, M. W. (1999). Trattato enciclopedico di psicologia dell’età evolutiva (Piccin, Padova 1999).

Spitz, R. A. (1973). La première année de la vie de l’enfant (Paris: Presses Universitaires de France, 1958). Trad it. Il primo anno di vita (Armando, Roma 1973).

Spitz, R. A. (1976): A genetic field theory of Ego formation (New York: International Universities Press, 1959). Trad it.: Teoria di un campo genetico della formazione dell’ego (La Nuova Italia, Firenze 1976).

Stern, D. N. (2004). Il mondo interpersonale del bambino (Bollati Boringhieri, Torino 2004).

1 commento

  1. Armando
    Pubblicato il 27 luglio 2008 alle ore 18:42 | Permalink

    L’articolo traccia delle linee guida chiare e precise che non lasciano spazio a dubbi o incomprensioni riguardo le conseguenze per un bambino successive all’introduzione di uno stimolo inadeguato, vale a dire proporre un oggetto invece che una relazione.
    Tuttavia, mi chiedo se realmente certi genitori, pur venendo a conoscenza di quanto descritto, abbiano la volontà (in quanto forse non desiderano che il figlio vada verso un’autonomia) o il coraggio (poiché magari pensano che il bambino non sia autonomamente capace di evolvere) di far si che il proprio figlio diventi autonomo; basti pensare a scene cui possiamo assistere, come di una madre che non riesce o non vuole che il proprio figlio si distacchi dal suo pollice o da un biberon o ciuccetto, oppure come di un padre che non lascia che il bambino percorri qualche metro da solo, poiché c’è sempre il rischio di una caduta.
    Forse è il caso che, una volta per tutte, ci si renda conto che “il bambino è dotato di capacità sociali, osservabili e soggette a maturazione”.

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  1. By A Natale…. | Psiche e Soma on 24 dicembre 2008 at 8:03

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